{"id":5796,"date":"2026-08-20T18:24:48","date_gmt":"2026-08-20T14:24:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.qelite.info\/?p=5796"},"modified":"2026-08-20T18:24:49","modified_gmt":"2026-08-20T14:24:49","slug":"%e1%83%a0%e1%83%9d%e1%83%91%e1%83%94%e1%83%a0%e1%83%a2%e1%83%90-%e1%83%9b%e1%83%9d%e1%83%a0%e1%83%9b%e1%83%90%e1%83%9c%e1%83%93%e1%83%9d-il-piacere-e-tutto-il-mio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/premia-iveria\/2026\/08\/20\/%e1%83%a0%e1%83%9d%e1%83%91%e1%83%94%e1%83%a0%e1%83%a2%e1%83%90-%e1%83%9b%e1%83%9d%e1%83%a0%e1%83%9b%e1%83%90%e1%83%9c%e1%83%93%e1%83%9d-il-piacere-e-tutto-il-mio\/","title":{"rendered":"\u10e0\u10dd\u10d1\u10d4\u10e0\u10e2\u10d0 \u10db\u10dd\u10e0\u10db\u10d0\u10dc\u10d3\u10dd: IL PIACERE \u00c8 TUTTO IL MIO"},"content":{"rendered":"<p>In copertina: Elaborazione grafica di Roberta Mormando e Laura Mandurrino. <br><em>A mia madre<\/em><br>Prefazione<\/p>\n\n\n\n<h4>di Anna Arena<\/h4>\n\n\n\n<p>In una serata come tante altre, il mio telefono squilla e dall\u2019altro capo c\u2019\u00e8 una mia compaesana che, quasi in punta di piedi, mi chiede se sono disponibile a scrivere una prefazione \u201ctecnica\u201d del nuovo romanzo di Roberta Mormando. Non conosco personalmente Ro-berta ma, appartenendo allo stesso piccolo paesino dell\u2019hinterland tarantino, ho contezza di chi sia (si sa, nei piccoli paesi ci si conosce un po\u2019 tutti!) e mi torna immediatamente in mente la presentazione di uno dei suoi libri a cui ho partecipato molti anni fa. \u201cIo dovrei scrivere una prefazione? Non ne ho mai scritta una!\u201d. Nonostante un po\u2019 d\u2019ansia da prestazione, tipica di chi per la prima volta si spinge in una nuova avventura, mista a curiosit\u00e0 intellettuale e gratitudine, offro la mia disponibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Esercito la professione di psicoterapeuta da diversi anni e questo ha fatto s\u00ec che incontrassi nel mio studio persone che, purtroppo, hanno combattuto, o sono ancora in guerra, con la stessa malattia di Annalisa, la protagonista del romanzo di Roberta: il cancro. Quella brutta malattia che ormai, in particolare per gli abitanti di Taranto e provincia, tocca chiunque in modo diretto o indiretto; che pu\u00f2 avere una prognosi nefasta o lasciarti intravedere qualche speranza; che si presenta in modo letale o solo passeggero.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 ormai noto, e ampiamente documentato, che nella nostra pro-vincia l\u2019incidenza tumorale sia pi\u00f9 elevata rispetto alla media na-zionale. Ed \u00e8 evidente che Roberta nel suo romanzo si sia lasciata ispirare dalla realt\u00e0 che ci circonda; racconta ci\u00f2 che di pi\u00f9 autentico possiamo vedere e percepire negli occhi delle persone che incon-triamo per le strade dei nostri paesi, empatizzando con chi in questo momento sta affrontando una delle battaglie probabilmente pi\u00f9 com-plesse della propria vita.<\/p>\n\n\n\n<p>In qualunque modo si presenti il cancro, qualunque siano gli svi-luppi clinici, il momento della diagnosi e il suo decorso rappresen-tano un avvenimento che lascia una cicatrice nel cronoprogramma della propria vita. Perch\u00e9? Perch\u00e9 rappresenta un evento alla stregua di un lutto! Per quanto si possa essere ancora vivi, ricevere la notizia di avere un cancro, o che una delle persone che amiamo ne abbia uno, \u00e8 a tutti gli effetti come dover elaborare un lutto. Lutto inteso come perdita dell\u2019idea\/della visione della propria vita futura, di se stessi, degli altri, dei sogni. Annalisa combatte la sua battaglia e lo fa nel modo migliore che lei conosca, spontaneamente guidata dalla sua personalit\u00e0 e utilizzando le modalit\u00e0 che negli anni ha appreso per fronteggiare le difficolt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Psicologicamente, la perdita dell\u2019immagine di s\u00e9 e del proprio futuro evoca diverse emozioni e stati mentali passando attraverso momenti di shock e smarrimento, di rabbia, per poi sprofondare in una fase depressiva (fatta di sensazione di impotenza, disperazione, colpa, disinteresse per se stessi, gli altri e il futuro) e, infine forse, l\u2019accettazione di quanto accaduto o sta avvenendo. Tempistiche e modalit\u00e0 che determinano il susseguirsi, o la sovrapposizione, di tali emozioni sono del tutto soggettive, determinate dai tratti tempera-mentali e caratteriali di ognuno, dalle strategie di coping che cia-scuno ha imparato (ovvero le strategie di fronteggiamento) e dalle risorse esterne di cui personalmente si pu\u00f2 o si vuole fruire.<\/p>\n\n\n\n<p>Annalisa vive tutto questo. Aggrovigliata in un turbinio di emo-zioni, in mille domande senza risposta, in costanti rimuginii, immer-sa nell\u2019attuazione di nuovi comportamenti neanche mai immaginati e alla disperata ricerca di certezze ipotizzate.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cChe cosa succeder\u00e0?\u201d Smarrimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli esseri umani, che macchine complesse\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Crediamo di avere delle certezze, ma in realt\u00e0 ci rifugiamo, in modo del tutto arbitrario, nella mera sensazione di avercele. Siamo certi che il nostro amico con il quale abbiamo appuntamento alle<\/p>\n\n\n\n<p>11.00 ci sar\u00e0. Ma \u00e8 proprio cos\u00ec? Chi ci d\u00e0 la certezza che non ab-bia avuto un imprevisto, che abbia dimenticato l\u2019appuntamento, che abbia avuto una disavventura o che non voglia pi\u00f9 vederci? Ma noi non ci pensiamo e diamo per certo che lui sar\u00e0 l\u00ec, al solito bar. Al momento della diagnosi la sensazione (arbitraria) della certezza del \u201cDomani chiamo Caterina\u2026 Ci vado il prossimo anno alle Maldive\u201d viene immediatamente meno. E l\u2019incertezza, per quanto sia reali-stica e inconsapevolmente accettata, spaventa, pietrifica, terrorizza. L\u2019ignoto intimorisce e disorienta. Il non sapere cosa ci sar\u00e0 domani, cosa accadr\u00e0 ci colloca in uno stato d\u2019allerta costante, a intensit\u00e0 variabile a seconda della propria sensibilit\u00e0, e pu\u00f2 far s\u00ec che ci si per-da nel labirinto della vita. Ignoto e incertezza sono ansiogeni e noi esseri umani, nel tentativo di ridurre l\u2019ansia provata, cerchiamo di programmare, organizzare, prevedere nella vana e irrealistica con-vinzione di poter \u201ccertamente\u201d controllare gli eventi futuri.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, anche Annalisa prova a ridurre l\u2019ansia dell\u2019incertezza del futuro proprio e dei suoi cari; spende ogni sua energia e capacit\u00e0, architettando in maniera rocambolesca un piano volto a creare punti fermi che sente sgretolarsi tra le dita.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPerch\u00e9, perch\u00e9, perch\u00e9?\u201d Rabbia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un\u2019ingiustizia! Non \u00e8 giusto che un essere umano debba soffri-re. Quando l\u2019uomo subisce, o percepisce, un torto prova rabbia. E la rabbia ha lo scopo evolutivo di indurci ad abbattere ci\u00f2 che si reputa responsabile dell\u2019ingiustizia subita. Il che, di fronte a una diagnosi, potrebbe essere funzionale se questo alimenta un\u2019energia bellicosa, utile a rafforzare la compliance terapeutica volta a rimuovere l\u2019osta-colo: la malattia.<\/p>\n\n\n\n<p>Vivere l\u2019ingiustizia del cancro, anche in modo indiretto, a livello psicologico determina anche un lento e continuo mancato ricono-scimento di s\u00e9; \u00e8 un vero e proprio attacco all\u2019identit\u00e0. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 caratterizzata dalla memoria di noi stessi nel corso del tempo e dalla percezione di s\u00e9 come diverso da altri, caratteristiche entrambi funzionali all\u2019autodeterminazione. Dunque, mi sento sempre io al ricordo di me stessa da piccola, per quanto ci siano non pochi cam-biamenti, e mi riconosco in alcuni aggettivi, ambiti di vita per me importanti che mi distinguono dagli altri; tutto ci\u00f2 mi permette di avere autodeterminazione, ovvero capacit\u00e0 di scegliere la direzione futura da seguire. La cicatrice della malattia minaccia tutto ci\u00f2! \u00c8 possibile sentirsi diversi da prima, fisicamente, nelle azioni, nei ruoli che nella vita vengono interpretati. Meno bello\/a di prima, pi\u00f9 ma-gro\/a, pi\u00f9 gonfio\/a, pi\u00f9 pallido\/a; meno capace a lavoro, nello sport o come genitore, come figlio\/a, come coniuge\u2026 ci si sente diversi.<\/p>\n\n\n\n<p>Annalisa percepisce questa sensazione di diversit\u00e0 da se stessa rispetto a prima della \u201ccicatrice\u201d; la odia e l\u2019accetta e la vive in vari modi spinta dal sentimento che in quel momento la nutre.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon ho pi\u00f9 voglia di\u2026\u201d Depressione.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo ingrato attacco all\u2019identit\u00e0, il mancato riconoscimento di s\u00e9, insieme all\u2019ansia, alla rabbia, alla sensazione di impotenza e alla paura costante di non lasciare traccia del nostro passaggio in questo mondo o di lasciare azioni incompiute e persone amate, a lungo an-dare deprime. Ed \u00e8 possibile sentirsi oscillati da un\u2019altalena emotiva, passando dall\u2019istinto di sopravvivenza che induce a ingurgitare vo-racemente tutto ci\u00f2 che la vita pu\u00f2 offrire, a momenti di arrendevole e profonda disperazione. Ma non siamo tutti uguali. I tratti tempera-mentali, la personalit\u00e0, il sostegno altrui, la solitudine, o la sensazio-ne di essa, fanno la differenza. Dunque, possiamo osservare persone che lottano senza riserva alcuna, altre che si arrendono ancor prima di intravedere la strada da intraprendere, alcune che si crogiolano nel dolore e altre ancora che \u201cballano\u201d un valzer emotivo intermittente, ognuno con i propri tempi e modalit\u00e0. La letteratura scientifica affer-ma che l\u2019accettazione della malattia, con tutto ci\u00f2 che ne consegue (compliance terapeutica, propositivit\u00e0, riduzione dello stress), \u00e8 fun-zionale a migliorare la qualit\u00e0 della vita durante la malattia, ma non esistono emozioni giuste o sbagliate da provare. Nessuno, a parte noi stessi, ha il diritto di giudicare ci\u00f2 che si prova.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c\u00c8 cos\u00ec! Affronter\u00f2 ci\u00f2 che verr\u00e0, nel frattempo vivo.\u201d Accettazione.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019accettazione della malattia, delle conseguenze e delle emozioni provate. Accettare quanto ingiusta e crudele sia quella cicatrice non \u00e8 cosa semplice; rappresenta un percorso a ostacoli che \u00e8 tuttavia possibile raggiungere. Accettare non significa smettere di soffrire, ma accogliere anche la sofferenza stessa. Significa anche ricorda-re di essere sempre la stessa persona che agisce diversamente, che vive diversamente, che appare diversa e integrare queste differenze nell\u2019immagine che abbiamo di noi stessi. E, soprattutto, significa non identificarsi con la malattia: io non divento il cancro, ma ho il cancro! Io sono sempre io.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel suo romanzo, Roberta \u00e8 stata capace di incarnare nel perso-naggio di Annalisa quel turbinio emotivo sopra descritto, disegnan-do in modo impeccabile il susseguirsi delle stesse e i cambiamenti nella percezione di s\u00e9 lungo la sua avventura. Il tutto \u00e8 narrato in modo passionale, veritiero e realistico. Ma quel \u00e8 la \u201cvera realt\u00e0\u201d di ci\u00f2 che si vive durante una malattia? Ognuno percepisce la propria. E tu, non sei curioso di scoprire la vera realt\u00e0 di Annalisa?<\/p>\n\n\n\n<p>IL PIACERE \u00c8 TUTTO IL MIO<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Resta di te<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Resta<\/p>\n\n\n\n<p>di te un\u2019immagine immobile<\/p>\n\n\n\n<p>il tuo sguardo<\/p>\n\n\n\n<p>di gelosi segreti baluardo attitudine<\/p>\n\n\n\n<p>a custodirli in silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta<\/p>\n\n\n\n<p>di te una parola invocazione ultima<\/p>\n\n\n\n<p>di possibilit\u00e0 antonima rimpianto perenne<\/p>\n\n\n\n<p>non lascia indenne.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta<\/p>\n\n\n\n<p>di te e carne e sangue mescolati<\/p>\n\n\n\n<p>a lacrime<\/p>\n\n\n\n<p>e per met\u00e0 al padre a questa carne<\/p>\n\n\n\n<p>a questo sangue Mio.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il piacere \u00e8 tutto il mio Gioia, tesoro mio, chiss\u00e0 come sarai cresciuta in tutti questi anni e chis-s\u00e0 se ti hanno mai raccontato qualcosa di me, di questa tua mamma che non ha fatto in tempo a viverti nemmeno un pochino, che ti ha messa al mondo, ti ha vista compiere i primi passi, fare i primi sor-risi, mettere i primi dentini, dire le prime parole\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E poi il destino ha deciso per lei.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Chiss\u00e0 come sar\u00e0 stato per te crescere senza di me, spero che le persone che io amai e che volevo fossero al tuo fianco in mia assenza abbiano colmato la mia mancanza; il senso di colpa mi accompagna in eterno, ovunque io sia finita, ma sappi, piccina mia, che non avrei mai voluto farti questo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La vita a volte non ti offre possibilit\u00e0 di scelta, lo fa lei al tuo posto e a noi comuni esseri mortali non resta che accettare quello che c\u2019\u00e8 dato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Se tutto \u00e8 andato come avevo previsto, ormai, sarai una donnina mentre leggi queste poche righe; in realt\u00e0 non ho molto da dirti, vorrei che per me lo avessero fatto i miei occhi, i miei abbracci, i miei gesti; non ho potuto farlo quanto avrei voluto. Ho consegnato questa lettera nelle mani di tuo padre afinch\u00e9 tu la leggessi non ap-pena fossi stata in grado di farlo solo per dirti quanto ti ho amato, quanto ti amo e quanto ti amer\u00f2 finch\u00e9 anche solo una particella di me, del mio essere, della mia anima rester\u00e0 nell\u2019universo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Volevo solo dirti questo piccola mia: ti amo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La tua mamma <\/em>Roberta Mormando<\/p>\n\n\n\n<p>I gradini di quei due piani mi passavano sotto i piedi uno per uno. La temperatura elevata dell\u2019edificio, unita allo sforzo fisico del salire le scale, mi facevano sentire cos\u00ec caldo che mentalmente mi ero gi\u00e0 denudata del cappotto ancor prima di entrare nella stanza, di attra-versare quei corridoi scarni di passare attraverso la porta antincendio che faceva accedere ai reparti, grigia, come grigie erano le pareti delle mura dalle quali ero circondata e che quasi mi sentivo venire addosso tanto era quel senso di cupo che suggerivano.<\/p>\n\n\n\n<p>I miei passi riecheggiavano in quel vuoto; un silenzio quasi sacro. Primo piano.<\/p>\n\n\n\n<p>Un cartello in plexiglas bianco fissato sulla porta recitava \u201cStrut-tura Complessa di Cardiologia\u201d: il reparto del cuore.<\/p>\n\n\n\n<p>A mente lucida questa disciplina non ha niente di romantico: la cardiologia \u00e8 una branca della medicina che si occupa dello studio, della diagnosi e della cura, farmacologica e invasiva, delle malattie cardiovascolari acquisite o congenite; ma bench\u00e9 oggi non vi siano dubbi sulla funzionalit\u00e0 di quest\u2019organo, o muscolo se proprio lo vogliamo chiamare per quello che \u00e8, niente \u00e8 pi\u00f9 capace di smuovere le montagne, niente \u00e8 stato pi\u00f9 ispiratore di ballate, cantate, sonetti e tragedie come un batticuore.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo questa versione assolutamente idilliaca del mal di cuore allora anch\u2019io ero cardiopatica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero una malata d\u2019amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio muscolo cardiaco era abituato a far frequenti giri sull\u2019al-talena dei sentimenti: andava su, pi\u00f9 su, e su, portato in alto dall\u2019ir-ruenza della passione, per poi precipitare gi\u00f9, e gi\u00f9, e ancora pi\u00f9 in gi\u00f9, spinto dalla forza della disperazione. Ora stavo attraversando di sicuro la fase dell\u2019avvilimento, perch\u00e9 bastava un qualunque evento che avesse un minimo di negativit\u00e0 per farmi piombare in uno stato depressivo per uscire dal quale non avevo altra scelta che restare a crogiolarmi per un paio di giorni nel mio brodo di dolore e afflizione: era una specie di catarsi, perch\u00e9 passati questi, avevo talmente pena di me stessa che in un impeto di orgoglio mi risollevavo dal mio cruccio decisa a dare la svolta decisiva alla mia vita.<\/p>\n\n\n\n<p>In questi ultimi cinque o sei anni ce ne saranno stati almeno un centinaio di quei tanto declamati giri di boa.<\/p>\n\n\n\n<p>Sembravo sempre tornare al punto di partenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma questa volta le cose dovevano per forza cambiare, la senten-za era stata espressa cos\u00ec chiaramente che ancora non sapevo come affrontarla, ma una cosa era certa: non avevo tutto il tempo che pen-savo di avere e in pi\u00f9 dovevo recuperare tutto quello perduto a rimu-ginare sul fare o non fare qualcosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Avrei fatto tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo piano.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cStruttura Complessa di Medicina\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Era l\u00ec che dovevo entrare: il pavimento sale e pepe mi confon-deva la vista mentre attraversavo tutto il corridoio che mi portava all\u2019ultima stanza; avevo quasi paura di passare quella soglia, perch\u00e9 non sapevo bene cosa mi aspettava, o meglio, avevo timore di trova-re la situazione peggiorata rispetto a come l\u2019avevo lasciata ieri.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ampolla dell\u2019ossigeno ribolliva come acqua sul fuoco, il tubi-cino trasparente da l\u00ec le arrivava fin dentro le narici dilatate: erano enormi a vederle da vicino, da fare impressione, e pensare che una con delle narici cos\u00ec avesse difficolt\u00e0 respiratorie sembrava un para-dosso: se non si assisteva a una delle sue crisi, non ci avrebbe cre-duto nessuno. Il corpo enorme, di lato, riempiva tutto il letto: la mia mano poggiata su quella pancia ciclopica sembrava cos\u00ec piccola da assomigliare a quella di un bambino, il viso gonfio e il doppio mento l\u2019avevano trasformata a tal punto da renderla irriconoscibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Era incosciente e non si rese nemmeno conto del mio arrivo, tan-to meglio, perch\u00e9 non sapevo ancora se avrei trovato il coraggio di dirle mai quello che ora stavo per dirle se lei mi avesse ascoltato lucida.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi uno scatto, forse di quelli che nel sonno ti danno l\u2019impressio-ne di precipitare nel vuoto, e si svegli\u00f2.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChi sei?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 sconfortante non essere riconosciute al primo colpo dalla pro-pria madre, anche se la considerazione del fatto che \u00e8 ceca da un occhio e non \u00e8 completamente lucida a causa dei farmaci rende la cosa pi\u00f9 sopportabile.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa, mamma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAh sei tu, non doveva venire Teresa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec? A me non ha detto niente. Come ti senti? Ti hanno fatto qual-che altro esame oggi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, solo il sangue.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE i dottori sono passati?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi hanno detto qualcosa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNiente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVediamo se domani mattina riesco a fare un salto io a parlare col primario. Anche per capire qualcosa di quello che hai avuto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEh! Che devi capire ormai, sto morendo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuesta frase te la sento dire da dieci anni tutte le volte che ti ricoveri e, considerando che ti fai ste villeggiature almeno tre volte l\u2019anno, diciamo che me l\u2019hai ripetuta almeno trenta volte.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abStavolta \u00e8 diverso, me lo sento.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che ero venuta a dirle lo avrei tenuto per me.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Il piacere \u00e8 tutto il mio<\/em><\/p>\n\n\n\n<h2>II<\/h2>\n\n\n\n<p>Avrei dovuto smettere definitivamente di fumare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ingiallisce i denti, invecchia la pelle, carbonizza i polmoni e fa brutte le dita. Ah! Pare che la nicotina sia notevolmente canceroge-na; quello stesso identico pensiero mi si ripeteva nella testa ogni-qualvolta compievo il gesto rituale di sfilare con pollice e indice della mano sinistra una sigaretta dal pacchetto morbido, quasi vel-lutato, e la portavo alle labbra. E poi farmi riscaldare dalla piccola fiammella, preludio di ben altro calore nella mia testa, con il freddo pungente che mi congelava il naso in quella sera di marzo, appena uscita dall\u2019ospedale; dovevo andare a casa, decidermi a tornare a casa, avevo chi mi aspettava, pure qualcuno in meno adesso. Uno in meno. E pure un pezzo grosso. Ma non era quello il momento di pensarci; la cosa che pi\u00f9 m\u2019innervosiva, invece, proprio in quel pre-ciso momento, era il pensiero di essere arrivata l\u00ec con un intento ed essere andata via senza aver nemmeno provato ad affrontare l\u2019argo-mento. Eppure erano due giorni che mi preparavo il discorso: nella mia mente avevo elaborato l\u2019esposizione perfetta, dal prologo alla conclusione, passando all\u2019esplicazione del problema con precisione chirurgica. Neanche se avessi dovuto vendere qualcosa, avrei potuto pensare di essere pi\u00f9 meticolosa: avrei dovuto enunciare il nuovo \u201cstatus\u201d della mia vita a mia madre come se avessi dovuto discutere della pi\u00f9 banale lista della spesa, e quindi, in teoria, avrebbe dovuto essere tutto, assolutamente semplice.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, naturalmente, al momento fatidico, mi erano mancate le parole. Come quando, per un esame universitario, mi preparavo alla per-fezione e poi, davanti alla commissione, finivo per fare una magra scena muta perch\u00e9 il terrore mi paralizzava pure la lingua. E cos\u00ec tor-navo a casa rabbiosa e frustrata. Ecco, quella era la precisa sensazio-ne nella quale mi trovavo, gli aggettivi che meglio impersonavano il mio stato d\u2019animo: la rabbia, infinita, perch\u00e9 mi sentivo investita di un destino terribile che non mi ero scelta, la frustrazione, perch\u00e9 impotente davanti a qualcosa di cos\u00ec ineluttabile contro la quale non potevo fare niente. Ma niente di niente di niente. Era la fine dei gio-chi per me, il fischio dell\u2019arbitro, la sirena nel campo di basket, il gong del ring di pugilato. La riga continua e sibilante sullo schermo del televisore alla fine delle trasmissioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mozzicone dell\u2019ultima sigaretta del pacchetto, fumato fino al fil-tro e buttato con rammarico e riluttanza per terra, e schiacciato sotto i piedi senza piet\u00e0. Strinsi le labbra e lasciai schioccare la lingua sotto il palato per assaporare ancora un poco il sapore amaro del catrame; ero quasi decisa ad andare via quando una figura alta di donna che avanza-va tutta trafelata e scoordinata, un cappotto a vestaglia color cammello abbottonato storto che tratteneva per met\u00e0 una massa di capelli scuri ispidi, attir\u00f2 la mia attenzione. Sembrava un treno in corsa e per un attimo pensai che a furia di stare immobile in quel largo spiazzo davan-ti all\u2019ingresso dell\u2019ospedale mi fossi camaleontizzata e confusa con il grigio delle mura e che la donna non mi avesse vista e avrebbe finito per investirmi. Mia sorella: quella persona di sesso femminile che ave-va entrambi i genitori in comune con un\u2019altra o pi\u00f9 persone. In questo caso con me. La sua corsa fin\u00ec esattamente davanti ai miei piedi e il suo alito caldo trafelato invest\u00ec la mia faccia a pochi centimetri dalla sua; \u00e8 sempre stata un tipo invadente, con la scusa del legame di sangue, e an-che quella volta il suo gesto, pure se casuale, non mi sembr\u00f2 da meno.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSei stata su da mamma?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChi, io? No, sono venuta qua a fumarmi una sigaretta.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abRisparmiati l\u2019ironia, tira dentro le unghie e smetti di affilarti i denti che io una domanda ti ho fatto solamente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe pure tu, che razza di domande che fai, Teresa? Secondo te cosa ci posso fare come una demente davanti all\u2019ingresso di un <em>Il piacere \u00e8 tutto il mio <\/em>ospedale con questo freddo? Certo che sono stata da mamma! Tu, piuttosto, che sei venuta a fare? Che tanto sei fuori orario e quando il reparto \u00e8 chiuso la sera non ti fanno entrare, a meno che non sia una moribonda mandata dal Pronto soccorso.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuanto sei brava a parlare: miss perfettina che giudica tutti; pro-va tu a gestire un marito, tre figli e una casa come i miei e fammi sapere, poi, se non ti viene un esaurimento nervoso da stress; tutta la mia vita \u00e8 una corsa fra scuola, palestra, casa, associazione\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOk, ok, penso che sia sufficiente come giustificazione, ma ti ri-cordo che anch\u2019io ho una figlia, anch\u2019io ho un lavoro e una casa da gestire, non pensare che il mio tempo sia pi\u00f9 lungo del tuo, che pure la mia giornata \u00e8 fatta di ventiquattro ore.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh, ma vai al diavolo! Dici bene: hai un lavoro che ti assorbe tutta la giornata e con questa scusa me la sono vista sempre io con mamma, la sua malattia, ogni volta che devo accompagnarla dai dot-tori, mettendo sempre, e dico sempre, da parte la mia di famiglia per fare il mio dovere di figlia, perci\u00f2, cara la mia donna in carriera saccente e fanatica, non venire a fare la predica a me per l\u2019unico, e dico l\u2019unico, giorno in cui ti sei concessa il lusso di perdere mezza delle tue preziosissime giornate di lavoro per venire da tua madre. Mi domando quale \u201ctragedia\u201d deve essere successa per farti smolla-re un giorno: cos\u2019\u00e8? Devi fare qualcosa per la tua preziosissima casa vetrina da rivista dell\u2019arredamento? No, perch\u00e9 solo una cosa del genere pu\u00f2 smuovere il tuo perfetto equilibrio familiare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Doveva aver esaurito il fiato. Perch\u00e9 quella vomitata di parole fin\u00ec con la stessa furia con la quale era cominciata, calando una col-tre d\u2019imbarazzo cos\u00ec fitta che me la sentivo premere in faccia fino a quasi soffocare, mentre rimanevo immobile a guardare mia sorella, di fronte a me, con il fiatone e l\u2019aria che si condensava in una nu-vola bianca per il gelo che ci circondava; quello stesso gelo che mi sentivo penetrare dalle unghie e fino al cuore. E che cosa le potevo dire? Cosa le potevo rispondere? Che s\u00ec, aveva ragione, che se quel-la sera ero riuscita ad andare da mia madre c\u2019era una ragione ben precisa? Che c\u2019era una motivazione talmente convincente che si era infiltrata nella piccola lesione dello specchio della mia vita e lo ave-va ridotto in mille pezzi? Perch\u00e9 in ogni cosa ha il suo punto debole, quella taccia impercettibile che una volta colpita, per te \u00e8 finita. Il mio tallone d\u2019Achille era il mio neo, una sentenza cos\u00ec chiaramente espressa in un referto medico che poco potevo contestare. Se avessi preso fiato anch\u2019io, come lei, forse anch\u2019io le avrei detto in faccia tutte queste cose; invece la mia bocca rimase serrata, a denti stretti, per non far sfuggire niente da quella lingua, oltre quelle labbra. Del resto bisognava essere ben allenati anche a saper spiattellare le cose che si pensano in faccia agli altri e lei, che mi ricordi, in tutti gli anni che possiamo aver passato insieme, non mi pare avesse avuto mai questa spiccata capacit\u00e0. Mi faceva venire in mente quei podisti di fortuna, poco allenati e ancor meno avvezzi alle maratone, che sfruttano forza e riserva d\u2019ossigeno allo start iniziale per poi cadere stroncati per aver dato fondo a tutto il fiato che avevano in corpo. Lei era una principiante. Io non dissi niente. Infilai le mani gelate nelle tasche del cappotto e strinsi forte il pacchetto vuoto delle sigarette fra le dita in una, e nell\u2019altra cominciai a giocare nervosamente con la rotella dell\u2019accendino. Avrei voluto un\u2019altra sigaretta, in quel mo-mento, anzi, ad avercela, l\u2019avrei presa addirittura a morsi.<\/p>\n\n\n\n<p>Sospir\u00f2 e sbuff\u00f2. Mi rispose con sospiro e sbuffo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVai da mamma che ti aspetta, tanto a te fanno passare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon hai nient\u2019altro da dire?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE che ti devo dire? Hai detto gi\u00e0 tutto tu. Ognuno vive nelle proprie convinzioni, pure tu. Vai, va\u2019.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La sera era silenziosa, poche auto in una mediocre e sconosciuta provincia amplificavano il suono dei tacchi dei miei stivali sull\u2019a-sfalto viscido di umidit\u00e0 mentre andavo verso il parcheggio; sen-tivo ancora lo sguardo di accusa di mia sorella premermi sul collo, che mi venne quasi naturale alzarmi il bavero per impedire a quelle stilettate di centrare il bersaglio. Quando le condizioni della tua esi-stenza cambiano, cambia anche la prospettiva da dove ti affacci a veder le cose: mi ero persa qualcosa, qualche passaggio, si era sma-gliato un anello della catena che teneva salda la mia famiglia e me ne rendevo conto solo in quel momento, perch\u00e9 avevo sbattuto la faccia sulla realt\u00e0. Ma ero troppo presa dal dolore della botta per pensare di dover far qualcosa per rimediare. Anzi, non dovevo rimediare a un bel niente. Oramai avevo la convinzione, e ce l\u2019ho tutt\u2019ora, che fosse la vita ad avere un conto in sospeso con me.<\/p>\n\n\n\n<p>E adesso avrei giocato con le mie regole.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero quasi arrivata alla macchina. Poi cambiai direzione ed entrai nel tabacchi.<\/p>\n\n\n\n<h2>III<\/h2>\n\n\n\n<p>Spesso mi sono chiesta come avrei reagito, un giorno, se mi fossi sco-perta gravemente ammalata. Ho sempre pensato che avrei confessato la cosa a tutte le persone che mi stanno vicino, per la naturale espansi-vit\u00e0 del mio carattere, perch\u00e9 la condivisione da sempre era un mezzo per lenire il dolore, invece mi ritrovai a dover fare i conti con qualco-sa di molto pi\u00f9 grande di quanto non avessi mai potuto immaginare e di difficile gestione soprattutto; avevo fatto esattamente l\u2019opposto.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 avevo cominciato a fare quello che tutti avrebbero fatto al mio posto: vivere.<\/p>\n\n\n\n<p>Vivere, per quello che mi restava, intensamente, appassionata-mente, incurante dei giudizi degli altri, che tanto, quando un giorno, anche se vicino, me ne sarei andata, neanche li avrei sentiti pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure era un ciclo di corsi e ricorsi: non facciamo niente di cos\u00ec nuovo che gli altri non abbiano gi\u00e0 fatto, passiamo una vita a cercare di essere politicamente corretti, di vivere nel \u201cquesto non si deve\u201d e \u201cquesto non si pu\u00f2\u201d fino al \u201coddio, per questo andr\u00f2 all\u2019inferno\u201d, fino a quando poi non cominci a quantificare il tempo che hai perso e ti rendi conto che era davvero tanto e cominci a mangiarti le mani fino ai gomiti perch\u00e9 altro non puoi recuperare: un po\u2019 come Pollici-no, quando si rende conto che le briciole che aveva disseminato per tracciare la via di casa sono state mangiate e non sa pi\u00f9 come tornare indietro e allora si inventa un\u2019alternativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti lo stesso medesimo errore. Tutti a cercare una possibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il resto del mondo pensava che io fossi completamente impazzi-ta, ma, se anch\u2019io mi fossi guardata dall\u2019esterno, mi sarei data della pazza, incosciente, spregiudicata, scriteriata: il sorriso mi accom-pagnava sempre, l\u2019innata capacit\u00e0 di prendere il lato positivo delle cose non mi ha abbandonata, ma i miei occhi sembravano spiritati, era come se avessi la febbre, quest\u2019ansia di vita mi assaliva e mi toglieva il respiro e allora urlavo, mi buttavo per terra, mi colpivo finch\u00e9 sapevo che non mi vedeva nessuno, perch\u00e9 una volta sfogata mi sarei calmata e sarei tornata a ragionare.<\/p>\n\n\n\n<p>Non volevo che nessuno sapesse.<\/p>\n\n\n\n<p>Non sopportavo l\u2019idea di vedere negli occhi degli altri compas-sione, compatimento, comprensione o partecipazione per un dolore che in realt\u00e0 non li riguardava per niente; compassione di che poi, o perch\u00e9, visto che del proprio destino nessuno sa nulla se non il sem-plice fatto che alla fine tutti dobbiamo tirare le cuoia, solo che io, a quanto pare, lo avrei fatto prima degli altri.<\/p>\n\n\n\n<p>E questa era una cosa che doveva interessare solo me.<\/p>\n\n\n\n<p>Odiavo pure il fatto che qualcuno potesse prendere per frasi fatte quello che dicevo; era sempre troppo facile immedesimarsi in realt\u00e0 che non ci appartengono e sentenziare senza avere le basi reali per farlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Avrei voluto essere una mosca per spiare tutti questi sapientoni in una situazione analoga alla mia: che grasse risate avrei potuto farmi.<\/p>\n\n\n\n<p>E cominciai pure a essere cinica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero cristiana e per onor di fede dovevo credere che ci fosse qual-cosa oltre la morte, ma ero anche abbastanza razionale da compren-dere che da sempre il divino aveva rappresentato l\u2019unico conforto per l\u2019uomo nei momenti di grande dolore: un po\u2019 come l\u2019uomo primitivo spaventato da lampi e tuoni al punto da attribuire la loro natura a qualche entit\u00e0 trascendentale, almeno fino a quando nei secoli non ha imparato che se non fosse per la presenza di ghiaccio nel cumulo-nembo, cio\u00e8 la nube temporalesca, e delle correnti ascensionali non ci sarebbe nessuna scarica elettrica a generarli. Ma mi piaceva pen-sare che ci sarebbe stato modo comunque di pensare a come avevo trascorso la mia vita terrena, cos\u00ec come mi piaceva l\u2019idea che avrei vissuto per sempre nel ricordo di tutti quelli che mi hanno amato.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora avrei potuto dire di essere immortale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero andata da mia madre convinta che le avrei detto la cosa, ma nel vederla mi sono resa conto che lei era gi\u00e0 troppo vecchia e presa da tutte le sue malattie per accollarsi anche questo dolore: seppur sapessi che lei avrebbe potuto morire da un momento all\u2019altro, date le sue condizioni, credo che per un genitore sia sempre terribile il pensiero che un figlio possa andarsene prima di lui da questo mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>La mia piccola Gioia.<\/p>\n\n\n\n<p>Avrei dovuto trovare qualcuno che meritasse di prendersi cura di lei al mio posto e non avevo molto tempo per farlo.<\/p>\n\n\n\n<h2>IV<\/h2>\n\n\n\n<p>Mentre giravo la chiave nella serratura di casa, nella mia testa gi\u00e0 si faceva strada l\u2019immagine apocalittica di quello che avrei trovato; mancavo dalle otto di quella mattina, il che voleva dire che erano passate quasi dodici ore senza che la mano di qualcuno passasse a riordinare lo scempio che avevo lasciato prima di uscire.<\/p>\n\n\n\n<p>Per qualche secondo mi assal\u00ec l\u2019ansia, e la paura, per tutti i rim-proveri che mi aspettavo di dover ricevere da mio marito: me lo ve-devo in salotto, in piedi, ad aspettarmi a braccia conserte, lo sguardo ostile carico di disapprovazione, elencarmi a muso duro tutta la lista delle cose non commesse e che una brava donna di casa avrebbe dovuto fare mentre io per l\u2019agitazione avrei cominciato a balbettare una scusa dietro l\u2019altra senza addurne una sola plausibile; poverino, non era colpa sua se da un giorno all\u2019altro mi ero trasformata da maniaca perfezionista dell\u2019ordine a vittima dell\u2019accidia pi\u00f9 profon-da e non sapeva darsi una giustificazione; avrei dovuto sforzarmi di essere pi\u00f9 credibile se non volevo creargli un esaurimento nervoso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quando la porta si apr\u00ec, furono invece il buio e il silenzio ad accogliermi, e l\u2019ansia si dissolse.<\/p>\n\n\n\n<p>Ferdinando non poteva esserci. Se ne era andato via di casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Aveva rinunciato a capire, e io lo avevo lasciato andare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora non lo sapeva, ma gli avevo fatto un favore e alla fine se ne sarebbe reso conto.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo passato anni a mantenere il controllo di tutta la mia vita, a pianificare ogni singolo evento della mia esistenza, a osservare con dovizia il percorso entro binari stabiliti, adesso non ero neppure riuscita a mantenere in piedi il mio matrimonio: otto anni trascinati alla deriva in meno di due mesi, il fallimento pi\u00f9 imprevedibile che avrebbe potuto mai verificarsi; il mondo mi si stava sgretolando in-torno come la calce che si stacca dai muri, diventando polvere che si disperde col vento e ti lascia solo le dita sporche per ricordo.<\/p>\n\n\n\n<p>E io non potevo farci proprio niente. Anzi, non volevo farci proprio niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sentivo cos\u00ec bene ora che mi ero finalmente liberata di tutti quei paletti di delimitazione che i sensi di colpa mi duravano giusto il tempo di un pensiero, fino a che mi ricordavo che adesso ero io ad avere un conto in sospeso con la vita. Quella bastarda, ora ce l\u2019aveva bello grosso il debito con me: tirarmi un colpo cos\u00ec basso; \u00e8 vero, non siamo immortali, ma nessuno si abitua all\u2019idea di dover mori-re, figuriamoci rassegnarsi a farlo poco pi\u00f9 che trentenni. C\u2019era da uscirne veramente pazzi. L\u2019unica motivazione a mantenere la lucidi-t\u00e0 era di lasciare questo mondo non prima di aver trovato chi avrebbe preso il mio posto, per il resto stavo attraversando giornate difficili senza che nulla mi travolgesse, in altre parole me ne strafottevo e mi godevo i miei attimi in pieno, secondo dopo secondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure sapevo bene che questo mio rimanere impalata non sareb-be durato molto e che prima o poi sarebbe arrivata la raffica di vento a scuotermi e a strapparmi dall\u2019albero.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto stava a non sapermi far cogliere impreparata.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel togliermi le scarpe provai puro piacere fisico, poi suon\u00f2 il campanello e scalza andai alla porta.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAlla buon\u2019ora. Non credi di approfittare un po\u2019 troppo della mia disponibilit\u00e0?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il sorriso che mi fece sment\u00ec la severit\u00e0 di quello che mi disse.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSono appena arrivata, sono anche passata dall\u2019ospedale, giuro che sarei salita da te entro due minuti.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh non ne dubito, fossi in te io morirei dalla voglia di tornare a casa solo per avere un suo sguardo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec dicendo mi pass\u00f2 fra le mani un fagotto di dodici chili di peso per quindici mesi che mi guardava sorridendomi a bocca apertamettendo in mostra la sua scarna dentatura, tendendomi le braccia e sbattendo coi piedini per l\u2019ansia di essere presa.<\/p>\n\n\n\n<p>Gioia.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia piccola, tenera, meravigliosa Gioia. Come avrebbe fatto senza la sua mamma.<\/p>\n\n\n\n<p>Speravo davvero che la morte fosse come un interruttore, che una volta posizionato su \u201coff\u201d facesse spegnere tutto, sentimenti e ricordi compresi. Altrimenti il dolore della nostalgia mi avrebbe tormentato per l\u2019eternit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>E sarebbe stato come morire due volte.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abComunque sta\u2019 tranquilla perch\u00e9 siccome penso che il fatto di esser stata in ospedale sia gi\u00e0 una delle peggiori pene da auto inflig-gersi, per stasera ti risparmio.\u00bb Anna.<\/p>\n\n\n\n<p>Con quel suo modo cos\u00ec gentile da distogliermi dai tremendi pen-sieri che avvolgevano la mia mente; sperai che il mio sguardo le trasmettesse tutta la mia gratitudine, non solo per quella sera, ma per tutto l\u2019appoggio che mi aveva dato in quel periodo: aveva intuito che c\u2019era qualcosa di grave, ma la sua intelligenza sensibile le aveva suggerito di non chiedere, di non forzare la mano, e io le ero ricono-scente. Prima o poi sentivo che mi sarei confidata, anche perch\u00e9 non avrei potuto portare questo fardello da sola troppo a lungo, ma anco-ra non mi sentivo pronta: dovevo prima capacitarmene, farmene una ragione, rassegnarmi io.<\/p>\n\n\n\n<h2>V<\/h2>\n\n\n\n<p>Ferdinando mi aveva sempre presa in giro per la scottatura che ave-vo preso al polpaccio quasi pi\u00f9 di otto anni prima: mi diceva sempre, almeno una volta la settimana e sempre in occasione di qualche rim-provero che era solito farmi riguardo la troppa espansivit\u00e0 del mio carattere \u00abvolevi fare la splendida, poi mi hai visto e non hai capito pi\u00f9 niente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>In un certo senso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero arrivata a ridosso della spiaggia con la mia moto e senza scen-dere mi ero sporta per guardare dove si fosse posto con asciugamano e ombrellone per parcheggiare quanto pi\u00f9 vicino e per controllare il mio bolide: ero innamorata di quella moto e avevo il terrore che me la rubassero ogni volta che la lasciavo in qualche posto. Trovandomi in sostanza sulla sabbia con le ruote, non mi resi conto che il movi-mento del corpo faceva perdere l\u2019equilibrio al mezzo e cos\u00ec feci il primo movimento che l\u2019istinto mi sugger\u00ec ossia stringere le gambe. Peccato che fossi con i pantaloncini e la marmitta bollente mi pro-cur\u00f2 in pochi attimi un\u2019ustione considerevole al polpaccio destro.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019incoscienza giovanile fece il resto cosicch\u00e9, invece di darmi da fare per cercare una farmacia per disinfettarmi e bendarmi la brucia-tura, pur di non perdere la mia giornata in sua compagnia esposi la mia ferita all\u2019acqua di mare e alla sabbia, dovendola poi curare nei giorni a seguire con quintali di pomata antibiotica.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo che quel neo non era pi\u00f9 tornato normale.<\/p>\n\n\n\n<p>E io, stupida, superficiale, non mi ero mai accorta dei suoi cam-biamenti nel corso di quegli anni fino a due mesi fa, quando, dopo aver passato un\u2019intera notte a grattarmi il polpaccio pensando al morso di una zanzara, non mi resi conto di una crosticina che si era formata sul neo, che vedevo pi\u00f9 grande con quei suoi bordi frasta-gliati, e delle lenzuola sporche di sangue, che era probabile fosse uscito dalla pelle lesionata. Il campanello d\u2019allarme mi era suona-to all\u2019improvviso nella mente e lo sguardo preoccupato del medico mentre esaminava quel lembo di pelle mi fece sorgere un presen-timento non proprio felice che il dermatologo ci mise ben poco a confermare dopo la visita con il dermoscopio. Eppure mantenne il riserbo sul sospetto melanoma fino a quando l\u2019asportazione escis-sionale del neo e l\u2019esame istologico al microscopio ottico non lo trasformarono in certezza. Quando fai un brutto sogno, a un certo punto, mentre stai dormendo e hai la tachicardia per il terrore di quello che stai vivendo nell\u2019incoscienza, una voce all\u2019interno della tua stessa mente ti tranquillizza sul fatto che quello che stai vivendo non \u00e8 reale e che quindi non c\u2019\u00e8 motivo di avere paura. Quanto avrei desiderato in quel momento quella voce che mi dicesse \u201ctranquilla, \u00e8 solo un sogno e adesso ti sveglierai.\u201d Ho ascoltato la sentenza del dottore, le prescrizioni sull\u2019intervento che avrei dovuto subire e la terapia da seguire, mi sono alzata dalla poltrona, gli ho teso la mano in senso di saluto, con lo sguardo fisso al pavimento guardandolo solo di sfuggita mentre mi giravo verso la porta, e non perch\u00e9 temes-si un confronto di sguardi, ma perch\u00e9 ero ancora troppo incredula per fissare la sua faccia da cane bastonato. \u201cNon fingere stronzo, lo so che non te ne frega un cazzo che tanto mi conosci a malapena, te l\u2019appiccichi di copione in faccia quella maschera.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Quella stramaledettissima fottuta voce non arrivava.<\/p>\n\n\n\n<p>Camminai verso il parcheggio incurante di tutto quello che mi passasse intorno, non vedevo le persone, a pi\u00f9 di qualcuna finii ad-dosso ricevendo in cambio pi\u00f9 di qualche improperio. Iniziai a reci-tare nella mente un ritornello che mi confortasse, mi tranquillizzas-se: \u201cNon \u00e8 vero, non \u00e8 niente vero, \u00e8 solo un sogno\u201d. Fin quando non arrivai alla macchina, aprii lo sportello, mi sedetti ed congiunsi le mani sul volante e poi ci appoggiai anche la testa.<\/p>\n\n\n\n<p>E finalmente erano arrivate anche le lacrime.<\/p>\n\n\n\n<p>Come un\u2019esplosione, a singhiozzi violenti, e avevo gridato, urla-to e picchiato forte con i pugni quello sterzo finch\u00e9 non mi accasciai come un palloncino sgonfio sul sedile affianco. Aveva cominciato a piovere fortissimo: avevano finito i miei occhi e aveva cominciato il cielo; mi sembrava quasi un segno. Quella stramaledettissima fottu-ta voce non era arrivata.<\/p>\n\n\n\n<h2>VI<\/h2>\n\n\n\n<p>Il gel conduttore freddo a contatto con la mia pelle calda mi fece venire i brividi.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019infermiera muoveva il manipolo a ultrasuoni a destra e a sini-stra sullo sterno, sotto il mio seno, alla ricerca di eventuali metastasi regalatemi dal mio melanoma, ma la sua faccia non tradiva alcuna emozione, neppure un piccolo battito di ciglia che comunicasse che ci avesse trovato qualcosa, n\u00e9 io ci capivo granch\u00e9 di quelle immagini in bianco e nero che vedevo sul monitor affianco al lettino. Il giorno prima mi avevano eseguito una radiografia toracica, sempre per lo stesso motivo credo, e quello prima ancora mi avevano ricoverato, in un reparto di oncologia, dove il massimo che potevo fare con le altre tre \u201ccompagne\u201d di stanza era tirarcela a chi stava peggio. Non mi ero mai sentita pi\u00f9 patetica di cos\u00ec. Il tempo di un\u2019ecografia \u00e8 circa dieci minuti: in quei seicento secondi mi sono arrivate alla mente, momento per momento, tutte le fasi succedutesi da quando mi ero accorta di quel neo anomalo: la prima visita dal dottore con l\u2019osser-vazione al microscopio; un paio di giorni dopo, in ambulatorio, mi era stato asportato tutto il neo con un paio di millimetri di pelle sana per sostenere l\u2019esame istologico; tempo due settimane ed era arriva-to il responso positivo della biopsia; un\u2019altra ancora per fare in day hospital l\u2019asportazione radicale di tutta la neoplasia. Essendo la mia di spessore di poco inferiore ai due millimetri l\u2019intervento si \u00e8 \u201climi-tato\u201d ad asportare un centimetro di cute sana oltre a quella maligna. Il muscolo me l\u2019hanno lasciato integro. Altri dieci giorni per avere la felice notizia che il linfonodo sentinella era risultato positivo per micrometastasi ed ero finita quindi nuovamente sotto i ferri per farmi asportare chirurgicamente tutto il pacchetto linfonodale, cio\u00e8 tutti i linfonodi vicini e a valle il sentinella, che comunicano con lui. Mi ci son voluti un po\u2019 di giorni per riprendermi dall\u2019edema che ne era con-seguito, ma l\u2019effetto da rincoglionita dovuto a tutti gli antidolorifici dei quali avevo abusato non mi era proprio dispiaciuto; se fossi stata pi\u00f9 lucida, avrei avuto modo di rimuginare di pi\u00f9 sulla grandezza di quello che mi stava capitando e forse avere dalla mia uno stato di semincoscienza mi aiutava a vivere il dramma con pi\u00f9 leggerezza. Se mai fosse stato possibile viverlo con leggerezza. A poco pi\u00f9 di un mese dall\u2019inizio di questa storia avevo una diagnosi pi\u00f9 o meno pre-cisa: melanoma al terzo stadio, non avevo metastasi in transit; quindi questo ricovero per raggi ed ecografia dovevo presumere che servisse a scongiurare definitivamente la loro proliferazione nei miei organi. L\u2019intervento radicale era andato bene, avevo circa il cinquanta per cento di possibilit\u00e0 di recidiva, ma io sono sempre stata ottimista e anche questa volta avevo intenzione di vedere il bicchiere mezzo pie-no, a dispetto dei presupposti. Paradossalmente la cosa pi\u00f9 difficile da fare in quel mese non era stata affrontare la malattia, ma nascon-dere il tutto a Ferdinando, e non solo a lui, gestire la piccola Gioia senza che tutte queste novit\u00e0 disturbassero il suo equilibrio, giusti-ficare le assenze da lavoro in maniera adeguata e quelle da casa in modo credibile, anche se quest\u2019ultima cosa non mi riusciva granch\u00e9 bene, devo dire, viste le discussioni colossali che si succedevano ogni giorno. Per questo ricovero mi ero inventata un esaurimento nervoso dell\u2019ultimo minuto e soltanto la sera prima lo avevo avvisato del fatto che avrei lasciato lui e la bambina per quattro giorni. All\u2019inizio ave-va pensato a uno scherzo, poi, una volta vista la valigia sul letto, mi aveva inseguita per tutta casa chiedendomi spiegazioni e cercando di dissuadermi fin quando si era fermato all\u2019improvviso, al centro della sala da pranzo e, come illuminato, aveva esclamato: \u00abTu da un mese a questa parte ti comporti in modo assurdo, c\u2019\u00e8 un altro?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cS\u00ec, il melanoma!\u201d pensai rabbiosa. Invece scoppiai a ridere cos\u00ec forte che lui rimase a bocca aperta mentre mi avvicinavo e abbrac-ciandolo gli diedi un bacio sulle labbra. Risi fino alle lacrime. Lui, ovviamente, non cap\u00ec e rimase interdetto in silenzio ad assistere al mio sfogo ridarello: la mattina dopo alle 6 ero gi\u00e0 fuori di casa men-tre lui e Gioia ancora dormivano. Confidavo in Anna.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019infermiera aveva finito e mi porse un po\u2019 di carta per farmi asciugare.<\/p>\n\n\n\n<h2>VII<\/h2>\n\n\n\n<p>Il principio della fine era cominciato proprio il primo giorno che ero stata dal dottore. Ma quella sera non potevo ancora rendermi conto della gravit\u00e0 della cosa alla quale stavo scavando le fondamenta; mentre guidavo tornando verso casa mi rimbalzavano nella testa le parole del mio dermatologo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa, purtroppo questo neo non promette niente di buono: gi\u00e0 il fatto che, come mi dici tu stessa, sia aumentato di volume quasi senza che tu te ne sia resa conto, e quindi io penso abbastanza velocemente, abbia questa forma piuttosto irregolare e neppure il co-lore uniforme, tutto questo fa pensare a una trasformazione in senso neoplastico e questo sanguinamento, queste crosticine, non fanno che avvalorare la mia tesi. Dobbiamo asportarlo il prima possibile e farlo esaminare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Mi aveva fissato appuntamento dopo due giorni in ambulatorio; io non vedevo l\u2019ora di correre a casa, riprendermi Gioia da Anna, aspettare che tornasse Ferdinando e buttarmi nelle sue braccia per farmi consolare un po\u2019: avevo bisogno che mi dicesse di non aver paura, che sarebbe andato tutto bene, che ci avrebbe pensato lui e io non avrei avuto subito pi\u00f9 paura. Invece Gioia non era pi\u00f9 da Anna:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 venuto Ferdinando quasi due ore fa a riprendersela, non ti ha avvisato di esser gi\u00e0 tornato?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Evidentemente no. Gi\u00e0 il solo fatto che il mio programma stesse cominciando a saltare port\u00f2 al parossismo il mio sistema nervoso e la paura, il tremore avevano cominciato a trasformarsi in rabbia cieca, che non aveva in realt\u00e0 ragione di esistere. Aprendo la por-ta di casa non sentii alcuna voce provenire dalle altre stanze, quasi stessero dormendo, eppure non erano neanche le 9; nel corridoio in-ciampai nella palla di stoffa con i sonaglietti di mia figlia; affaccian-domi in cucina notai la sola luce sotto la cappa accesa, un posto a tavola apparecchiato e consumato con i piatti sporchi lasciati sopra, il sediolone sudicio di pappa e il bicchiere di succo rovesciato: un campo di battaglia. La puzza che mi assal\u00ec in bagno, quando entrai per sciacquarmi il viso affinch\u00e9 l\u2019acqua fresca sbollisse la mia ira mi fece intendere che Gioia doveva essersi impegnata parecchio nel suo bisognino quella sera, lo stesso impegno che ci aveva messo mio marito a non chiudere quella fogna che era diventata la pattumiera; spazzolino abbandonato sul lavandino, dentifricio spremuto dal cen-tro lasciato senza tappo. Esasperata, uscii dal bagno e andai verso la stanza da letto; arrivata alla porta, mi fermai sulla soglia, entrambe le mani appoggiate alla cornice a sorreggermi il mento, mentre os-servavo le immagini che mi apparvero nella penombra: le uniche fonti di luce a illuminare la stanza buia provenivano dalla stellina luminosa della giostra sopra la culla di Gioia e dalla lucina notturna nella presa affianco al comodino di Ferdinando; la bimba dormiva pancia sotto, le gambette rannicchiate al petto e le manine ai lati del viso e nel sonno succhiava a intermittenza il suo ciuccio; quella visione dilegu\u00f2 in un istante la mia rabbia e nella testa mi balen\u00f2 per un attimo l\u2019idea che se le ipotesi del dottore si fossero rivelate esatte sarei potuta morire e non stringere pi\u00f9 quel fagotto morbido della mia bimba. Le lacrime cominciarono a pizzicarmi gli occhi mentre un nodo alla gola mi bloccava la salivazione. Poi lo vidi. Il mio uomo, il mio compagno, quello dal quale ero corsa a casa a farmi consolare, rassicurare, tranquillizzare: russava in modo a dir poco scandaloso, con la bocca aperta, anche lui pancia sotto, una mano sotto al cuscino, una gamba tirata al petto, la negazione della virilit\u00e0. Sicuramente era arrivato distrutto da lavoro, altrimenti non sarebbe crollato in quel modo, ma in quel momento io vedevo solo l\u2019insensi-bile che non mi aveva avvisato, che non mi aveva aspettato, che non mi aveva consolato. E di nuovo divenni una furia rabbiosa. Presi il mio cuscino e lo percossi in testa con violenza: stordito, si svegli\u00f2 immediatamente e si mise a sedere sul letto e mi rivolse uno sguardo a met\u00e0 fra lo sgomento e l\u2019interrogativo mentre con una mano si massaggiava la testa dove il cuscino l\u2019aveva colpito. Mi girai e uscii dalla stanza sapendo che, dopo un attimo di stordimento, mi avrebbe seguito. Lo aspettai in cucina, nel regno del caos, fra piatti e scodelle sporche e pappette versate.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGrazie della considerazione!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGrazie di avermi avvisata che tornavi prima, grazie di avermi avvisata di aver preso Gioia, grazie della merda che mi hai fatto trovare in casa!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa tu non sei normale! Non solo ti ho evitato la fatica di far addormentare tua figlia, sapendo che saresti tornata stanca dal lavo-ro, mi devo pure sentire accusato se crollo di stanchezza, che? Non sono neanche libero di dormire se ho sonno adesso? Ci manca pure che ti devo chiedere il permesso! Se stai nervosa vatti a fare un giro e rinfrescati le idee!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abStai tranquillo che \u00e8 quello che faccio adesso, e vedi di non farmi trovare \u2019sto porcile quando torno, che io non sono la tua schiavetta!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, tu sei una fissata esaurita e basta! Vai va\u2019, prima che si sve-gli pure tua figlia!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Gli passai affianco senza guardarlo e con un braccio lo spostai con violenza dalla porta diretta verso l\u2019ingresso e prima di uscire, con la maniglia stretta fra le dita, gli dissi:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Mia <\/em>figlia \u00e8 pure <em>tua <\/em>figlia, quindi non fai favore a nessuno nel farla addormentare, \u00e8 pure dovere tuo!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il portone fu sbattuto cos\u00ec forte che dubito che mia figlia abbia continuato a dormire.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>VIII<\/p>\n\n\n\n<p>Limone verde, menta, zucchero di canna; le mani pestavano con de-cisione gli ingredienti nel bicchiere. Ghiaccio, rum bianco, acqua tonica; i miei occhi avevano seguito quell\u2019operazione gi\u00e0 due volte da quando mi ero seduta su quello sgabello di fronte al barman, in entrambi i casi poi il bicchiere era stato posato davanti a me affinch\u00e9 potessi dissetarmi di quel liquido forte e, allo stesso tempo, dolce e fresco. Le mie labbra e la mia gola secche e aride accoglievano bene quel contrasto e la mia mente cominciava a entrare in quello stato di torpore tipico del consumo di superalcolici.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMoijto. Non male come scelta per il fegato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Con estrema lentezza riportai il bicchiere dalle mie labbra al ban-cone e girai il mio sguardo da gattamorta migliore che possedessi in direzione della voce.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPensi che bersi cinque birre di filato sia pi\u00f9 salutare?\u00bb L\u2019uomo sorrise: una bella bocca, con denti bianchi e dritti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAndrea.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, non lo penso, cercavo giusto il pretesto per attaccare botto-ne senza essere banale.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTipo \u201cCiao, bella, ma non ci siamo gi\u00e0 visti da qualche parte?\u201d\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTipo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Sorrisi che era quasi una smorfia, poi riportai il bicchiere alle labbra.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon sono dell\u2019umore adatto a conversazioni cordiali.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGiornata storta?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Vediamo, mi avevano appena diagnosticato un sospetto melano-ma, entro due giorni mi avrebbero scavato un buco nella pelle, avevo appena mandato a fanculo mio marito.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDirei, abbastanza.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEh s\u00ec, sicuramente non sei particolarmente loquace, peccato: l\u2019occasione di fare due amabili chiacchiere con la pi\u00f9 bella donna seduta in questo locale \u00e8 sfumata.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Mi diede le spalle rigirandosi sullo sgabello.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSolo se mi offri il terzo giro e mi accompagni nel farlo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFacci altri due moijto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora che?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCos\u2019\u00e8 che \u00e8 andato cos\u00ec storto da essere irrimediabile? Qualun-que cosa, solo alla morte non c\u2019\u00e8 rimedio, come dice mia madre.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Credo che tutto il bar si fosse girato per cercare di capire di chi fosse quella risata squillante e stridula che riecheggiava nel locale; ma in un certo qual modo divenne contagiosa, perch\u00e9 nell\u2019arco di due minuti si unirono alle risate sia il mio interlocutore che il barista.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPoi mi dici cosa c\u2019era di tanto divertente in quello che ti ho det-to, intanto salute.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh, s\u00ec, alla tua.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Di sicuro le notizie ricevute nel pomeriggio mi avevano sconvol-ta non poco, sfiderei chiunque a rimanere impassibile, ma tutto quel trangugiare alcool non giovava di sicuro alla mia lucidit\u00e0 n\u00e9 alla mia capacit\u00e0 di giudizio; queste, per\u00f2, sarebbero state delle giustifica-zioni valide all\u2019indomani della serata, quando mi sarei resa conto di aver innescato un meccanismo di reazione dal quale non potevo pi\u00f9 tirarmi fuori. Perch\u00e9 non avrei mai pi\u00f9 potuto ignorare quello che avevo fatto. Andrea era davvero bello: occhi di un azzurro cos\u00ec pro-fondo da sembrare blu; ma era il modo in cui mi guardavano quegli occhi che mi turbava di pi\u00f9: sorridevano sincronizzati alle sue labbra ed era uno sguardo ammirato quello che mi rivolgeva; in un\u2019altra si-tuazione avrei abbassato lo sguardo intimidita, ma non quella volta: lo ricambiai con la stessa ammirazione e quel suo modo di sfiorar-mi appena mentre mi parlava a distanza ravvicinata mi eccitava; mi sentivo bella, piena di quella bellezza che in qualche angolo della mia mente sapevo gi\u00e0 che sarebbe sfiorita ben presto a causa della malattia. La paura paradossalmente non fece che aumentare la mia eccitazione, rendendomi pi\u00f9 disinibita, mentre anch\u2019io usavo la scu-sa della folla attorno a me per sfiorarlo mentre avvicinavo le labbra al suo orecchio per fargli sentire meglio quello che gli stavo dicendo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abUsciamo a prendere un po\u2019 d\u2019aria che qui si soffoca.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Appoggiato il mio bicchiere al bancone, ormai pieno solo di ghiaccio, lo sostitu\u00ec con la sua mano, mentre mi trascinava via da quel carnaio con la testa leggera e gli occhi appannati.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019aria gelida mi prese quasi a schiaffi e sminu\u00ec un poco l\u2019effetto dell\u2019alcool.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCredo che sia il caso che me ne vada, prima di fare qualche fesseria.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Gli vidi socchiudere gli occhi, quasi a porsi una muta domanda, ma non comment\u00f2 la mia frase.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi accompagno alla macchina per\u00f2, non \u00e8 il caso camminare a quest\u2019ora da sola per strada.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La donzella impavida in pericolo l\u2019aveva trovata. Glielo lasciai fare, una piccola attenzione che non mi era rivolta da secoli, e a me gi\u00e0 veniva alla mente il sospetto di aver sprecato un sacco di tempo a far finta che certe cose non mi mancassero. Di nuovo, per un attimo, mi assal\u00ec il terrore al pensiero che forse non avrei avuto abbastanza tempo per recuperare, cos\u00ec accelerai il passo quasi a mettendomi a correre, nell\u2019insana convinzione che da quell\u2019esatto momento avrei cominciato a farlo. Presi le chiavi della macchina dalla borsa e mi girai indietro verso Andrea per salutarlo: era rimasto qualche passo dietro di me, forse colto alla sprovvista dalla mia corsa: la sua bel-lezza, cos\u00ec sfrontata risaltava pure al buio e quasi m\u2019infastidiva.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChi esprime le sue paure \u00e8 perch\u00e9 involontariamente chiede aiu-to per superarle.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Aggottai la fronte a chiedergli cosa volesse dire.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPaura di fare fesserie, come questa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Con lentezza, forse per darmi possibilit\u00e0 di oppormi, pos\u00f2 le mani sulle mie spalle e mi spinse verso la macchina: io vidi il suo viso av-vicinarsi al mio, toccai il suo corpo incollato al mio, assaporai la sua lingua sulle mie labbra, dentro la mia bocca, ascoltai il sangue scor-rere rapido nelle mie orecchie. Nessuna resistenza. Avevo ottenuto esattamente quello che avevo cercato.<\/p>\n\n\n\n<p>IX<\/p>\n\n\n\n<p>Andate a farvi fottere.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovevo morire, non mi dovevo giustificare con nessuno. Dovevo pensare solo a Gioia, dovevo cercare di lasciarle qualco-sa di buono di me: sicuramente un\u2019altra madre, un\u2019altra che avesse potuto amarla almeno un millesimo di come la amo io, e non pensa-vo minimamente a mia sorella, quella era pi\u00f9 arida di una foglia sec-ca, di un campo crepato dal sole, e, non me ne voglia, non pensavo si amasse molto lei stessa. Io ce l\u2019avevo gi\u00e0 in mente la persona perfet-ta; l\u2019ho sempre avuta a un passo da me, dolcissima, disponibile, bel-la. Fossi stata uomo, me ne sarei potuta innamorare e volevo sperare che la vicinanza forzata non volesse far capitolare anche Ferdinan-do, una volta che si reso conto di stare davvero meglio senza di me. S\u00ec, perch\u00e9, se fossi stata un uomo, ripeto, avrei voluto al mio fianco una meno complicata di me, una con il cervello con funzione azione reazione diretta, non come me che faceva mille giri di sinapsi e poi concludeva sempre il contrario di quello che ci si sarebbe aspettato. Avrei voluto fare tante cose e invece avevo lasciato sempre tutto a met\u00e0: uno spreco di energie immenso che se fosse stato indirizzato verso uno dei tanti scopi che mi ero prefissata nella vita avrebbe dato qualche risultato. Invece per ogni cosa, ogni singolo evento che mi si manifestava diventava un dubbio amletico senza possibilit\u00e0 di soluzione: codarda dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli, incapace di prendere coraggio e affrontare scelte che non avevano l\u2019approvazione degli altri, un\u2019insicurezza patologica direi, nascosta dietro una facciata di solarit\u00e0 e finta spavalderia.<\/p>\n\n\n\n<p>Misera.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi ritrovavo con un pugnetto di sabbia in mano che pian piano mi stava fuggendo pure dalle dita. E l\u2019uomo forte che speravo di aver trovato, che avrebbe portato il peso della mia insicurezza sulle sue spalle, quello contro il quale mi sarei potuta poggiare sicura di essere sorretta, quello che mi avrebbe condotta sottobraccio contro le difficolt\u00e0 della vita, dov\u2019era? Se avessi potuto rinascere, avrei vo-luto poter fare scuola di questa esperienza e imparare a pretendere dalla vita quello che desidero, a chiedere a voce alta quello che vo-glio e non pi\u00f9 giustificare il comportamento degli altri come spin-ti dal dovere e dalla concretezza. Avrei voluto amore, attenzione, dedizione, cura, sentirmi dire che son brava senza essere giudicata superficiale perch\u00e9 ci sono cose pi\u00f9 importanti come il condurre una vita decorosa. Andate a farvi fottere, voi e il decoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse questa rabbia fra un po\u2019 di tempo sarebbe andata scemando; per il momento mi arrogavo del diritto di essere incazzata.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovevo fare testamento: lo dovevo fare perch\u00e9 non dovevo per-mettere a nessuno di prendere decisioni contro la mia volont\u00e0, alme-no una volta nella vita, pure se dopo morta. Credevo che le ultime volont\u00e0 avessero valore assoluto dal punto di vista giuridico: bene, sapevo io chi avrebbe dovuto prendersi cura di Gioia dopo di me, in-sieme a suo padre, naturalmente. Sembra incredibile, ma c\u2019\u00e8 sempre un risvolto positivo, in tutto quello che ci accade, anche in questa storia dove tutto era nero come la pece, come il buio eterno che si-curo mi doveva avvolgere: per la prima volta ero determinata, avevo uno scopo ben preciso da raggiungere, sicura; poco male se questa sarebbe stata l\u2019unica volta che sarebbe successo e se per raggiungere questo grado di maturit\u00e0 stavo passando attraverso la malattia, la morte. All\u2019epoca, Gioia era troppo piccola, ma volevo che una volta donna avesse ben chiaro tutto quello che sua madre aveva fatto af-finch\u00e9 potesse avere intorno solo persone che la amassero e che non le facessero sentire la mia mancanza; speravo che lei diventasse tutto il mio contrario, che crescesse una persona forte, capace di mettere il mondo ai suoi piedi, di conquistarsi il posto che desiderava avere nella vita, che fosse sempre felice. Se cos\u00ec non sarebbe stato, avrei fatto di tutto per tornare su questa terra e vendicarmi, e sarei stata il peggior incubo di tutti quelli che avrebbero ostacolato la sua vita. Era una settimana che ero tornata a casa dopo il ricovero in ospeda-le. Era una settimana che davo di matto e pensavo che una di queste sere Ferdinando uscisse da quella porta per non tornare pi\u00f9; stavo mettendo a dura prova la sua capacit\u00e0 di resistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Metastasi diffuse a fegato e intestino.<\/p>\n\n\n\n<h2>X<\/h2>\n\n\n\n<p>La valigia semivuota aperta sul pavimento e la quasi completezza dell\u2019armadio sparsa sul letto erano un\u2019allegoria dello stato confu-sionale della mia mente in quel periodo: in perenne indecisione fra la volont\u00e0 di evadere da tutto quello che avevo intorno per potermi godere gli ultimi giorni della mia esistenza e il senso del dovere verso la persona della quale ero responsabile, oltre al desiderio di assaporare in pieno ogni attimo, ogni istante che passavo con Gioia, per imprimermi per sempre sulla pelle la morbidezza del suo abbrac-cio, l\u2019intensit\u00e0 del suo profumo di bambina, d\u2019innocenza; volevo che quelle sensazioni mi penetrassero nelle carni nel vano auspicio di poterle potare con me dopo la morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo imparato a chiamarla con il suo nome; non ne avevo pi\u00f9 paura ormai.<\/p>\n\n\n\n<p>Anzi, l\u2019aspettavo come si poteva aspettare un amico che manca da tanto, con l\u2019ansia che ci bussa al cuore nella speranza di farci con-fortare dal suo abbraccio; anche perch\u00e9, a questo stadio della malat-tia, mi sembrava pi\u00f9 un\u2019alleata che una nemica. Io non ero un\u2019esper-ta del settore e, bench\u00e9 per forza di cose mi sia dovuta documentare, c\u2019era un aspetto nella malattia che quasi aveva stupito il mio stesso medico: la sua aggressivit\u00e0, la capacit\u00e0 di diffondersi nel mio cor-po a una velocit\u00e0 superiore alla media; neanche lui si aspettava che avrebbe metastatizzato nell\u2019intestino e nel fegato dopo l\u2019asportazio-ne dei linfonodi. Avevo cominciato la chemioterapia, per ridurre il volume delle metastasi e poterle poi asportare chirurgicamente, ma i dottori avevano senza troppe remore espresso il loro scetticismo data l\u2019estensione. Queste ultime tre settimane erano state durissime, per quello che avevo fatto, che avevo subito e le conseguenze deri-vate: i giorni erano passati, a volte velocissimi, quasi a travolgermi, altre il tempo era sembrato dilatarsi all\u2019infinito e la sofferenza acuita fino quasi al parossismo, nell\u2019attesa che passassero non solo le ore, o i minuti, ma i secondi; dopo il referto ecografico in ospedale i medici volevano trattenermi ricoverata e cominciare subito la che-mio, ma in quel momento la prima cosa che mi venne in mente fu di farmi dimettere e cominciare a pensare a quale scusa inventarmi per far scappare via Ferdinando: mi prese una paura cieca al solo pensiero che lui potesse vedermi debilitata, sconfitta dalla malattia, sofferente, che anzich\u00e9 pormi il problema di come mai anzich\u00e9 farmi supportare dall\u2019uomo che pensavo di amare cercassi di scappare, mi ponevo quello di come allontanarmi da tutti in modo che nessuno si rendesse conto di quello che stava succedendo. Stavo reagendo esat-tamente al contrario di come avevo sempre immaginato.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo una settimana di tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una settimana prima di cominciare la terapia contro il tumore, ma doveva essere qualcosa di veramente forte, d\u2019imperdonabile, d\u2019incomprensibile, perch\u00e9 io avevo deciso che avrei dovuto affron-tare tutto da sola. Fu nel momento in cui misi le mani nella tasca del cappotto che fui folgorata da un lampo di genio, mentre le mie dita sfioravano un rettangolino di cartoncino ruvido dimenticato l\u00ec da al-meno due mesi. Lo tirai fuori e rimasi per qualche minuto a pensare in silenzio mentre lo facevo rigirare tra le dita come un illusionista avrebbe fatto con una carta da gioco davanti al suo pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo trovato il mio asso nella manica: il biglietto da visita di Andrea.<\/p>\n\n\n\n<h2>&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<h2>XI<\/h2>\n\n\n\n<p>Quando eravamo bambine io e mia sorella, per sfuggire alla \u201cterrifi-cante signora delle punture\u201d, ci nascondevamo chiudendoci a chiave nel locale caldaia. Non esisteva vento, pioggia, neve, pure se stre-mate dalla febbre, al suono del campanello che ci faceva intendere che il mostro era arrivato, saltavamo via dal letto verso la cucina, aprivamo la porta del balcone e scappavamo attraverso le scale di servizio verso il garage sotto casa, dove affianco si trovava la porti-cina del nostro paradiso della salvezza; non so come mai, in una di quelle tante e rocambolesche fughe a rotta di collo attraverso quella ripidissima discesa, non siamo mai cadute poich\u00e9 la paura ci faceva in pratica volare a occhi chiusi: tanto che era ardua, un capitombolo lungo quella corsa ci sarebbe costato ben altro che una misera pun-tura della megera. Forse perch\u00e9 la negoziazione, successiva, tutta la trattativa che intercorreva fra noi e quelli che stavano oltre la porta, era talmente divertente che pure chi manovrava i fili del destino vo-leva godersela. La prima volta fu inaspettata per mia madre, tant\u2019\u00e8 vero che pass\u00f2 una buona mezz\u2019ora prima che capisse dove fossimo finite mentre setacciava in lungo e largo disperata sia la casa sia il garage, con la paura che ci fosse capitato qualcosa di terribile e mentre s\u2019immaginava gi\u00e0 le scene di angoscia mentre spiegava ai carabinieri gli ultimi istanti che ci aveva viste prima della nostra inspiegabile sparizione; quando poi aveva cercato di aprire la porta dello stanzino e si era accorta che era chiusa a chiave, la sua preoc-cupazione si era trasformata immediatamente in rabbia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPiccole canaglie, venite fuori di l\u00e0 subito!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abManda via la signora delle punture!\u00bb&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa voi dovete essere uscite pazze per un poco di febbre, aprite immediatamente questa porta e non vi faccio niente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNoi non vogliamo la puntura.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa vi rendete conto di che razza di spavento mi avete fatto prendere, disgraziate? Uscite subito ho detto!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma, mandala via quella!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe non aprite subito questa porta e non uscite immediatamente da questo sgabuzzino vi faccio ricordare a suono di mazzate questa giornata. Aspettate vostro padre e vedete se non vi d\u00e0 pure il resto da sopra.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNoi non vogliamo essere fatte la puntura.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA voi puntura e mazzate pure vi devo dare, disgraziate, aprite o quant\u2019\u00e8 vero Iddio, piuttosto la butto a terra questa porta.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Quella tarantella della porta and\u00f2 avanti per una buona mezz\u2019ora, fino a quando cadde il silenzio dopo l\u2019ultimo monito di mia madre.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Mo\u2019 <\/em>vi faccio vedere io a voi due.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Erano ancora gli anni in cui io, la pi\u00f9 piccola, ero sempre difesa da mia sorella pi\u00f9 grande, era lei che portava avanti le nostre picco-le battaglie d\u2019indipendenza casalinghe, era lei che trattava in quelle occasioni con la mamma, mentre io me la facevo sotto per il freddo, la paura e la febbre. Ed erano gli anni in cui facevamo tutto insieme, eravamo in simbiosi direi, manco fossimo state gemelle, compre-so ammalarci sempre nel medesimo istante: febbre io, febbre lei, orecchioni io, orecchioni lei, morbillo io, morbillo lei. Meno male che quella connessione cerebrale e fisica era andata scemando con il tempo. Oggi, senn\u00f2, saremmo state cancro io, cancro lei. Come and\u00f2 a finire quel primo giorno di fuga? Che dopo alcuni minuti di silenzio, mentre io e Teresa ci tenevamo abbracciate per scaldarci dal freddo e consolarci dalla paura, sentimmo un rumore metallico vicino alla porta e dopo un poco cadere gi\u00f9 la maniglia. Quella gran furba di mia madre aveva pensato bene di smontarla e per noi non c\u2019era stato pi\u00f9 scampo. Spalancata la porta, per\u00f2, non ci disse niente; si spost\u00f2 solo di lato per permettere a noi due di farci passare, a testa bassa, e sgusciare fuori dalla porta. Ci mise sul capo una grossa co-perta di lana e, stringendoci entrambe per le spalle, ci riport\u00f2 dentro casa. Sempre in assoluto silenzio. E la puntura ce la dovemmo fare comunque. A mio padre quel giorno non disse nulla, ma poich\u00e9 sa-pere che comunque ci avrebbero tirate fuori da l\u00ec con un cacciavite non serv\u00ec come deterrente per tutte le nostre altre fughe in cantina, la cosa divenne quasi un rito, del quale venne a conoscenza ben pre-sto l\u2019intero vicinato, che assisteva divertito al nostro \u201crecupero\u201d dai balconi, cos\u00ec troppo vicini, tipici di un agglomerato di case a schiera. Mi ero portata appresso, per anni, quella stupida fobia degli aghi:<\/p>\n\n\n\n<p>il solo pensiero che uno mi sarebbe entrato nella pelle mi faceva immediatamente pensare al preciso istante in cui la punta sarebbe venuta in contatto con la cute e quella piccola puntura, quell\u2019im-percettibile bruciore allora si amplificava all\u2019infinito diventando un dolore e un bruciore insopportabili che mi facevano piangere dalla disperazione. Non ne sapeva niente nessuno, perch\u00e9 non ne avevo mai parlato con nessuno, fingevo sempre che andasse tutto bene, specie se capitava che qualcuno mi accompagnasse quando si trat-tava di fare delle analisi; eppure il terrore mi contorceva le viscere, la bocca si seccava, sudavo freddo e non appena mi sedevo e offrivo il braccio mi venivano gli spasmi e cominciavo a tremare. La cosa m\u2019imbarazzava talmente che non facevo altro che scusarmi con gli infermieri o chiunque fossero tutti quelli che mi gironzolavano in-torno per le lacrime che mi colavano gi\u00f9 dagli occhi senza volerlo e senza riuscire a fermarle. Mentre attendevo nella sala d\u2019aspetto dell\u2019ambulatorio, contavo mentalmente tutte le volte che mi ricor-davo di essere scappata con Teresa: la mente riavvolgeva il nastro all\u2019indietro finch\u00e9 girava la manovella della memoria; a un certo punto, per\u00f2, l\u2019ingranaggio doveva essersi inceppato perch\u00e9 non riu-scivo pi\u00f9 a distinguere chiaramente i ricordi. La cosa funzionava al contrario: pi\u00f9 mi avvicinavo al presente pi\u00f9 le immagini sbiadivano, quasi fosse la pellicola pi\u00f9 recente a essersi consumata, invece. O addirittura spezzata.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDebenesetti?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSono io.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSi accomodi intanto, ora arriva il medico.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Di certo gli studi medici degli ambulatori del sevizio sanitario na-zionale non sono mai stati attraenti ma, forse per il mio gi\u00e0 precario stato emotivo, la sensazione primaria che avevo provato nell\u2019entrare in quella stanzetta era stata quella di girare i tacchi e scappare via dove nessuno poteva raggiungermi. Immobile, sulla soglia, osserva-vo, come se fosse stata la prima volta in tutta la mia vita che entravo dal dottore, gli armadietti grigi di metallo semi aperti addossati alle pareti traboccanti di scatolette illusorie, che agli occhi di bambini sarebbero parse caramelle, l\u2019odore pungente di anestetico che aleg-giava nell\u2019aria, il lettino dalle sottili gambe di alluminio, ce la fa-ceva, poi, a sorreggere il peso di tutti? Con il rotolo di carta sterile da srotolare sotto allo sfortunato corpo del malcapitato di turno. Io. Avevo gi\u00e0 eseguito una rotazione di quarantacinque gradi del mio corpo rispetto al mio asse con l\u2019intenzione di scappare anche da quel posto, anche quella volta, ma il mio corpo quasi si scontr\u00f2 con il tipo barbuto e calvo in camice bianco. Sussultai quasi per lo spavento e biascicai qualche parola di scuse incomprensibile, mentre il medico sventolava la mano in aria davanti a s\u00e9 come a dire \u201cFa niente, lasci stare\u201d e io ebbi l\u2019impressione come se stesse scacciando via una mo-sca fastidiosa. Mi pass\u00f2 oltre senza dire una parola e si mise a sedere a testa bassa dietro l\u2019unica scrivania della stanza, abbassandosi gli occhiali sul naso e avvicinando il foglio poggiato sul tavolo al viso quasi, al naso, e pensai che non doveva essere messo proprio bene a vista se doveva ridursi a leggere cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>La mente umana.<\/p>\n\n\n\n<p>La mente umana \u00e8 magnifica, perch\u00e9 nei momenti di tensione massima riesce a elaborare un\u2019efficace via di fuga che ci distrae mo-mentaneamente dal problema: cos\u00ec in quel momento, in cui avrei dovuto pensare soltanto a quello che ero andata a fare l\u00ec e farmela sotto solo per la paura, in realt\u00e0 le uniche cose sulle quali riuscivo a ragionare erano le mie fughe infantili e la grottesca faccia del dotto-re, senza capelli ma con la barba folta. Magnifica.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi il tipo chiamato in causa si rizz\u00f2 sulla sedia. Conserte le brac-cia al petto, cominci\u00f2 a parlarmi con voce bassa e grave.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSignora Debenesetti?\u00bb E due.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec, sono io.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPrego, venga qui, signora, si accomodi che prima devo spigar-le come si svolge la cosa: il primo appuntamento \u00e8 sempre critico, perci\u00f2 un po\u2019 d\u2019informazione non pu\u00f2 che far bene. La conoscenza allontana le paure.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Nel frattempo che parlava, io mi ero avvicinata fino a rimanere in piedi di fronte a lui. Di nuovo quel gesto con la mano sventolata, questa volta verso il basso, come a dire \u201cSiediti, siediti.\u201d Io pensavo sempre alle mosche. Ma mi sedetti comunque.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSignora, lei sa cos\u2019\u00e8 la chemioterapia e cosa comporta?\u00bb \u201cStronzo, perch\u00e9 mi aggredisci in questo modo?\u201d pensai, invece, come avevo quasi cominciato a fare l\u2019abitudine, le parole non ne volevano sapere di uscir fuori dalla bocca e, mordendomi le labbra per il nervoso, feci solo cenno di no con la testa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa parola \u201cchemioterapia\u201d letteralmente indica qualunque trat-tamento terapeutico a base di sostanze chimiche, in questo caso \u00e8 utilizzato come riferimento alle cure farmacologiche contro il can-cro; le cellule tumorali si riproducono molto pi\u00f9 rapidamente di quelle normali e le sostanze chimiche utilizzate interferiscono con i meccanismi legati alla replicazione delle cellule, uccidendole du-rante questo processo. La terapia \u00e8 quindi utile soprattutto sui tumori che crescono velocemente, ma interferisce anche su alcuni tipi di cellule sane soggette a rapida replicazione, come le cellule dei bulbi piliferi, del sangue e quelle che rivestono le mucose dell\u2019apparato digerente; per questo quasi sicuramente andr\u00e0 incontro a perdita di capelli, anemia e calo delle difese immunitarie, vomito, diarrea e infiammazione o infezione della bocca. Se in qualcosa non sono ab-<\/p>\n\n\n\n<p>bastanza chiaro, mi fermi e glielo spiego meglio, ma \u00e8 importante che lei sappia queste cose prima di iniziare il trattamento.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPerch\u00e9, pensi che potrei rifiutarmi? E qual \u00e8 l\u2019alternativa, crepare ancora prima? Come pensi che ci si possa sentire ad avere un mostro che mi sta mangiando dalle mie stesse viscere? Cosa vuoi che me ne importi se me la far\u00f2 sotto di continuo e non potr\u00f2 mangiare niente per la bocca spaccata? Lo sai che ho una figlia che vorrei poter vedere crescere, sant\u2019Iddio? Ah gi\u00e0, sei medico, queste cose le sai; e si, chis-s\u00e0 quante ne hai viste. Beh, io no.\u201d Annuii mestamente in silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBene. La chemioterapia \u00e8 spesso somministrata in cicli perch\u00e9 non tutte le cellule sono contemporaneamente in fase di replicazio-ne. Anche in un tumore a rapida crescita come il suo ve ne sono sempre alcune \u201ca riposo\u201d che sfuggono all\u2019azione dei farmaci, per questo la ripetizione del trattamento in cicli successivi elimina le cellule tumorali via via che entrano nella fase di replicazione.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cE sono due. No, ma, dimmelo ancora, fammi notare bene, se per caso ancora non me ne fossi accorta, che il <em>mio <\/em>\u00e8 un tumore che cresce molto rapidamente. Come se ci tenessi davvero a questo pri-mato.\u201d Gli chiesi quale sarebbe stato il mio ciclo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllo stato delle cose, senza specificarle dettagli inutili come i tipi di farmaci che utilizzeremo, con lei faremo cicli di una settimana di terapia e tre di riposo, a parte la terapia farmacologica che dovr\u00e0 comunque seguire a domicilio. Di norma andiamo dai tre ai sei mesi per trattamento completo, sono gli esami di verifica che faremo in corso d\u2019opera che ci diranno il da farsi strada facendo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIo, dottore, devo seguire delle regole comportamentali? Di igie-ne? Di alimentazione?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLei, signora, si deve armare solo di pazienza e di forza di volon-t\u00e0, e di coraggio. Forse adesso inizia la fase peggiore di tutta la sua malattia. Non si neghi il conforto di parenti e amici: ne avr\u00e0 quanto mai di bisogno.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p><em>Gong! <\/em>Sei mesi. Quante cose potevo fare in sei mesi? E soprat-tutto, in che condizioni sarei stata dopo tutto quel tempo? Ormai il conto alla rovescia era partito: sentivo gi\u00e0 le lancette dell\u2019orologio scorrere inesorabili a scandire un tempo che, ormai perso, non avrei pi\u00f9 recuperato.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Tic tac, tic tac. <\/em>Mangiavano il tempo con la stessa voracit\u00e0 con la quale il cancro si mangiava la mia carne.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Tic tac, tic tac. <\/em>Si facevano beffa del mio correre affannato dietro quello che non volevo lasciare incompiuto prima che del mio pas-saggio su quella terra non rimanesse che un mucchietto di polvere.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Tic tac, tic, tac. <\/em>Mi stavano dietro come a un maratoneta per inci-tarlo a non mollare e a continuare per raggiungere una meta impro-babile ma non impossibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo che davvero io non sapevo dove fosse il traguardo.<\/p>\n\n\n\n<h2>&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<h2>XII<\/h2>\n\n\n\n<p>Respiravo a fatica con la testa sul lavandino in attesa del successivo spasmo allo stomaco che mi avrebbe fatto vomitare pure l\u2019anima.<\/p>\n\n\n\n<p>Non avevo pi\u00f9 niente da buttare fuori; dopo una settimana di chemioterapia non solo non riuscivo a mangiare quasi nulla, visto che mi sentivo sempre priva di forze tanto da non potere neanche alzarmi dal divano e la nausea mi attanagliava di continuo le viscere, ma anche quel poco che Anna riusciva a farmi mangiare quasi im-boccandomi puntualmente finiva vomitato nel lavandino. Anna. Di nuovo lei veniva in mio aiuto.<\/p>\n\n\n\n<p>Al terzo giorno non ce l\u2019avevo fatta pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovetti recedere dal mio folle piano di tenermi tutto per me per il bene di Gioia: stavo cos\u00ec male dopo l\u2019iniezione intraperitoneale che non riuscivo neanche a trovare la forza di prendermi cura di mia figlia; cos\u00ec male da non riuscire nemmeno a incazzarmi pi\u00f9 con il mondo: l\u2019unico desiderio era di chiudere gli occhi e cercare di di-menticare la nausea e il dolore, ma nel momento in cui le palpebre si abbassavano, sembrava quasi che scattasse una specie di allarme che faceva piangere la piccina; credevo che i bambini avessero uno strano sesto senso, ma forse nemmeno tanto strano visto il legame vitale im-prescindibile che abbiamo nei nove mesi di gravidanza: sembravano intuire il dolore e quasi viverlo un pochino anche loro, un circolo vizioso di sofferenza che dovevo comunque spezzare e l\u2019unica che poteva aiutarmi a farlo era Anna. Ho dovuto farle giurare di tenere la cosa assolutamente solo per s\u00e9, di non farne parola a Ferdinando, qualora gli fosse venuto in mente di chiedere mie notizie, cosa della quale dubitavo non poco, visto il subdolo e meschino piano che ave vo attuato per farlo allontanare da me, per farlo andar via da casa, minacciandola di vendicarmi in modo feroce se solo avessi intuito che non avesse mantenuto la parola. Sapevo bene che non ce ne sa-rebbe stato motivo: di tante persone conosciute nella mia vita mai avrei sperato di trovare amicizia pi\u00f9 reale e sincera nella mia vicina di casa; non ero riuscita a costruire un rapporto cos\u00ec nemmeno con mia sorella, ma non era mio il merito, io sono sempre stata un po\u2019 cane nei rapporti con le altre persone, se non erano gli altri ad avvicinarsi a me mantenevo le relazioni a un mero stato superficiale di conoscen-za. Lei invece, sempre cos\u00ec aperta e cordiale, ispirava fiducia solo a guardarla, cos\u00ec fragile nell\u2019aspetto, aveva una forza di carattere e una tenacia da far invidia: lavorava dal luned\u00ec al venerd\u00ec dalle 8 alle 4 di pomeriggio negli uffici di una grossa societ\u00e0 finanziaria e nonostante arrivasse a casa esausta, tante volte mi aveva dato una mano con Gio-ia nei pomeriggi nei quali toccava a me assistere mia madre.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLo faresti anche tu per me.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ne essere tanto sicura, sai.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La prendevo sempre in giro e lei ogni volta mi sorrideva sarca-stica e mi dava un calcetto per spingermi fuori dalla porta mentre prendeva in braccio mia figlia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Mena<\/em>, cretina, che poi fai troppo tardi e con la scusa ci manca che me la lasci pure la notte \u2019sta bambola.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMmmh\u2026 ti piacerebbe.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE a te, di\u2019 la verit\u00e0, ti piacerebbe ogni tanto ritornare a fare la sgarzilletta notturna senza la marmocchia fra i piedi, non c\u2019\u00e8 niente di male, sai?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi stai proponendo?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, cara, io sono giovane ancora, i fine settimana li vorrei liberi per tutti i miei amanti.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA parte che siamo coetanee.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec, va be\u2019, <em>mo\u2019 <\/em>vai che \u00e8 tardi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E mi chiudeva la porta in faccia senza darmi il tempo di rispon-derle per le rime, ma scendevo le scale sorridendo e con un peso in meno da sopportare; mentre aprivo il lavandino per sciacquarmi la bocca, l\u2019oggetto dei miei pensieri apr\u00ec la porta del bagno e senza dire una parola con un braccio mi circond\u00f2 le spalle e con la mano libera mi rinfresc\u00f2 il viso con l\u2019acqua e con delicatezza pass\u00f2 poi un asciugamano pulito e morbido che profumava di ammorbidente: mi aveva fatto anche il bucato quella settimana. Mi aiut\u00f2 a distendermi sul divano.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGioia?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTranquilla, dorme. Prova a riposare anche tu.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGrazie.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi sdebiterai una volta passato il peggio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnna, per favore, non fingiamo di non sapere quando passer\u00e0 tutto questo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIntendi dire quando morirai?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe \u00e8 questo quello che deve succedere lo affronteremo, ma non ti lascer\u00f2 fare tutto di testa tua, sappilo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNe abbiamo gi\u00e0 parlato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, hai parlato solo tu, anzi mi hai solo minacciato e io ti ho lasciato fare perch\u00e9, per forza, mi hai sconvolto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOddio, ti dispiace farmi la paternale quando sar\u00f2 meno occupata a gestire la nausea?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOggi \u00e8 stato l\u2019ultimo giorno di questa settimana di chemio, ve-drai che domani starai gi\u00e0 meglio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEvviva, tre settimane di tregua. Che poi mi chiedo cosa caz-zo mi ostino a farmi curare se ormai ho il destino segnato. Questo bastardo mi sta mangiando da dentro, forse sarebbe il caso lasciar perdere tutto e fare almeno una morte pi\u00f9 dignitosa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDeficiente. Lo devi fare per Gioia, perch\u00e9, se ce la fai a venirne fuori, la vedrai donna. Gi\u00e0 solo questo ti deve dare la spinta a con-tinuare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ti permettere, Anna!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ti permettere che?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ti permettere di pensare, un solo minuto, che io abbia mai dimenticato mia figlia, poich\u00e9 mi hanno sospettato il melanoma, tut-to, e dico tutto, tutto quello che ho fatto da quel momento in poi ha avuto il solo scopo di programmare un futuro accettabile per mia figlia anche senza di me!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPure allontanare il padre?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>A quel punto non potevo pi\u00f9 risponderle, sarebbe stato troppo complicato spiegarle le mie motivazioni, anche perch\u00e9 poi avrei do-vuto dirle cosa c\u2019entrasse lei con il mio piano diabolico di progetta-zione del loro futuro, mi avrebbe preso per una psicopatica, e forse lo ero davvero se speravo di manipolare le persone a quel modo; ras-segnatasi al mio mutismo, si sedette sulla poltrona affianco al divano stendendo i piedi sul tavolino davanti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe poi mi devi spiegare come sei riuscita a far scappare da casa Ferdinando, onestamente ancora non riesco a immaginare qualcosa di cos\u00ec grave che tu possa avergli detto per buttare all\u2019aria in qualche giorno una relazione di sette anni.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon \u00e8 quello che ho detto, magari quello che ho fatto. L\u2019ho tra-dito, poi gliel\u2019ho detto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h2>XIII<\/h2>\n\n\n\n<p>Mi domandavo come mai al mondo ci fossero tanti eroi del cazzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Un esercito di individui che affermavano che, in caso di malattia terminale, avrebbero scelto di non curarsi per godersi in pieno gli ultimi istanti della loro vita; come se davvero la fase ultima di un cancro ti facesse fare una bella fine. Avremmo dovuto parlare del dolore insopportabile, dell\u2019inappetenza, della nausea, del vomito, della stipsi ostinata, della depressione, la tosse, la dispnea, l\u2019affati-camento cronico? Pensavano davvero che morire cos\u00ec equivalesse ad addormentarsi? O credevano che imbottirsi di morfina potesse essere d\u2019aiuto? A confronto il malessere provato dopo la chemiote-rapia diventava quasi sopportabile. Altro discorso per chi era nelle mie condizioni e faceva una scelta del genere, non potevo sindacare.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure non condividevo.<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto mi sforzassi di trovare giustificazioni plausibili non riuscivo a trovarci niente di coraggioso in una decisione del genere, un po\u2019 come in una partita persa a tavolino: hai rinunciato a giocare, alla possibilit\u00e0 di cadere e farti male, a perdere con dignit\u00e0 com-battendo. O magari a vincere. Oppure ero io la codarda, quella che aveva poco coraggio, quella che non sapeva affrontare una realt\u00e0 che la vedeva perdente nei confronti del cancro e non riusciva ad accet-tarla. Ma non potevo farci niente; mi sentivo cos\u00ec attaccata alla vita, come un mitile al suo scoglio che, anche se le onde che ci sbattono sopra con violenza prima o poi mi avrebbero staccato, almeno avrei potuto dire di aver resistito fino alla fine. Mi ero gi\u00e0 detta tante volte di non temere la morte, anzi, forse sarebbe arrivata consolatoria, ma questo non voleva dire che mi fossi rassegnata e avessi smesso di lottare contro la malattia perch\u00e9 fin quando io avrei intravisto uno spiraglio, una minuscola possibilit\u00e0 di guarigione, avrei continuato ad andare avanti fino al momento in cui mi avrebbero detto stop, \u00e8 finita. Almeno avrei guadagnato tempo per sistemare tutto quello che mi ero prefissata di fare prima di passare a miglior vita. I tasselli cominciavano ad andare al loro posto da soli, non dovevo fare altro che lasciare che il destino facesse da solo il suo corso, dopo avergli dato opportunamente una mano: Ferdinando avrebbe passato una settimana solo con Gioia in quella che era stata casa nostra, per for-za di cose avrebbe chiesto aiuto ad Anna; la rabbia e il desiderio di rivalsa che provava verso di me dopo il tradimento meschino e con-fessato lo avrebbe reso pi\u00f9 sensibile a guardarsi intorno, a guardare le altre donne, magari a guardare Anna, e magari si sarebbe accorto di quanto fosse bella, sensibile, diversa anni luce da me, e magari la curiosit\u00e0 lo avrebbe spinto ancor di pi\u00f9 verso lei. Magari era quello che speravo io. Magari invece avevo distrutto la sua autostima al punto di renderlo ginofobico.<\/p>\n\n\n\n<p>Magari, magari, magari\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Quelle speranze nascevano pi\u00f9 dalla mia disperazione che da un credo reale di realizzazione della cosa, ma io ci provavo lo stesso, io poi ero davvero l\u2019unica a non averci niente da perdere; questo non significava, per\u00f2, essere esonerata dai momenti difficili: per contra-sto sembrava quasi che il destino si stesse divertendo a mettermi alla prova, per vedere a che punto potessi arrivare a spingermi; e io non volevo deluderla dal godersi lo spettacolo. Intanto a momenti avrei dovuto affrontare quello che era ancora mio marito e il suo disprez-zo: da l\u00ec a poco sarebbe arrivato e avrebbe visto le mie valigie, mi avrebbe di nuovo accusata di essere totalmente impazzita, magari di essere una sporca bugiarda e di averlo preso in giro. Forse era vero. Ma dentro di me una flebilissima voce mi urlava dentro la testa che forse per tutti quegli anni mi ero ingannata da sola, ristretta dentro quegli inutili paletti che avevano impartito ordine al mio cammino ma cancellato i miei desideri: senza velo sugli occhi si \u00e8 costretti a guardare per forza la realt\u00e0 per quella che \u00e8; pu\u00f2 essere scomoda, pu\u00f2 non piacere, ma poi sempre si deve accettare. Io ero diventata la regina dell\u2019accettazione. E pure quella dell\u2019ironia: lo far\u00f2, ci andr\u00f2, pensiamo sempre di avere tempo, il tempo per fare tutto quello che oggi non troviamo il coraggio di fare; poi la vita ti ricorda, molto spesso, che questo tempo non ce l\u2019hai pi\u00f9 e ti ritrovi a un bivio ed \u00e8 davvero difficile abbandonare tutte le proprie paure a saltare nel vuoto, anche quando ti rendi conto che \u00e8 finita la sabbia nella tua clessidra. Io il mio salto nel vuoto avevo provato a farlo, speravo di riuscire a cadere almeno in piedi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rumore delle chiavi di chi armeggiava sulla porta nel pianerot-tolo mi fece capire che era arrivato il momento della battaglia con Ferdinando: come un pugile che si scalda saltellando nell\u2019angolo, io cercavo di raccogliere il maggior fiato che potessi per rispondere all\u2019attacco verbale di mio marito. Non ci rivolgemmo il minimo cen-no di parola, ma fu lui a cominciare a parlare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGioia?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 a fianco, da Anna.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9, tu che avevi di cos\u00ec importante da fare da non poter ba-dare a tua figlia? Ah, le valigie, capisco! \u00c8 vero, sono pi\u00f9 importanti che tua figlia. Dov\u2019\u00e8 che te ne vai stavolta? Mi raccomando: cerca di andare in qualche posto dove trovi pure uno psicologo che ti curi quel cervello marcio che ti ritrovi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abInvece di sputare veleno stai ad ascoltare quello che ti dico: la piccina sta prendendo antibiotici e antinfiammatori per un\u2019infezione alla gola; in cucina ti ho attaccato sulla lavagnetta un foglio con gli orari per le medicine, che trovi nell\u2019armadietto in bagno; ricordati che odia i piselli e nel latte vuole solo i biscottini al cioccolato; non metterla mai nella culla senza Lollobello: l\u2019ho lavato in lavatrice, \u00e8 di nuovo morbido e profumato. Star\u00f2 via quattro giorni: gioisci del fatto che finalmente, dopo anni, forse faccio un avanzo di carriera!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon sono una babysitter, sono suo padre: queste cose le so gi\u00e0.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMeglio cos\u00ec, ma male non fa ricordartele ogni tanto.\u00bb&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon mi devi dire altro?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon credo, dovrei averti detto tutto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Con le valigie in mano feci per passargli oltre per avvicinarmi di pi\u00f9 alla porta d\u2019ingresso; mi rigirai di nuovo quando lui mi rivolse la do-manda che arriv\u00f2 dritta come una pugnalata alle spalle: doveva essere stata quella la sensazione che doveva aver provato Ferdinando quando gli avevo confessato il mio tradimento; un attimo che si trasforma in eternit\u00e0 mentre senti la lama lacerare la pelle e attraversare ogni mil-limetro della tua pelle e le terminazioni nervose mandare stimoli al cervello mentre il dolore ti assale improvviso e non lo puoi fermare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNeanche come hai fatto a buttare nel cesso una storia di otto anni per una scopata? Se avevi istinti cos\u00ec impellenti, mi potevi pure cercare, ah no, scusa: con me dovevi mantenere l\u2019immagine da per-fettina, con quell\u2019altro potevi giocare il ruolo della porca.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il desiderio di scaraventargli addosso le valigie fu fermato solo dal pensiero che tutto quello lo avevo pensato, voluto e realizzarlo io: lo avevo portato esattamente dove volevo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNessuno vorrebbe mai ferire, provocare un dolore, alle persone alle quali si vuol bene; per\u00f2 a volte capita; allora \u00e8 in utile rimugina-re su inutili giustificazioni, perch\u00e9 anche le scuse possono infastidi-re. L\u2019importante \u00e8 la volont\u00e0 di rimediare, sempre.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon mi sembra che tu voglia rimediare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCredo che dirti la verit\u00e0 e lasciarti libero dica gi\u00e0 tutto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIo\u2026 io non ti riconosco pi\u00f9. Ma chi sei? Oppure hai finto per tutti questi anni di essere quello che non sei?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abProbabile.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOddio, m\u2019imbestialisci con quest\u2019aria di sufficienza!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFerdinando cosa vuoi che ti dica? Vuoi che ti dica quello che non penso per essere preso in giro? Apprezza la sincerit\u00e0 del gesto invece, o avresti preferito che continuassi a vedere Andrea senza dirti niente? Credimi sarebbe stato pi\u00f9 comodo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAndrea\u2026 e cos\u00ec abbiamo pure saputo come si chiama il bastardo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer favore\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer favore un corno! Ho diritto a disprezzarti, ho diritto a but-tarti in faccia tutto il mio rancore, almeno fino a che non mi sar\u00e0 passata e mi sarai completamente indifferente. Non ti permettere, tu, di giudicare me, non ti azzardare, o ti render\u00f2 la vita impossibile e far\u00f2 di tutto per toglierti Gioia.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ti permettere tu di ricattarmi con la bambina: giuro che fin-ch\u00e9 avr\u00f2 vita, se proverai a fare minimamente una cosa del genere ti caver\u00f2 gli occhi da quella bella faccia con le mie stesse unghie.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAh! Finalmente ti \u00e8 caduta la maschera da martire santarella: ecco chi \u00e8 veramente Annalisa, una iena.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, stai tranquillo, il mio sfogo finisce qui: non le colgo le altre provocazioni, ma prendi quello che ti ho detto come un avvertimen-to; tutto, e dico tutto, quello che faccio nella vita lo faccio per una motivazione ben precisa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon me ne frega niente di quello che dici o fai, Annalisa, ti dico solo di rigare dritto se ci tieni a salvaguardare il tuo rapporto con Gioia; a ognuno nella vita tocca portare la sua croce: a me sei toc-cata tu e purtroppo per ora ti devo sopportare; le persone ti vogliono bene solo fino a quando ti tengono a debita distanza, nel momento in cui ti conoscono meglio scappano inorriditi; sarei dovuto scappare anch\u2019io non appena mi sono reso conto del fegato che ci voleva a starti accanto. Sei come un acido: corrodi le persone che vengono a contatto con te. \u00c8 impossibile amarti.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La situazione mi si era rivolta contro: come avevo fatto a non notare il malessere di Ferdinando fino a quel momento? Pensava davvero che non mi si potesse amare o era la rabbia cieca del mo-mento? Era davvero cos\u00ec difficile starmi a fianco tanto da rasenta-re l\u2019intollerabile? In quale momento del nostro percorso di coppia avevo smarrito me stessa per strada? La malattia era un segno che m\u2019invitava a tornare indietro per riprendere quello che avevo abban-donato prima che fosse davvero troppo tardi? Quella frase mi girava e rigirava in testa come un pianeta intorno al sole: impossibile da amare; girava talmente tanto che quasi poteva entrarci davvero nella testa e convincermi che la cosa corrispondesse alla realt\u00e0. Del re-sto, avevo sempre convissuto con l\u2019ansia dell\u2019abbandono, quasi non credessi alla possibilit\u00e0 di essere amata per sempre e, ironia della sorte, era come se d\u2019improvviso avessi trovato l\u2019interruttore dei sen-timenti e avessi messo in stand-by il mio di amore; oppure meglio: l\u2019interruttore l\u2019avevo trovato e con il cancro avevo finalmente osato accendere la luce nel buio della mia anima e finalmente mettermi a cercare il coraggio che avevo sepolto nella cantina del mio cuore.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ero lucida, non ci stavo capendo molto, in realt\u00e0, fra amore in cantina e amore in sordina: non era detto che se un amore non fosse lecito fosse condannabile. Amore galeotto, sentimenti in gab-bia. Ma di che cosa stavamo parlando? A cosa stavo pensando? La stanchezza mi avvolse e, chiudendo gli occhi, mi poggia di peso con le spalle alla porta.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi chiedo come mai mi sputi queste cose addosso solo ora.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abForse perch\u00e9 ci ho pensato solo ora.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora vedi che favore ti ho fatto? Ti ho liberato dal peso di un\u2019esistenza affianco a una persona che in realt\u00e0 non ami; e ho il dubbio che con il tuo rigore morale non avresti mai avuto il coraggio di ammetterlo. S\u00ec, ti ho fatto davvero un favore.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFiniscila.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEcco, si finiamola. Io vado, tu vai a prenderti Gioia da Anna.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h2>XIV<\/h2>\n\n\n\n<p>\u00abPronto?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAndrea?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Silenzio dall\u2019altro lato. E quell\u2019attimo gi\u00e0 mi fece quasi desistere. Poi un tono di sorpresa, di sorpresa che sembrava gradita, mi fece riprendere fiato.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Incredibile, dopo due mesi aveva riconosciuto la mia voce; e c\u2019e-ravamo visti solo una volta, non potevo fingere con me stessa di non esserne compiaciuta. Potevo mandare al diavolo tutto il discorso che mi ero preparata per farmi riconoscere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCiao, Andrea.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon avrei mai immaginato che mi avresti chiamato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo? Come mai?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMh, avevo quasi dimenticato quanto la tua ironia mi divertisse; l\u2019ultima volta, se non ricordo male, sei praticamente scappata come se avessi paura che ti mangiassi, anche se devo ammettere che, per come hai risposto al mio bacio non mi \u00e8 sembrato che ti facessi paura.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAmmetto che mi hai colto impreparata, ma se non mi fosse pia-ciuto proprio per questo non credo ti avrei risposto in quel modo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora mi hai chiamato per chiedermi scusa? O per dirmi perch\u00e9 sei scappata?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOddio, ti ho chiamato perch\u00e9 ne avevo voglia, ma il tuo modo cos\u00ec diretto non ti nascondo che mi spiazza.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Ahahah<\/em>, proprio tu imbarazzata non ti ci vedo proprio, non per come ti sei presentata.\u00bb&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAppunto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDai scherzo, mi diverto a stuzzicarti, perch\u00e9 ho capito subito che sei una tipa che risponde per le rime e non si tiene le provocazioni. Allora, perch\u00e9 sei scappata alla fine?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 una lunga storia, te lo spiegher\u00f2 magari la prossima volta che ci vediamo, sempre che ti vada.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abScherzi? Dimmi quando e vedr\u00f2 di organizzarmi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOggi pomeriggio per un caff\u00e8, ti va?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDove?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFacciamo per le cinque e mezza da Verdi, in centro?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCi vediamo l\u00ec allora.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Poi rimasi per cinque minuti abbondanti con il cellulare in mano a pensare: a cosa gli avrei detto, se gli avrei palesato la verit\u00e0 o se anche lui avrebbe cominciato a far parte di quell\u2019universo di bugie che mi stavo costruendo intorno; a cosa avremmo fatto, o avremmo potuto fare. Se io fossi stata una persona pi\u00f9 forte, meno debole, pi\u00f9 coraggiosa, avrei confessato subito la mia malattia, a tutti, senza timore di avere intorno solo reazioni di disperazione e compassione: chi ti ama ti sostiene, sempre, e ti rende pi\u00f9 forte per riuscire ad af-frontare le difficolt\u00e0 che ogni giorno possono presentarsi nella nostra vita; ma forse la mia paura pi\u00f9 grande era proprio quella di rendermi conto di non avere tante persone intorno che mi amavano a tal punto da reggere questa prova. A chi potevo dirlo? A mia madre? Gi\u00e0 mo-ribonda per le sue di malattie, no, poi mi avrebbe pure accusato di averle dato il colpo di grazia; a mia sorella? Che rapporto avevo mai avuto con lei? Ci legava il gruppo sanguigno, ma se avessi potuto scegliere, o se avesse potuto scegliere lei, forse avremmo cercato persone con caratteri pi\u00f9 consoni alle nostre divergenti personalit\u00e0; mio padre era morto due anni prima, sempre per lo stesso strama-ledetto male, chiss\u00e0 che non ci fosse un che di ereditario in questo mostro. Magari sarei finita a dover dar loro conforto anzich\u00e9 riceve-re io sostengo e onestamente non mi andava proprio di passare forse l\u2019ultimo mese della mia vita a offrire la mia spalla agli inconsolabili che avrebbero dovuto fare a meno di me per il resto della loro vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Diavolo! Qua l\u2019incazzata a bestia dovevo essere io. E diavolo se lo ero!<\/p>\n\n\n\n<p>No, avevo bisogno di qualcuno con cui essere in assoluto schietta e sincera, che non fosse emotivamente coinvolto con me e mi aiutasse a scrollarmi un po\u2019 di questo fardello dalle spalle; si rischia di impaz-zire quando si tenta di continuo di comprimere nella testa un pensiero che invece preme tanto da farti saltare il cervello: hai un cancro, \u00e8 molto probabile che tu stia per morire, che non sopporterai la che-mioterapia, che crollerai solo al vedere il tuo sfacelo fisico. Cancro, morte, chemioterapia, sfacelo fisico. Morte, chemioterapia, sfacelo fisico. Chemioterapia, sfacelo fisico. Sfacelo fisico uguale morte. Un unico fisso pensiero circolare: ce l\u2019avevo sempre nella testa, qualsiasi cosa facessi durante la giornata, insieme all\u2019ossessione per Gioia; a lavoro mi ero messa in aspettativa, non avevo certo paura del ricatto del licenziamento e poi mandare avanti il piano che andavo realizzan-do richiedeva tutta la mia dedizione. Se me lo avesse permesso, An-drea sarebbe stato la mia valvola di sfogo, perch\u00e9 ne avevo bisogno; l\u2019unica cosa che non gli avrei mai confessato sarebbe stata il picco-lo particolare riguardo Ferdinando: non gli avrei mai detto di averlo \u201csfruttato\u201d per allontanare mio marito. E pure quello era un pensiero sul quale soprassedevo spesso: la freddezza con la quale avevo deciso che lui non avrebbe assistito alla mia malattia, di estraniarlo comple-tamente dalla mia vita con la scusa del cancro, la volont\u00e0 di recidere il nostro legame in un modo cos\u00ec subdolo mi dovevano far ben riflettere sulla natura dei miei sentimenti: possibile che dopo otto anni di ma-trimonio il mio primo pensiero era stato quello di nascondere il mio stato di salute anzich\u00e9 pensare di affrontarlo con a fianco la persona che avevo giurato di amare fino alla morte? Era successo l\u2019esatto con-trario: non appena era sopraggiunto il sentore della morte, la paura mi stava facendo fare carte false per liberarmi da quella stessa persona: mi chiedevo davvero se non fosse la scusa pi\u00f9 banale per tentare di voltarmi indietro e correre a recuperare quello che pensavo di aver lasciato per strada, le cose abbandonate incompiute, le opportunit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p>mai sfruttate per mancanza di coraggio, le avventure non vissute per troppe remore. Qualunque fossero state le motivazioni, per\u00f2, stavo facendo le cose come l\u2019istinto mi suggeriva: non avevo tempo n\u00e9 per rimuginare n\u00e9 per tentennare. E mi ero seccata dei troppi perch\u00e9, se e ma. Se la chemioterapia si fosse rivelata vincente allora potevo cominciare a rivedere, e a ragionare, sulle ultime decisioni prese. Per ora correvo, correvo, correvo. E stavo correndo verso il mio appun-tamento con Andrea.<\/p>\n\n\n\n<p>E nella mia testa, mentre lo vedevo venirmi incontro aspettandolo all\u2019ingresso del bar, davvero correvo verso di lui: almeno gli oc-chi avevano trovato la giusta consolazione, quasi a volermi ripagare con il belvedere, di tutta la desolazione che vedevo attorno a me. Oppure ero io a vederlo bellissimo. Di sicuro un uomo di circa un metro e novanta, con i capelli ricci e di un bel castano dorato ten-dente al biondo, con due occhi fra il verde e l\u2019azzurro, che secondo me cambiavano colore in base al tempo, di corporatura non certo esile, ma quasi imponente da sentirsi rassicurati da quelle braccia, non passava inosservato; mi sentii orgogliosa nel vedere che mi rag-giungeva con il sorriso aperto indifferente agli sguardi delle donne, e non poche devo dire, che si voltavano al suo passaggio. E mi la-sci\u00f2 del tutto esterrefatta l\u2019accoglienza: si ferm\u00f2 esattamente a due centimetri da me, rimase appena qualche secondo a fissarmi negli occhi sempre sorridendo e poi mi abbracci\u00f2; e fu un abbraccio forte, sicuro, ma non opprimente, e le mie braccia, dapprima fisse lungo il corpo, cedettero presto a quel calore e si sollevarono a ricambiar-lo. Non volevo pensare pi\u00f9 a niente, non volevo pi\u00f9 perdermi negli oscuri ragionamenti della mia testa, non volevo pi\u00f9 giustificarmi con nessuno per quello che avrei fatto da quel momento in poi. Volevo quell\u2019abbraccio. E irragionevolmente volevo quell\u2019uomo. Io volevo Andrea. E a quel punto volevo che lui fosse l\u2019unica persona alla quale non avrei nascosto niente, neanche la malattia: io non avevo davvero pi\u00f9 nulla da perdere, soprattutto in quello stato mentale di assoluta sragionevolezza nella quale mi trovavo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe vi porto?\u00bb chiese la cameriera dopo qualche secondo che c\u2019eravamo accomodati a uno dei tavolini nel locale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer me una cioccolata calda con panna, grazie.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer me un caff\u00e8 macchiato, invece.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019attesa che la cameriera tornasse con la mia cioccolata, fui colta da un attimo d\u2019imbarazzo che cercai di dissipare fingendo inte-resse per l\u2019arredamento del bar: raffinato e tradizionale con la scelta del legno di Ciliegio Naima, aveva uno stile sobrio ed elegante, ti-pico di un caff\u00e8 del centro storico; lungo tutto il bancone a esse cor-revano una barra poggiapiedi e una poggiagomiti in ottone trattato con la zoccolatura di marmo bianco di Carrara, lo stesso marmo che rivestiva l\u2019intero piano di lavoro e del quale erano fatti tutti i tavolini del locale, compreso il nostro, circondati ognuno da due poltroncine dal telaio in ciliegio rivestite di velluto rosso, lo stesso tessuto del quale erano fatti i tendaggi, particolare che faceva assomigliare le finestre a tanti siparietti di un teatro. Dal soffitto pendeva uno sfarzo-so lampadario in vetro soffiato di Murano, il cui motivo floreale era stato ripreso lungo la parete dalle applique poste in corrispondenza dei tavolini; con le dita seguivo le venature sul ripiano di marmo del nostro tavolino, riproducendo lettere incomprensibili su percorsi inesplorati, quando una mano ferm\u00f2 il mio cammino.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe hai?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSono sposata.\u00bb Silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE ho anche una figlia.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuesto spiega il fatto che tu sia scappata via l\u2019altra sera, ma perch\u00e9 ho la sensazione che ci sia dell\u2019altro?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDell\u2019altro?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDell\u2019altro. Se tu fossi stata solo una donna in cerca di avventura, e ci pu\u00f2 stare, due potevano essere le possibilit\u00e0: o coglievi al volo l\u2019occasione oppure, come hai fatto, scappavi nel momento in cui ti rendevi conto di non essere in grado di saperlo fare; ma che senso avrebbe cercarmi e rischiare di fare una doppia figuraccia solo per&nbsp; dirmi questo? Tu e io non ci conosciamo, avremo parlato s\u00ec e no un\u2019oretta in tutta la nostra vita, questa \u00e8 solo la seconda volta che ci vediamo, potrebbe non fregarmene un bel niente della tua vita, l\u2019hai mai pensato questo?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE giustamente non te ne frega niente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh, Santissima, non mi piace chi mi vuol far leggere fra le righe, tu dimmi quello che a stento riesci a trattenere in bocca.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMai avrei pensato di provare un desiderio cos\u00ec irragionevole verso qualcuno come quello che provo per te e non me ne frega nien-te delle conseguenze n\u00e9 di quello che pu\u00f2 pensare il resto dell\u2019inte-ra popolazione mondiale, e quasi quasi non m\u2019interessa nemmeno quello che pensi tu stesso. Non ci voglio neanche pensare, sei tu quello che voglio in questo momento e non riesco a pensare ad altro; \u00e8 la prima volta in tutta la mia vita che faccio qualcosa solo perch\u00e9 ho il desiderio di farla, \u00e8 la prima volta che metto me stessa come priorit\u00e0 assoluta, su tutto il resto, \u00e8 come se avessi un\u2019ansia di vita che mi preme, come se dovessi fare tutto prima che sia troppo tardi, non voglio dover rimpiangere niente. Ora, \u00e8 pure illogico che io stia qui a dirti queste cose, avevo pensato di dirti ben altro in realt\u00e0, poi quando ti ho visto arrivare ho pensato che, davvero, non ho niente da perdere e ho il bisogno reale di buttare addosso a qualcuno que-ste cose. Non so perch\u00e9 credo che tu sia quella persona, sar\u00e0 per il desiderio da ragazzina in calore che provo per di te, non lo so, non mi interessa; mi prenderai per pazza e scapperai via da quella porta pensando a come hai fatto a trovare per la tua strada una isterica insensata come me. Oppure una bella stronza egoista come me. E fai bene.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAspetta, aspetta: ansia di vita, fare tutto prima che sia troppo tardi, non rimpiangere niente, forse non mi hai ancora detto tutto\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa sera che ci siamo incontrati, in quel bar, sono uscita da casa con la delusa consapevolezza che il sostegno che cercavo non avrei mai potuto averlo da mio marito; quel pomeriggio sono stata dal medico: mi aveva appena diagnosticato un melanoma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h2>&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<h2>XV<\/h2>\n\n\n\n<p>Trentaquattro anni e non essere ancora mai stata a Londra.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo avevo detto ad Andrea e lui aveva deciso di portarmici. Ave-vamo fatto un patto: lui avrebbe saputo tutto dell\u2019evoluzione della mia malattia, ma non sarebbe mai dovuto entrare nel merito; volevo che lui vivesse di me solo il meglio, per questo prestavo la massima cura al mio aspetto ogni volta che ci incontravamo, avevo anche riscoperto il sapore pi\u00f9 frivolo della scelta degli indumenti intimi pi\u00f9 seducenti e fantasiosi, forte anche di una libert\u00e0 sessuale che, per paradosso, non avevo vissuto neanche durante il mio matrimonio. Quest\u2019ultima cosa aveva dell\u2019incredibile alle orecchie di Andrea, ma non riuscivo a spiegargli come mai in tutta la mia vita avevo sempre cercato di essere come gli altri volevano che fossi, sopprimendo la mia natura per la paura di non essere adeguata alle situazioni, alle persone, per paura del giudizio di non \u201cconformit\u00e0\u201d alle aspettative che gli altri avevano su di me. Davvero complicato spiegarlo, figu-riamoci farlo comprendere. Ci avevo rinunciato. Nel nostro patto era compresa l\u2019accettazione totale dell\u2019altro senza condizioni. Gli avevo detto della chemioterapia e che quindi non avrei voluto n\u00e9 vederlo n\u00e9 sentirlo almeno per due settimane e lui di rimando, non appena l\u2019avevo chiamato dopo quindici giorni di latitanza mi aveva detto di preparare le valigie perch\u00e9 aveva prenotato quattro giorni a Londra.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSono solo quattro giorni, lo so \u00e8 pochino, ma ho degli impegni di lavoro che non posso cancellare e poi non sapevo dopo quanti giorni dovevi riprendere la chemioterapia quindi mi sono mantenuto stretto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFaccio un ciclo di una settimana pi\u00f9 tre settimane a riposo, ce la facciamo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTe la senti?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMe lo chiedi? Chiss\u00e0 se avr\u00f2 un\u2019altra occasione per andare a Londra, quand\u2019\u00e8 che si parte che ho delle valigie da organizzare?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVuoi portarti la bambina?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, voglio che stia col padre, e con Anna.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnna almeno lo sa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome fa a saperlo lei se lo hai appena detto a me?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon del viaggio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAh! Perch\u00e9, tu hai mai progettato di innamorarti? Mica si fa, per\u00f2 c\u2019\u00e8 sempre l\u2019amica che ti d\u00e0 un aiutino.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSai che non metto bocca nella tua vita, fa parte dei patti; ma se scoprissi che qualcuno sta cercando di manipolarmi cos\u00ec credo m\u2019incazzerei di brutto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abInfatti, non devi mettere bocca. Ma ti dico una cosa: tu non co-nosci n\u00e9 Ferdinando n\u00e9 Anna, io non so se quando passer\u00f2 a miglior vita fra quei due sar\u00e0 scattato qualcosa, ma c\u2019\u00e8 Gioia e per lei ho bisogno di essere sicura di lasciarla nelle mani di persone che la ameranno almeno un minimo di come la amo io; non riesco a ras-segnarmi all\u2019idea di dover abbandonare mia figlia mentre \u00e8 ancora cosa piccola, ma dal momento che sar\u00e0 per forza cos\u00ec devo preoc-cuparmi di chi se ne occuper\u00e0. Non m\u2019interessa che qualcuno com-prenda quello che faccio, nemmeno tu.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOk, chiudiamola qui. Mi infastidisce solo il fatto che tu ti dia gi\u00e0 per spacciata.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer favore, Andrea, almeno tu non darmi false illusioni: sappia-mo entrambi che sto cancro mi sta mangiando viva, ma se non fossi cos\u00ec visceralmente attaccata alla vita neanche mi sottoporrei pi\u00f9 alle cure. Fammela godere un po\u2019 a modo mio questo poco di vita che mi rimane.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOk, ok. Ci vediamo pi\u00f9 tardi per i dettagli.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi aspetto qui a casa, quando vuoi, vieni.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDammi un\u2019oretta.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E ora eravamo a Londra. Con un volo della British Airwais eravamo arrivati al terminal cinque dell\u2019aeroporto di Heathrow: a quanto pare mi trovavo nell\u2019aeroporto pi\u00f9 trafficato dell\u2019Unione Europea per numero di passeggeri e all\u2019idea di essere una di quelli l\u2019eccitazione mi prese a mille; mentre il pilota eseguiva la mano-vra di atterraggio Andrea mi aveva spiegato che quell\u2019aeroporto aveva due piste parallele orientate est-ovest, l\u2019una per i decolli e l\u2019altra appunto per gli atterraggi, e che il nostro terminal si trovava appunto fra le due. Il terminal cinque presentava come struttura principale un grandioso edificio, la pi\u00f9 grande struttura autoportan-te della Gran Bretagna; l\u2019architetto che lo aveva progettato era Ri-chard Rogers, della Richard Rogers Partnership, insieme agli inge-gneri della compagnia Arup: era costato quattro miliardi di sterline e completato dopo diciannove anni dal progetto iniziale, disegnato per servire trentacinque milioni di passeggeri l\u2019anno. Dall\u2019aereo passammo direttamente attraverso Fingers lunghi e a vetri per rag-giungere il servizio ferroviario che correva sotto la pista che col-legava tutti i terminal dell\u2019aeroporto e che ci avrebbe permesso di raggiungere il centro della capitale: l\u2019Heathrow Express. Fra con-trollo passaporti, ritiro bagagli e dogana ci vollero circa quaranta minuti affinch\u00e9 potessimo dirigerci verso la ferrovia che ci avrebbe portato a Paddington. Avevo con me il Pigmalione migliore che avessi potuto desiderare, mi domandavo spesso quante volte do-vesse essere venuto a Londra per sapere cos\u00ec tante cose. Penso che glielo avrei chiesto. Un giorno. Forse.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa stazione di Paddington possiede quattordici piattaforme, nu-merate da uno a quattordici da ovest a est. Quelle da uno a otto sono ubicate sotto le tre arcate originali e quelle da nove a dodici sotto la quarta arcata, che \u00e8 stata costruita dopo. Le piattaforme tredici e quattordici si trovano nella vecchia stazione Bishops Bridge station. Parallelamente ci sono la quindici e la sedici, usate dalla linea Ham-mersmith &amp; City Line della Metropolitana di Londra. Noi siamo sul-la piattaforma sei che, insieme alla sette, \u00e8 dedicata proprio all\u2019He-&nbsp; athrow Express e quelle tredici e quattordici possono essere usate soltanto da treni a due o tre carrozze, impiegati per i servizi locali.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi fai sentire una terribile ignorante.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIgnorante perch\u00e9 non conosci, dopo questi quattro giorni con me t\u2019interrogo sulle cose che ti ho detto: se ne sbagli anche solo una mi paghi una cena da cinque portate.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFacciamo che te la offro comunque perch\u00e9 non ho alcun deside-rio da ansia di prestazione.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Eravamo entrambi sulla porta del treno pronti a scendere; lui lo fece prima di me e girandosi allarg\u00f2 le braccia per invitarmi a scendere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVenga, signora: le offrir\u00f2 un soggiorno che ricorder\u00e0 per tutto il resto della sua vita.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Rimasi qualche secondo a guardarlo: ai miei piedi, con le braccia tese, a concedere il suo corpo e il suo tempo a chi, come me, di l\u00ec a poco non avrebbe avuto pi\u00f9 tempo e non sarebbe stata pi\u00f9 neanche un corpo; non ci vidi niente di sarcastico, ma una reale offerta d\u2019a-more. Mi buttai gi\u00f9 dal treno fra quelle braccia in attesa. In attesa di me. Con la mia faccia sul suo naso, con i miei occhi nei suoi oc-chi, quasi non m\u2019interessava pi\u00f9 neanche dove fossimo, tutto quello che avevo intorno perdeva d\u2019importanza; se solo mi soffermavo un istante a pensare a quello che stavo facendo, con chi ero, dove mi trovavo, non potevo credere di essere la stessa persona di qualche mese prima: l\u2019Annalisa \u201cnormale\u201d non avrebbe mai pensato di tra-dire, di provare una sfrenata passione per un altro uomo, di partire con un quasi sconosciuto. Di amare un\u2019altra persona. Perch\u00e9 seppur irrazionale, incomprensibile, ingiustificabile, non riuscivo a dare un altro nome al trasporto che sentivo verso Andrea. Irrazionale, in-comprensibile, ingiustificabile. Incomprensibile e ingiustificabile. Ingiustificabile amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Era pur vero che non esisteva pi\u00f9 una Annalisa \u201cnormale\u201d: ne esisteva una malata, amareggiata dal fatto di dover morire a tren-taquattro anni, determinata a prendersi tutto quello che voleva nel tempo che le rimaneva, in dovere di godere di tutto quello che di<\/p>\n\n\n\n<p>bello poteva offrirle, senza sprecare un solo istante in inutili giusti-ficazioni. Nessun senso di colpa: ero vittima non carnefice; la mia strategia era legittima difesa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon aspetto altro.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Arrivammo in albergo in taxi: gi\u00e0 tutto il viaggio per me poteva risolversi l\u00ec, dopo il giro a bordo di un <em>london\u2019s black cabs <\/em>e la vista dell\u2019edificio, dove avrei dormito per tre giorni con Andrea; avremmo potuto rimanere segregati tutto il tempo in quel posto e sarei stata contenta lo stesso: Andaz Liverpool Street, questo era il nome del magnifico hotel che aveva riservato per me nella <em>city<\/em>; il lussuoso ho-tel a cinque stelle \u00e8 ospitato in uno splendido edificio vittoriano adia-cente alla stazione Liverpool Street, con un centro benessere attivo ventiquattro ore su ventiquattro, palestra, cinque ristoranti e cinque bar, mentre le camere, compresa la nostra, eleganti e moderne, erano tutte dotate di TV LCD, docking station per iPod, mini-bar gratuito, bagno con vasca eco-compatibile e articoli da toelette firmati.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto questo per me. Per me solo. Per me.<\/p>\n\n\n\n<p>Era del tutto vero il fatto che le cose che si fanno con la consape-volezza che non si avr\u00e0 una seconda opportunit\u00e0 hanno un altro sa-pore: ogni istante \u00e8 vissuto con un\u2019intensit\u00e0 e una pienezza che non si pu\u00f2 descrivere, perch\u00e9 non ci sono parole adeguate per raccontare quel senso di quasi dolore che senti mentre il cuore ti si attanaglia in una morsa lieve ma persistente, quel senso di vuoto allo stomaco come di fame, che sai gi\u00e0 che non puoi placare, quel leggero senso di stordimento alla testa, quasi vertigine dispettosa, che ti costringe a guardare il vuoto che hai sotto i piedi. Dolore, fame e vertigine: per paradosso diventano la formula della felicit\u00e0. E la felicit\u00e0 \u00e8 essa stes-sa una conquista, una specie di traguardo che raggiungi dopo essere passata da tutti gli stadi che la vita ha deciso di farti oltrepassare: per alcuni possono essere pi\u00f9 dolorosi che per altri, ma non c\u2019\u00e8 un mi-nimo d\u2019intenzionalit\u00e0 in tutto questo, solo pura, semplice, assoluta, casualit\u00e0. Il destino non \u00e8 sadico, come vorremmo che fosse solo per trovar consolazione nei nostri tormenti, \u00e8 solo indifferente; un po\u2019 come si suol dire che la fortuna sia ceca: essa obbedisce ugualmente al caso.<\/p>\n\n\n\n<p>E il caso distratto aveva messo sulla mia strada la malattia, il do-lore, la morte. E Andrea.<\/p>\n\n\n\n<p>I ricordi di quei giorni a Londra facevamo parte di tutta una serie che si era impressa nella memoria con un marchio a fuoco, chiusa a chiave e custodita nelle segrete della mia testa e della mia anima, da consegnare a un probabile Caronte come bagaglio da traghettare nel luogo dove sarei stata destinata: mai avrei immaginato, anche solo lontanamente, che la felicit\u00e0 nella mia vita potesse giungere at-traverso un percorso cos\u00ec ineluttabile, senza possibilit\u00e0 di scelta, ma solo obbligata, che avrebbe avuto il sapore un po\u2019 amaro delle cose che sai che finiranno presto. Mai avrei pensato che sarebbe arrivata attraverso un cancro. E lo scrivo qui, e lo confido a me stessa, perch\u00e9 penso che il solo confessare questi pensieri possa mettere in serio dubbio agli occhi degli altri la mia sanit\u00e0 mentale; ma la mia testa era sanissima, avevo solo il corpo malato, ma lui poteva fare quello che voleva.<\/p>\n\n\n\n<p>Stavo solo guardando con occhi diversi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h2>XVI<\/h2>\n\n\n\n<p>Osservai Ferdinando mentre andava via dalla finestra.<\/p>\n\n\n\n<p>Sapevo che non dovesse essere semplice per lui accettare quello che era successo, ancor meno accettare quello che gli avevo fatto: buttare nel gabinetto sette anni come se fossero la cosa pi\u00f9 insigni-ficante che potesse aver vissuto; ma se fosse servito a farmi amare e a farlo soffrire un po\u2019 meno quando me ne sarei andata, tutto questo maciullamento di cuore e sentimenti sarebbe valso a qualcosa; se poi fosse servito anche ad avvicinarlo ad Anna e far s\u00ec che si prendessero cura insieme di Gioia, tanto di guadagnato. Me ne sarei andata: l\u2019ac-cettazione \u00e8 cosa ben diversa dalla pronuncia, non \u00e8 proprio sempli-ce dire \u201cquando morir\u00f2\u201d; di solito enunciamo queste parole quando ipotizziamo cose che progettiamo di fare in futuro, ma per me, che era un dato di fatto, aveva un suono pi\u00f9 macabro, per questo cercavo sinonimi pi\u00f9 delicati che fossero meno pesanti di macigni e meno minacciosi di una spada di Damocle sulla testa.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando arrivai, non doveva aver sentito neanche le chiavi girar nella serratura, tanto era impegnato a solleticarsi con la figlia; mi fer-mai sulla porta del salotto a osservare entrambi sul tappeto a farsi le fusa come due gattini: mi era mancato il respiro a vederli, un dolore acuto alla gola che scendeva fino alle viscere, passando dal cuore, a contorcermi le budella; la rabbia cieca che sentivo invadermi anche le ossa ferm\u00f2 le lacrime prima che calassero dagli occhi, quando Ferdinando si accorse della mia presenza. In un attimo erano sparite sia la gioia sia le risate dal suo volto, per diventare una maschera dura e fredda; mi feriva quel suo sguardo, ma lui non doveva saperlo e io non potevo e sapevo spiegare: come si fa a dire e a far capire a quello che era stato tuo marito che non solo sei malata, ma sei am-malata di un male che non ti d\u00e0 speranza, che ti sei pure innamorata senza ragione di un perfetto sconosciuto e stai giocando carte false per farlo finire fra le braccia della tua vicina di casa perch\u00e9 hai la malsana convinzione che quella sia la cosa migliore per tutti, soprat-tutto per tua figlia? Solo la speranza che un giorno avrebbe compre-so mi spingeva a continuare quella farsa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSei tornata.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLo sapevi che tornavo oggi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMica ti ho fatto una domanda; constatavo il fatto che, grazie a te, adesso devo lasciare mia figlia. Sappi che godi di questa posizio-ne ancora per poco.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe vuoi dire?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIntendo chiedere l\u2019affidamento esclusivo e stai certa che lo ot-terr\u00f2.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE mi sa che credi male, Ferdinando, non mi minacciare o mi costringi a fare cose che non voglio fare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE chi \u00e8 che minaccia ora? Minaccia del tutto inutile, poi, perch\u00e9 cosa vorresti fare? Scappare con la bambina? Non ci provare nem-meno, Annalisa, non provare a fare questi giochi con me che non ti conviene.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFacciamo che nessuno minaccia nessuno e la finiamo qui. Io non voglio nella maniera pi\u00f9 assoluta allontanarti dalla bambina, sto passando un periodo di sbandamento, lo ammetto, ma ti chiedo solo qualche settimana di pazienza. Gioia puoi vederla quando vuoi, per me puoi anche tornare in questa casa se vuoi, ma sappi che faremmo delle vite del tutto separate.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa tu sei completamente uscita di testa: io dovrei tornare in questa casa mentre mia moglie, perch\u00e9 ti ricordo che ancora sei mia moglie, ha una relazione con un altro uomo perch\u00e9 \u201cvive un periodo di sbandamento\u201d! Ma mi hai preso per un perfetto coglione? Ma come fa quella ragazza a difenderti sempre, mi chiedo io.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u00abAnna.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe ti ha detto?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon c\u2019\u00e8 bisogno che usi quel tono allarmato, io non so cosa na-scondi veramente dietro tutta questa storia, ma ringrazia di avere una persona al tuo fianco come Anna che comprende e giustifica i tuoi comportamenti. Neanche tua sorella farebbe quello che lei fa per te.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon mi dici una cosa nuova su mia sorella; ma Anna \u00e8 molto di pi\u00f9, \u00e8 mia amica.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLo \u00e8 davvero.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Sembrava non avessimo molto altro da dirci; per tutto il tempo della nostra conversazione era rimasto seduto per terra lasciando che Gioia continuasse a giocare fra le sue gambe, poi se la riprese fra le braccia e se la strinse al petto dandole tanti piccoli baci sulla testo-lina. Era un padre pieno di amore per quella bambina, era un uomo un po\u2019 distratto, non era la persona da cui potevi pretendere mille at-tenzioni, ma era capace di amare intensamente e donare amore senza condizioni, un uomo capace di tener fede alle promesse, dai princi-pi saldi; un uomo concreto, come pochi ancora. Forse, per\u00f2, pure troppo concreto per me, per la mia personalit\u00e0: io avevo bisogno di mille certezze, centinaia conferme di amore, avevo bisogno di gesti di affetto, e quelli erano sempre mancati da parte sua e non era pi\u00f9 il caso che io continuassi a far finta che non era importante per me. Questa sarebbe stata una delle cose che gli avrei scritto nella lettera che avevo intenzione di lasciargli; dal momento che le mie metastasi non potevano essere tolte chirurgicamente e che non credevo che la chemioterapia potesse avere altro effetto se non quello palliativo, al contrario delle false speranze che si era creata Anna, non pensavo di riuscire ad avere oltre due mesi di sopravvivenza, ma siccome questi calcoli mi sembravano davvero troppo crudeli, anche per una disil-lusa come me, avrei lasciato in consegna la lettera alla mia carissima amica: sarebbe stata lei a consegnarla nelle mani di Ferdinando, era molto pi\u00f9 affidabile di qualsiasi servizio postale. Chiss\u00e0 che mio ma-rito avesse imparato anche lui da questa storia che, anche se la vita&nbsp; ha le sue pi\u00f9 importanti priorit\u00e0, quali il sostentamento della propria famiglia, i problemi pratici legati alla quotidianit\u00e0, se ami qualcuno glielo devi dire, glielo devi far capire, glielo devi dimostrare; basta solo un piccolo, insignificante gesto: una carezza distratta, una stret-ta di mano, un abbraccio volante, un bacio lieve e fugace, tutti gesti che ci fanno intendere che l\u2019altro \u00e8 con noi, \u00e8 al nostro fianco, con la testa. Tanto pi\u00f9 si \u00e8 vicini fisicamente tanto pi\u00f9 aumenta la distanza fra gli animi con l\u2019indifferenza, con la scontatezza; non riusciamo neanche a intravedere nell\u2019altro cambiamenti fisici cos\u00ec radicali da risultare abbaglianti agli occhi degli altri e perfettamente nascosti ai nostri, presi come siamo dal rancore nei confronti dell\u2019altro e dall\u2019o-stinata convinzione della nostra miseria: stavo dimagrendo a vista d\u2019occhio, indossavo spesso cappelli perch\u00e9 gli effetti collaterali della chemioterapia erano fulminei, quasi alla stessa stregua di quanto era stato fulmineo il mio tumore, neanche il trucco riusciva a coprire le occhiaie del mio viso; mi ero imbruttita e lui neanche se n\u2019era accor-to o per ripicca non me lo aveva fatto notare. O forse avrei peccato di presunzione a credere in questo e magari era stato il mio stesso atteggiamento a non permettere a Ferdinando di dimostrarmi amore e a permettere che tutti i buoni propositi del nostro rapporto finis-sero in soffitta e quegli stessi gesti che oggi rimproveravo a lui di non avermi dato, magari gli sarebbero venuti spontanei con un\u2019altra persona, come gi\u00e0 intravedevo nei confronti di Anna. E io non ero del tutto visionaria.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019avevo visto dalla finestra mentre andava via: era vicino allo sportello della sua auto quando gli ho visto sollevare la testa e un sorriso illuminargli il viso mentre si fermava ad aspettare la figura che gli veniva incontro; arrivata di fronte a lui Anna aveva abbassato un attimo gli occhi, come lievemente imbarazzata, per poi risollevare il viso e donargli uno di quei meravigliosi sorrisi che solo lei riusciva a dare. Lo aveva salutato con un bacio sulla guancia e Ferdinando, forse senza accorgersene, l\u2019aveva trattenuta per un braccio con una leggera pressione, quasi a non volere che si allontanasse troppo da lui, e poi scoppiare a ridere per qualcosa detto da Anna. Davvero non esistono persone buone o cattive: esistono solo quelle male assortite. E ci sono quelle che, quando le vedi insieme, sembrano fatte l\u2019una per l\u2019altra e non se ne accorgono soltanto loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando ero sola riuscivo a dare sfogo libero a rabbia e dolore. E piangevo. Come nel momento in cui li avevo visti dalla finestra: un pianto silenzioso, che veniva su dalla pancia e scendeva libero fi-nalmente dagli occhi e mi liberava dal peso che sentivo costante nel petto; e veniva su sempre pi\u00f9 forte, insieme ai singhiozzi, e il mio corpo sembrava reagire con un tremore che mi scombussolava, qua-si volesse aiutarmi a buttare tutto fuori, e da pianto di disperazione diventava pianto di liberazione. Pianto di consolazione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma, mamma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma, mamma, mamma, mamma, mamma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio scricciolo, la mia piccola bamboletta che nella sua ancora beata ignoranza stringeva le braccine alle mie gambe chiamandomi e offrendomi la consolazione pi\u00f9 grande che possa avere da questa vita: il suo amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Accogliendola fra le braccia mi apparve chiarissimo il fatto che sarei potuta morire in quell\u2019istante, avevo gi\u00e0 avuto il dono della cosa pi\u00f9 bella al mondo: mia figlia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h2>XVII&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<h2>C\u2019\u00e8 una specie di sicurezza negli appuntamenti fissi.<\/h2>\n\n\n\n<p>Quasi come se cadenzare con meticolosa precisione certi eventi nella nostra vita la rendesse in automatico migliore, pi\u00f9 sopportabi-le, meno pericolosa. Pi\u00f9 normale. Perch\u00e9, per quanto vogliamo fare i falsi ideologisti, un concetto di normalit\u00e0 esiste nelle cose: esiste un ordine prestabilito naturalmente, condivisibile o meno, che coincide con l\u2019armonia perfetta di tutto il sistema; e sentirsi parte integrante di questa armonia comporta assoggettarsi a quelle regole di natura. Io sapevo che, nell\u2019arco di un mese intero, per una settimana mi toccava sottopormi alla terapia, il che significava soffrire, stare male, vomitare, ridurmi a uno stato paragonabile a quello di una larva, e poi, per le successive tre settimane, cercare di rimuovere com-pletamente quella precedente, cercare di <em>vivere <\/em>al meglio delle mie possibilit\u00e0, mettendo da parte il pensiero costante, quasi un sibilo, un fischio continuo nelle orecchie, che tutto si potesse dire tranne che la mia vita scorresse normalmente fra la malattia, una figlia da crescere, un ex marito astioso e abbandonato e un amante nuovo che mi stimolava tutte le fantasie sessuali che non avevo avuto nemmeno in et\u00e0 adolescenziale. Io lo avrei definito un po\u2019 come \u201cla dimen-sione del dormiveglia\u201d, quella adorabile sensazione nella quale sei cosciente di dormire, ma ti lasci andare al sogno che hai nella testa canalizzandone il finale verso l\u2019idea che hai in testa. Cos\u00ec, anche un brutto sogno prende la piega migliore, quella che le vuoi dare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed era sempre in quella <em>dimensione <\/em>che affrontavo tutte le sedu-te di chemioterapia, quasi non fossi io quella sulla poltrona, quella alla quale per cinque ore consecutive alternavano farmaci in vena, quella che per una settimana si sottoponeva allo stesso iter e che, ingenuamente, aveva pensato che la sua trafila 1 su 21 significasse un giorno di chemio, ventuno di riposo (e invece uno stava per ciclo intero, che poi non era proprio una settimana, perch\u00e9 dal luned\u00ec al venerd\u00ec i giorni sono cinque e non sette, ma la differenza io non la vedevo proprio). \u00abLei ha metastasi diffuse, la terapia chemioterapica \u00e8 diversificata e i farmaci non possono essere somministrati contem-poraneamente, data la tossicit\u00e0 degli stessi.\u00bb Il solito caso bastardo. E io dovevo accettare la spiegazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima seduta, quella non credo qualcuno possa mai dimenti-carla, quasi un battesimo di iniziazione<\/p>\n\n\n\n<p>Ero arrivata alle ore 8, partenza da casa 7.30, mezz\u2019ora solo per raggiungere l\u2019ambulatorio, ma a quell\u2019ora l\u2019intera citt\u00e0 si metteva in moto per raggiungere le scuole, o i luoghi di lavoro, siamo tutte piccolissime api operaie. C\u2019erano gi\u00e0 delle persone in attesa, io non avevo idea se tutti fossero l\u00ec per il mio stesso motivo, ma mi trovavo nel reparto oncologico, un\u2019idea me l\u2019ero fatta per forza. Allora provai a vincere l\u2019imbarazzo e chiesi a una signora seduta alla sedia a fianco alla mia che, guardandomi con aria benevola, mi disse che la mag-gior parte di quelle persone era l\u00ec per l\u2019esame del sangue prima della chemio. Mi sentii come una bambina colta in flagrante, dovevo avere proprio l\u2019aspetto di <em>quella che era l\u00ec per la prima volta<\/em>. A quel pen-siero mi feci pena pure io, quasi, da sola. Alle 8.30 cominciarono le chiamate: assegnavano un numero, ordine di precedenza, e un colore che corrispondeva a un oncologo, per questione di privacy dicevano. 8 rosso. Sembrava un numero alla roulette. Immaginavo l\u2019infermiere travestito da croupier che sibilava ai giocatori trepidanti <em>rien ne va plus, faites vos jeux! <\/em>E noi tutti con gli occhi fossilizzati su quella pallina nella speranza che il nostro numero fosse chiamato, salvo poi materializzarsi la curiosa preghiera sul tabellone led a caratteri rossi, pure quelli. Venni chiamata alle 9.15 dalla caposala, ed essendo la prima visita mi fece entrate dal primario. \u00c8 davvero bizzarro il mec-canismo con il quale la nostra mente reagisce agli stress emotivi: o ri-&nbsp; muove tutto o ricorda ogni cosa fin nel minimo particolare. Le attese, che in precedenza non avevano mai suscitato alcuna emozione all\u2019in-fuori della semplice irritazione e impazienza, si dilatano divenendo il momento ideale per osservare con precisione chirurgica tutto un microcosmo concentrato all\u2019interno della stanzetta di un ambulato-rio ospedaliero. Sette poltrone che diventavano un universo. Dopo il colloquio con il primario e la vista delle analisi del sangue che avevo fatto qualche giorno prima e che sapevo di dover portare, fu deciso il mio <em>protocollo. <\/em>Come un giudice che esprime la sentenza di fronte all\u2019imputato, cos\u00ec decise che si sarebbe dovuto procedere: sei cicli, uno ogni ventuno giorni, con tre chemioterapici Cis Platino, Taxotere 80, Xeloda, i primi due per endovena in ospedale, il terzo in compres-se, quattro al giorno per cinque giorni a casa. Gli effetti collaterali ai quali andavo incontro erano: nausea, vomito, astenia, alopecia (mi chiesi quanto potesse essere terribile il cocktail di farmaci da essere capace di distruggere in cos\u00ec poco tempo una intera compagine), di-minuzione delle cellule ematiche, ulcere nella cavit\u00e0 orale e dolore.<\/p>\n\n\n\n<p>Cis Platino, Taxotere 80, Xeloda.<\/p>\n\n\n\n<p>I miei prodi cavalieri, pronti a disperdersi nei meandri delle mie vene e a sacrificarsi per la distruzione del mostro malefico che vi-veva nel mio corpo. Cominciai la terapia verso le 10.30, con l\u2019in-fermiera che armeggiava sul mio avambraccio alla ricerca di una vena; mi sembrava un po\u2019 in difficolt\u00e0, ma io ero troppo impegnata a combattere mentalmente il mio terrore per gli aghi per poterle dire qualcosa. Sentivo gi\u00e0 le lacrime pronte a lanciarsi fuori dagli occhi, come quegli sciatori, durante le gare, che allo sparo dello start spin-gono quanto pi\u00f9 forte sulle gambe per lanciarsi sulla pista. E alla fine arrivarono, grosse, copiose, irrefrenabili. Mentre io volevo scompa-rire dentro quella poltrona, sciogliermi e confondere con quella pelle marroncina scolorita e scrostata ai bordi da tutti quelli che, come me, si erano ritrovati impotenti e incatenati fra le sue braccia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLe sto facendo male, signora? Mi scusi, onestamente non cre-devo, ma non credevo nemmeno che avrei trovato difficolt\u00e0 in un braccio cosi esile come il suo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La bocca serrata, i denti conficcati nelle labbra per impedire che cominciassero a tremare, ero troppo concentrata a trattenere quelle fottute lacrime che mi fregavano ogni volta per poter rispondere in maniera adeguata a quella stronza che trafficava con l\u2019ago nel mio braccio. Che poi, magari, stronza non lo era per niente, ma in quel momento se avessi potuto mettere tutti contro un muro, medici, in-fermieri, ausiliari, e poter aprire il fuoco lo avrei fatto, solo per il fatto di trovarsi l\u00ec, in quel luogo, in quel momento. E poi dicono che la malattia faccia impazzire. In realt\u00e0 si potrebbe impazzire alla sola idea di avere un cancro. Figuriamoci io che avevo tanti di quei simpatici figli che mi scorrazzavano dentro il corpo.<\/p>\n\n\n\n<p>Feci cenno di no con la testa all\u2019infermiera.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon badi molto alle mie lacrime, \u00e8 la tensione. Credo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa prima volta succede spesso, non \u00e8 la prima che vedo sa? E purtroppo nemmeno l\u2019ultima credo. Non pensi che tutto questo ci lasci indifferenti, perch\u00e9, se pure le poltrone potessero parlare, piangerebbero anche loro, dico davvero, per tutta la sofferenza che hanno visto passare sulla loro pelle. E a noi si chiede di essere, come quelle poltrone: mute e indifferenti, perch\u00e9 l\u2019unico modo vero nel quale possiamo aiutarvi \u00e8 fare al meglio il nostro lavoro. E per quan-to riguarda le sue disgraziatissime vene, mi creda, per molti pazienti trovare la vena \u00e8 davvero un problema, alcuni hanno quindi il port, un presidio impiantabile usato per infondere farmaci direttamente nel circolo sanguigno.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Da non crederci: mi aveva distratto. Le lacrime si erano fermate e non mi ero nemmeno accorta che avevo pure cominciato la prima flebo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCos\u2019\u00e8 questo coso di cui parla? Il port, insomma.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh! \u00e8 davvero una cosa semplice che pu\u00f2 risolverle un mucchio di fastidi! \u00c8 dispositivo \u00e8 formato da due elementi fondamentali: il reservoir, o \u201ccamera\u201d, per dirla in gergo tecnico, che \u00e8 un picco-lo serbatoio di circa tre centimetri, con una parte rialzata chiamata \u201csetto\u201d con una membrana dove s\u2019inserisce l\u2019ago; poi c\u2019\u00e8 il catetere venoso centrale, che \u00e8 un tubicino flessibile, collegato al port, che serve a infondere il farmaco direttamente nel circolo sanguigno at-traverso una grossa vena.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon sembra una cosa semplice spiegata in questa maniera.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora mettiamola cos\u00ec: glielo faccio programmare in chirurgia prima del prossimo ciclo e lei non si accorger\u00e0 nemmeno di come glielo anno messo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe lo dice lei\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Del port, o di come diavolo si chiamasse quel coso, ci capii ve-ramente poco o nulla: troppo tecnicismo per una che fino al giorno prima lottava contro gli aghi delle siringhe. Volevo finire e andar-mene. Non volevo pi\u00f9 niente. Ma non avevo nemmeno la forza di parlare, volevo che mi lasciassero l\u00ec, su una di quelle nove poltrone, in quella stanzetta alquanto affollata, con un flacone contro vomito\/ nausea, seguito da uno di ferro per curare un po\u2019 di anemia, un diu-retico, una soluzione per recuperare i sali perduti, il chemioterapico Pt 70, un antistaminico per evitare che il Taxotere 80 provocasse allergia. E alla fine una bella soluzione per il lavaggio della vena. Se poi avessero trovato un modo che quel cocktail di farmaci mi facesse anche il lavaggio del cervello, avrei accettato pure quello. Fino a quel momento ero solo riuscita a fare il lavaggio del gabinetto a causa del diuretico. In uno di quei continui andirivieni fra il mio sudario e il bagno avevo notato che c\u2019era un\u2019altra stanza pi\u00f9 piccola per la chemio, con sedie e lettini.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuella \u00e8 riservata per i bambini.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Non gliela avevo nemmeno fatta la domanda. E forse avrei prefe-rito non saperlo nemmeno. Mentalmente, per la prima volta, ringra-ziai quell\u2019indifferente del caso per aver colpito me con la malattia; perch\u00e9, se una sofferenza del genere fosse capitata a mia figlia, avrei potuto diventare davvero una pazza furiosa. Ci sono cose che sono davvero intollerabili. E per una madre assistere impotente al sup-plizio di un figlio, o addirittura sopravvivere a esso \u00e8 quanto di pi\u00f9 innaturale e spaventoso possa esistere al mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella prima seduta termin\u00f2 verso le 15.30, con un altro collo-quio con la caposala e il primario per gli ultimi consigli, compresi quelli sulla mia alimentazione. Alimentazione. Ora, digiunavo da due giorni, dal momento che nuovi studi avevano affermato che la chemioterapia funzionava meglio perch\u00e9 le cellule sane riposano in uno stato di ibernazione in attesa di nuovo nutrimento, mentre quelle malate diventavano pi\u00f9 vulnerabili, destabilizzandosi e indebolen-dosi perch\u00e9 non sopravvivono al digiuno: ero esausta, stanca e in ogni caso affamata; parlare di cibo era davvero crudele, porca vacca! E poi cosa diavolo mi poteva interessare di non poter mangiare il pompelmo perch\u00e9 il suo succo poteva bloccare l\u2019azione di enzimi importanti per l\u2019assorbimento e il metabolismo di alcuni farmaci, e in questo modo ridurne l\u2019efficacia. Che schifo, cos\u00ec amaro e aspro, poteva pure scomparire dalla faccia della terra per me. Volevo solo andarmene dopo una seduta cos\u00ec lunga, passata fra persone scono-sciute accomunate da uno stesso male, tante donne che sembravano quasi tutte mie coetanee. Chiss\u00e0 se anche loro avevano figli. Chiss\u00e0 se anche loro avevano stimolato un piano di azione folle come il mio. Chiss\u00e0 quante di loro avevano raccontato a coloro che amavano la malattia. E chiss\u00e0 quanti di questi erano stati capaci di rimanere a fianco a quelle donne per sostenerle, consolarle. Amarle, nonostante tutto. Nonostante la malattia, la bruttezza, l\u2019irascibilit\u00e0. Nonostante la cuffia refrigerante che aiutava a non perdere i capelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Le donne.<\/p>\n\n\n\n<p>Davvero penso che facciamo parte di un universo proprio a s\u00e9 stante. Ci lasciamo investire da tutto quello che vita, destino, caso, ci buttano addosso, trascinandoci addosso il fardello, che siano ma-lattie, lutti, dolori, uomini sbagliati, umiliazioni, senza dare segni di cedimento. Per poi fermarci un attimo, risollevare la testa, scuoterci, come si farebbe per togliersi di dosso qualche insetto fastidioso, e ripartire, a testa alta. A occhi asciutti. Molto spesso senza aspettare che qualcuno ci lanci un salvagente.<\/p>\n\n\n\n<p>La dignit\u00e0 \u00e8 la nostra salvezza.<\/p>\n\n\n\n<h2>XVIII<\/h2>\n\n\n\n<p>I dolori che provavo erano indescrivibili.<\/p>\n\n\n\n<p>Erano passate s\u00ec e no due settimane dal ciclo di chemio e ne man-cava una dal nuovo ciclo, erano cominciati i dolori: era come se mi stessero pugnalando di continuo al tronco e non riuscivo a trovare pace n\u00e9 se stavo in piedi, perch\u00e9 era come se avessi una palla incan-descente che bruciava all\u2019altezza del fianco sinistro, n\u00e9 se provavo a distendermi, perch\u00e9 venivo assalita da atroci crampi addominali che spesso culminavano in coliche improvvise, durante le quali mi ero pure quasi abituata alla vista del sangue. Fegato e intestino erano completamente andati ormai; chiss\u00e0 quanto ci avrei messo ad andar-mene anche io. Avevo cominciato a imbottirmi di antidolorifici a dosi che non prendevano minimamente in considerazione il bugiardino e che quindi spesso mi provocavano nausea e vomito; la maggior parte delle volte dormivo seduta; \u201csindrome dell\u2019addome e della pelvi con-gelati\u201d, questa era la descrizione fornitami dal dottore quando Anna mi aveva accompagnata di corsa al Pronto soccorso perch\u00e9 impotente sul da farsi e perch\u00e9 ormai il dolore sopravviveva a tutti gli antido-lorifici: era dovuto all\u2019invasione neoplastica dei visceri dell\u2019addome superiore e del peritoneo e dei muscoli nella parete dell\u2019addome e quando mi avevano palpato il tronco per visitarmi avevo cominciato a piangere tanto era insopportabile. Davvero in certi momenti ci si augura addirittura la morte pur di non soffrire. Solo il pensiero di Gioia mi teneva aggrappata con disperazione ancora alla vita: non mi sarei mai rassegnata all\u2019idea di dover abbandonare mia figlia; l\u2019e-goismo materno prende sempre il sopravvento nei momenti peggiori della nostra vita. E in fondo al mio cuore coltivavo anche un\u2019ultima speranza: rivedere ancora qualche volta Andrea, quel suo sorriso me-raviglioso, quei suoi occhi profondi che mi guardavano con passione, con intensit\u00e0. Con amore. Su quel lettino al Pronto soccorso tenevo gli occhi chiusi e mentalmente seguivo il percorso che gli antidolori-fici compivano dalla flebo alla mia vena, nel tentativo di far leva sulla mia forza di volont\u00e0 e cercare di reagire al dolore. Chiss\u00e0 che intru-glio ci avevano messo l\u00ec dentro, di sicuro almeno qualche oppioide minore: speravo che oltre a farmi stare meglio mi regalasse una sana allucinazione che mi distraesse dal pensiero fisso delle stilettate nel corpo; sempre a occhi chiusi tornavo con la memoria ancora ai giorni di Londra, ad Andrea, alle sue mani leggere sul mio corpo e di nuovo quelle maledette lacrime cominciavano a pungere dietro le ciglia, fin quando avvertii una carezza sul mio viso e riaprii gli occhi ormai lucidi e quello che vidi mi fece davvero credere che gli oppioidi mi avessero provocato le allucinazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAndrea.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Sssh<\/em>, non parlare, chiudi gli occhi e riposati.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChe ci fai qui?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi ha avvisato Anna.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome diavolo le \u00e8 venuto in mente? E come diavolo ti ha rin-tracciato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCredo che sia molto pi\u00f9 intelligente e furba di quanto tu pensi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAspetta che mi riprenda e me la mangio viva.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa chi mangi tu, stai buona. Pensa a riprenderti che ti voglio fuori di qui presto: ho ancora qualche sorpresa in serbo per te.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon rientra nei nostri patti che tu mi veda in queste condizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono io che detto le regole ricordi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA me piace trasgredire.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSmettila. Sono ridotta una larva e se prima potevo sperare di attrarti ancora un poco credo che in queste condizioni ho perso tutte le speranze. Vattene via, per favore.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Con uno sforzo immenso mi girai sul lettino e gli diedi le spalle; in tutta risposta lui appoggio il viso sul mio braccio e con la mano continu\u00f2 ad accarezzarmi le guance e la fronte.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSei sempre bellissima, stai male adesso, \u00e8 normale che tu non sia al meglio, ma appena gli antidolorifici faranno effetto ci penso io a ricordarti quanto mi piaci.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon sono neanche dell\u2019umore adatto per credere alle puttanate, non credo riuscir\u00f2 pi\u00f9 a stare meglio quindi non \u00e8 il caso che ti senta in dovere di starmi vicino, ritieniti licenziato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon mettermi in disparte, o potrei pensare di vendicarmi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE come? Sono un rottame, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 niente che possa distrug-germi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPotrei pensare di amarti finch\u00e9 io avr\u00f2 vita, allora s\u00ec che, ovun-que andrai, avrai il rimorso di avermi cacciato dalla tua vita.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E le lacrime bastarde vennero gi\u00f9 senza alcun freno, non le riu-scivo a fermare per quanto mi mordessi le labbra fino a quasi far-le sanguinare; dovevo riacquistare un minimo di dignit\u00e0 davanti a quell\u2019uomo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon sentirti in dovere di dirmi cose per farmi stare meglio. La cosa pi\u00f9 bella del nostro rapporto \u00e8 stata sempre la nostra franchez-za, sei stato l\u2019unica persona, insieme ad Anna, a sapere della mia malattia perch\u00e9 io avevo bisogno di qualcuno con cui essere del tutto sincera senza rischiare di ricevere solo compassione; la mia famiglia non sa nulla, mia madre non sa nulla, mia sorella continua a ignorar-mi come prima e se sapesse del mio cancro la costringerei a fingere un interesse nei confronti della sorella che non prova. Mio marito l\u2019ho tradito come un\u2019infame per farlo scappare e non fargli assistere al mio sfacelo. Ho il terrore di quello che succeder\u00e0 a mia figlia dopo la mia morte. L\u2019incanto si \u00e8 spezzato ormai e la miseria di quello che ho combinato mi appare bella chiara.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSarei ipocrita a dirti che non mi ha fatto comodo all\u2019inizio la situazione, ma proprio in virt\u00f9 della nostra chiarezza sarei altrettanto ipocrita a non dirti che ora c\u2019\u00e8 dell\u2019altro. Dici che devi morire, va bene, forse me ne far\u00f2 una ragione, ma perch\u00e9 vuoi impedirmi di star-mi vicino se \u00e8 quello che voglio ora? E non dirmi che tu non lo vuoi: ho imparato a leggere i tuoi gesti pi\u00f9 che ad ascoltare le tue parole.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFai quello che vuoi, ora. Io non ho la forza in questo momento per reagire a niente perci\u00f2, davvero, fa quello che vuoi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E fece davvero quello che voleva, in barba a tutte le regole e le convenzioni: in quella stanzetta nell\u2019astanteria del Pronto soccorso, in attesa che trovassero un posto per ricoverare la povera moribonda, Andrea si sdrai\u00f2 sul lettino insieme a me, cingendomi la vita con un braccio e con l\u2019altro continuando ad accarezzarmi, cos\u00ec come si fa con un bambino quando ha paura del buio e lo si vuol tranquil-lizzare che le ombre che si muovono dentro l\u2019oscurit\u00e0 non hanno niente di minaccioso. Prima o poi sarebbe entrato un infermiere e lo avrebbe cacciato a male parole, ma fino a quel momento volevo lasciarmi cullare da quelle mani, quelle braccia, da quella tenerezza tutta. Volevo che quell\u2019amore mi si infondesse nella pelle e lenisse i miei dolori insieme alle medicine, volevo imprimere anche quel ri-cordo nella mia memoria. Non avevo idea di come si morisse, ma se dovevo scegliere come passare gli ultimi istanti della mia vita avrei voluto che mi scorressero avanti tutti i ricordi pi\u00f9 belli della mia vita: tutti gli amori che avevo creduto sarebbero durati per sempre, il giorno del mio matrimonio, mentre scendevo di corsa dall\u2019auto, in ritardo tremendo, per raggiungere il mio futuro marito all\u2019altare, il momento in cui avevo scoperto di essere incinta, con un test di gravidanza nel bagno dell\u2019ufficio, il primo pianto disperato di mia figlia appena nata e la vista di quegli occhietti spaventati e sgranati che mai pi\u00f9 avrei dimenticato, la delusione nel comprendere che gli amori finiscono e la sorpresa nella scoperta che si pu\u00f2 amare di nuo-vo, la mia prima amata moto, le mie cadute catastrofiche. Andrea, le sue braccia, il suo calore, il suo sorriso, Londra. Il suo amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Non lo sapevo com\u2019era morire. Non credo potr\u00f2&nbsp; raccontarlo.<\/p>\n\n\n\n<h2>XIX<\/h2>\n\n\n\n<p>Se stavo sognando voleva sicuramente dire che non ero ancora morta. Le voci mi arrivavano come ovattate per\u00f2 distinguevo bene le parole: due uomini che parlavano delle mie condizioni di salute; na-turalmente quella che sicuramente era la voce del dottore non stava dando speranze all\u2019altra voce. Aprii gli occhi di scatto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFerdinando.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa, come ti senti?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOddio, che ci fai pure tu qui? Dov\u2019\u00e8 Gioia?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 con Anna a casa, le ho dato il cambio. Lo sai che \u00e8 stata tutta la notte in ospedale? Sei fortunata ad averla incontrata.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIo lo so. Te lo ha detto lei di venire?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPensi davvero che sia cos\u00ec stronzo da essere contento del fatto che stai male? Forse ieri presa dal dolore neanche ti sei resa conto che mi aveva chiamato per farmi tenere la bambina.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHai parlato con il dottore?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>In tutta risposta prese una sedia e si sedette vicino al letto e mi prese le mani fra le sue; io lo guardai, un po\u2019 spaventata, per quello che avrebbe potuto dirmi, per come avrebbe potuto giudicarmi, lui mi guard\u00f2 negli occhi e quello che vidi non fu n\u00e9 giudizio n\u00e9 rimpro-vero: dolore. Dolore vero, dolore puro, dolore assoluto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa davvero hai pensato di voler vivere tutto questo da sola? Davvero pensavi di potermi escludere cos\u00ec dalla tua vita? Io non posso dire di sapere cosa stai provando in questo momento, ma pos-so comprendere che sapere una cosa del genere possa mandarti il cervello in pappa; non voglio giudicare pi\u00f9 niente di quello che hai fatto in questi ultimi mesi, non me ne frega niente. Voglio poter re-stare al tuo fianco adesso e per il tempo che ci rimane, voglio soste-nerti, voglio poterti confortare. Voglio poterti curare. E voglio essere libero di esprimere il dolore che provo anch\u2019io, voglio il diritto di essere incazzato con il destino per aver deciso di lasciare mia figlia senza una madre ora che \u00e8 ancora cos\u00ec piccola, buttare tutto quello che trovo davanti all\u2019aria e spaccare tutto; e voglio sentirmi libero di piangere davanti a te perch\u00e9 soffro anch\u2019io. Come hai davvero solo potuto pensare che bastasse cos\u00ec poco per liberti di me?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIo, io non ti so dare le risposte che vuoi, Ferdinando, ho fatto quello che testa, o cuore, non lo so, mi hanno suggerito. Ti ho amato tanto eppure adesso seguirei Andrea fino in capo al mondo se solo ne avessi la forza. Ti voglio bene e mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. Se ci ragiono non volevo lasciarti con un cattivo ricordo di me, ma non volevo ricevere piet\u00e0 da nessuno, nemmeno da te e non volevo che nessuno, nemmeno mia madre, mia sorella, sapessero del cancro.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAnnalisa, qualunque problema tu abbia con loro, sono sempre la tua famiglia: tua madre ti ha messa al mondo, sei madre anche tu, dovresti sapere cosa significa anche solo il pensiero che tua figlia stia per morire. Davvero credi che tua sorella, che \u00e8 carne tua, se ne possa fregare? Io credo che sia stata la paura a farti ragionare e rea-gire cos\u00ec; \u00e8 normale, credo che succederebbe a tutti, ma adesso devi permettere agli altri di aiutarti, siamo quasi arrivati alla fine della storia, cerchiamo di dargli un finale meno rabbioso, per favore.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi prego, va\u2019 a casa, vai da Gioia, ha bisogno della presenza di almeno uno di noi due; io qui sono in buone mani non ti preoccupa-re, ne riparliamo non appena mi sentir\u00f2 meglio e mi dimetteranno, ma tu per favore, vai da Gioia a casa. E ringrazia Anna per me, lo so che quello che ha fatto lo ha fatto in buona fede, senza la reale volont\u00e0 di contraddirmi; rassicurala: lei \u00e8 cos\u00ec sensibile.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHa tirato fuori una grande forza in questo momento.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLo so, \u00e8 speciale. Ma ora vai.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Le sue mani indugiarono ancora qualche secondo nelle mie, poi si alz\u00f2 dalla sedia, mi diede un bacio sulla fronte e si ferm\u00f2 di nuovo a guardarmi negli occhi; gli vidi le pupille tremare prima di girarsi e attraversare la porta della stanza. Io rimasi a guardare il soffitto: un bianco un po\u2019 ingiallito con accenni di umidit\u00e0 ai quattro angoli, i grandi neon che contribuivano a dare a tutti un giallore del viso artefatto; i finestroni serrati con le tapparelle abbassate a non per-mettere di entrare neanche a un solo spiraglio di luce naturale e poi il silenzio interrotto solo da qualche colpo di tosse nel corridoio e dal rumore delle rotelle delle barelle. Sul comodino affianco al bicchie-re dell\u2019acqua c\u2019era un beauty, Anna doveva aver pensato davvero a tutto; cercando di far attenzione al braccio con la flebo e con grande fatica mi sporsi a prenderlo e tirai fuori uno specchio: le guance sca-vate, le occhiaie verdastre, il grigiore del viso, a stento riconoscevo in quel volto quello della donna che ero stata; passai la mia mano scarna a sfiorarmi il viso, scendendo sul collo dove la pelle quasi trasparente faceva intravedere il reticolo dei capillari fino al petto e alle scapole sporgenti, data la scarsa percentuale di grasso che mi era rimasta nel corpo. Un sorriso amaro mi comparve a un angolo della bocca: per tanti anni avevo tenuto sotto controllo il peso per la paura di ingrassare e ora a stento mi rimaneva la pelle sulle ossa; se mi avesse visto mia madre, chiss\u00e0 cosa avrebbe pensato: pi\u00f9 di due mesi che non vedevo n\u00e9 lei n\u00e9 mia sorella adducendo ogni volta una scusa diversa; di sicuro ero riuscita nell\u2019intento di rendermi de-testabile. Ora che per\u00f2 vedevo sempre pi\u00f9 vicina la fine cominciavo a chiedermi se aveva davvero un senso quello che facevo: valeva la pena allontanare chi amavo perch\u00e9 la rabbia verso un destino che non riuscivo ad accettare mi aveva completamente accecato? Loro mi avevano cercato tante volte, tutte le settimane, io mai, troppo presa a cercar di vendicarmi.<\/p>\n\n\n\n<p>Vendicarmi di chi, poi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho dato tante di quelle giustificazioni al mio comportamento\u2026 Perch\u00e9 mi sentivo in diritto di godermi gli ultimi momenti della mia vita solo ed esclusivamente come io volevo: il principio di per s\u00e9 non era sbagliato, ho sbagliato i modi, i tempi e ho finito per coinvol- gere nella mia spirale di rivalsa tutti gli ignari. Eppure avrei dovuto capirlo che non ero io ad avere il telecomando in mano, anzi, ero la prova vivente che non siamo che burattini nelle mani del caso, mentre io invece cercavo di piegare gli eventi in mio volere. Quella faccia terrificante che vedevo riflessa nello specchio era la mia, quel-la stessa faccia che sia Ferdinando che Andrea avevano dichiarato di amare anche ora che non aveva pi\u00f9 traccia dell\u2019antica bellezza; possiamo cercare di allontanare da noi le persone quanto vogliamo: l\u2019amore \u00e8 il collante pi\u00f9 forte di qualunque volont\u00e0 perch\u00e9 chi ci ama irrimediabilmente tender\u00e0 a starci vicino, a costo di farsi umiliare dalla nostra sufficienza. E quanto \u00e8 meraviglioso, bello, appagante, rendersi conto di essere amati; l\u2019unica vera fonte di felicit\u00e0 \u00e8 il pren-dere coscienza di essere sufficientemente corrisposti in amore. Non tutti per\u00f2 sono in grado di dimostrarlo allo stesso modo, allora noi dobbiamo essere pi\u00f9 bravi a intuire nei gesti, fra le pieghe di un sor-riso, nelle strette di mano, l\u2019intensit\u00e0 dei sentimenti che ci riguarda-no. Mia madre era vecchia e malandata, la vita se la teneva appesa a un filo sottile sottile, che poteva spezzarsi anche solo con un alito di vento, eppure era talmente forte la sua volont\u00e0 da rimanerci attaccata alla sua di vita con le unghie e con i denti: lottava ogni giorno e io, tutta concentrata sul mio disastro, avevo dimenticato anche questo. Non volevo lasciarmi andare via senza un ultimo abbraccio fra le sue grosse braccia. Non volevo lasciarmi andare via senza un ultimo sor-riso regalatomi. Un abbraccio e un sorriso. Le grosse braccia di mia madre. Potevano contenere il mondo. Potevano contenere me tutta.<\/p>\n\n\n\n<p>Per la prima volta volevo implorare alla malattia di fermarsi un attimo, giusto il tempo di recuperare qualche ora con mia madre. Ma ormai non avevo pi\u00f9 il controllo su quella cosa e non c\u2019era nes-suna speranza di regressione: potevo solo sperare che il destino mi concedesse qualche giorno di vita in pi\u00f9; avessi potuto rinchiudere ognuno di loro in una palla di vetro da poter guardare nei momenti di malinconia lo avrei fatto, intanto avrei chiesto a ognuno di loro, ad Andrea, a Ferdinando, a mia madre e a mia sorella di donarmi<\/p>\n\n\n\n<p>qualcosa di loro da portar con me nel luogo dove ero destinata. Mai, dico mai, mi sarei rassegnata all\u2019idea del nulla oltre la morte.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019infermiera entrata nella stanza interruppe lo scorrere di quei pen-sieri e le rivolsi un sorriso di pura gratitudine mentre mi liberava dalla flebo ormai finita; i dolori c\u2019erano ancora, ma erano sopportabili.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome si sente?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome se fossi stata investita da un tir, si pu\u00f2 dire?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSi pu\u00f2 dire, si pu\u00f2 dire.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAbbiamo finito con le flebo?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa devo preparare per la tac con contrasto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCi sono problemi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOra arriva il dottore, signora, e le spiega.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La guardai con ansia mentre usciva dalla stanza e alla sua figura si sostitu\u00ec quella del medico, il mio medico ormai, che entrava al suo posto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMeglio?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDiciamo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLe stiamo per fare una tac con contrasto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9, dottore?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLei aveva metastasi a fegato e intestino sulle quali non \u00e8 stato possibile intervenire chirurgicamente, la chemioterapia avrebbe do-vuto bloccare lo sviluppo tumorale, ma a questo stadio \u00e8 comunque difficile.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTemo la compromissione polmonare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe fosse cos\u00ec, dottore, per favore, me lo dica subito, non mi nasconda nulla.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ne dubiti.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGrazie.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sorrise e prima di andarsene mi diede una stretta sulla spalla, come a infondermi una forza che non avevo. Non avevo pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<h2>XX<\/h2>\n\n\n\n<p>Uscendo dal portone dell\u2019edificio mi sollevai il collo del cappotto e calai bene sulle orecchie il cappello; il vento spazzava via le foglie facendo loro descrivere dei piccoli vortici per poi farle riprecipitare per terra. Ero stata dal notaio a consegnare il mio testamento ologra-fo: non era stato necessario che lo redigessi davanti a lui, ho scritto semplicemente di mio pugno, su carta semplice e indicando la data, le mie volont\u00e0 per Gioia; volevo che quel poco che possedevo fosse tutelato per esserle consegnato dopo la maggiore et\u00e0: sarebbero pas-sati almeno sedici anni, del mio corpo sarebbe rimasta solo cenere. Avevo concluso tutto quello che dovevo fare e mi sentivo molto pi\u00f9 leggera senza l\u2019ansia che mi fosse successa qualcosa prima del te-stamento. Ero anche stata da mia madre e la sua reazione di dolore dignitosa mi aveva piacevolmente sorpreso; le avevo parlato in tutta tranquillit\u00e0, manco la cosa non riguardasse me, mentre era seduta sulla sua poltrona a guardare la televisione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma, ti devo dire una cosa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe intendi il fatto che hai lasciato tuo marito io l\u2019ho sempre sa-puto che non era l\u2019uomo per te.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abScusa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTu sei una finta burbera, figlia mia; sei un tipo taciturno alle volte, ma sei affettuosa: da bambina stavi sempre a chiedermi carez-ze e bacetti, sembravi una mendicante di affetto, ma la felicit\u00e0 che esprimevi sul quel visetto era meravigliosa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa veramente non mi ricordo che tu elargivi cos\u00ec spesso affetto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEri piccola, che vuoi ricordare, ma ti posso assicurare che \u00e8 stata tua sorella quella ad averne sofferto di pi\u00f9: lei non \u00e8 mai stata brava n\u00e9 a pretendere n\u00e9 a dispensare gesti affettuosi, anzi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abComunque, non era del mio matrimonio che ti volevo parlare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE di che cosa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEcco\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abRiguarda il tipo per cui hai lasciato tuo marito, allora. Annalisa, tutte le mamme vogliono la felicit\u00e0 dei propri figli; io la mia vita l\u2019ho vissuta ormai e quindi vorrei che tu ottenessi quello che prefe-risci\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMamma!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Smise di armeggiare con quel benedetto telecomando per rivol-gere finalmente tutta la sua attenzione a me.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHo un cancro. Terminale.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Si copr\u00ec il volto con le mani quasi che nascondere la mia vista le impedisse almeno un po\u2019 l\u2019orrore di quello che le avevo detto: non doveva essere semplice per qualcuno come lei, che aveva sempre declamato ai quattro venti la sua prossima dipartita, che poi non av-veniva mai, rendersi conto che sua figlia, alla quale aveva appena prospettato un futuro sereno, quel futuro non ce l\u2019aveva proprio: il suo era un dolore misto fra quello per la perdita di una figlia e la delusione per esser stata sorpassata, quasi le avessero tolto la scena. Poi le lacrime che cominciarono a sgorgarle dagli occhi la resero pi\u00f9 umana. E io mi sentii un po\u2019 stronza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh mio Dio! Non \u00e8 possibile, non \u00e8 possibile. Tu, tu sei cos\u00ec giovane, non puoi. E poi Gioia, quella piccina, come far\u00e0 senza la mamma? Io sono una vecchia invalida e ho bisogno di qualcuno che badi a me, non posso farlo io. Dio, ma perch\u00e9 diamine non vuoi me al suo posto? Capisco che non reggo il confronto, ma perch\u00e9 lei? Perch\u00e9 lei? Perch\u00e9 lei? Lo stesso destino di tuo padre, non \u00e8 possi-bile. Perch\u00e9 non prendi me maledetto, che tanto io ho cos\u00ec poco da dare alla vita. Perch\u00e9 non prendi me, perch\u00e9?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Interruppi quell\u2019invocazione staccandole quelle mani dagli occhi e costringendola a guardarmi: mi inginocchiai ai suoi piedi e lascia che mi accarezzasse il viso poggiato sul suo grembo, in silenzio, senza dire neanche pi\u00f9 una parola. E mi resi finalmente conto di&nbsp; quanto avessi bisogno dell\u2019abbraccio di mia madre, per ricordarmi di nuovo com\u2019era fatto e conservare anche quello nella mia memo-ria. Sarebbe andato tutto bene.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe andato tutto bene.<\/p>\n\n\n\n<p>Camminare sul marciapiedi era un piccolo percorso a ostacoli fra il dover scansare foglie e cartacce svolazzanti e il dover evitare gli escrementi di animali dai padroni poco civili, ma anche quell\u2019inutile attivit\u00e0 serviva alla mia mente per non farle fare pi\u00f9 inutili giri di pensieri persino inutili anche solo al pensarli. Era finito anche quel tempo. Ora restavo solo in attesa, senza paura, perch\u00e9 quella avrebbe reso il momento pi\u00f9 difficile. Un clacson attir\u00f2 la mia attenzione e un uomo bellissimo, dal sorriso meraviglioso, mi fece cenno con la mano: era seduto, ma da come riempiva l\u2019abitacolo si sarebbe det-to sul metro e novanta, con i capelli ricci dal castano dorato e con gli occhi che quel giorno erano verdi quasi smeraldo; la meraviglia di quegli occhi che passavano dal blu intenso al verde smeraldo a seconda del tempo mi colpiva e mi emozionava ogni volta come la prima volta.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi scusi, signora, ma non ho potuto fare a meno di notare la sua bellezza luminosa in mezzo a tutto questo grigiore: potrei avere il piacere, l\u2019onore di offrirle una bella colazione, magari a casa mia?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOh, il piacere \u00e8 tutto il mio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h2>XXI<\/h2>\n\n\n\n<p>A un certo punto ci si deve arrendere. All\u2019evidenza, alla realt\u00e0, all\u2019in-vincibilit\u00e0 e all\u2019ineluttabilit\u00e0 di quello che deve essere. Io ci avevo provato. Nessuno, a posteriori, avrebbe potuto recriminare la man-canza di reazione, la mia arrendevolezza: mi ero incazzata, avevo pianto, urlato, mi ero chiesta perch\u00e9 fosse capitato a me, di quale colpa mi ero tacciata per dover pagare un prezzo cos\u00ec alto, avevo scagliato cose verso l\u2019aria, perch\u00e9 non avevo qualcuno di reale contro il quale prendermela, avevo reagito, mi ero curata, avevo fatto tutto quello che mi avevano chiesto. Non ho mai rinunciato, ma quello contro cui io lottavo \u00e8 sempre stato pi\u00f9 furbo di me, sempre un passo davanti a me. Come in una corsa di automobili in cui uno dei due gareggianti ha una macchina truccata e pi\u00f9 potente: con ghigno meschino il baro rallenta per guardar dal finestrino a che punto ha seminato il nemi-co, lasciandogli la vana speranza che avrebbe potuto raggiungerlo, quando invece, non appena intravisto dallo specchietto retrovisore, con una sferzata violenta all\u2019acceleratore lo liquida definitivamente. Solo che in quelle occasioni non ero mai io ad avere l\u2019auto migliore. Ed ero sempre io quella lasciata indietro fra deserto e polvere.<\/p>\n\n\n\n<p>Era una settimana che percorrevo ogni giorno quella strada, quel-la striscia grigia di asfalto che si srotolava sotto le ruote della mia macchina come della carta igienica. Finiva esattamente nello stesso punto ogni giorno, ma era il punto preciso dove io volevo che fi-nisse. A casa di mia sorella. Solo che tutto si esauriva l\u00ec: superavo il cancello della villa, svoltavo a destra e parcheggiavo nello spiaz-zo non asfaltato di terra gialla, il pi\u00f9 lontano dalla strada, in modo che la mia macchina non si identificasse da lontano, il pi\u00f9 vicino al mare. La prima volta non era stata volontaria: l\u2019intenzione era proprio quella di andare da mia sorella; dopo il colloquio con mia madre, l\u2019era era l\u2019unica che mi era rimasta in sospeso. Il mio piano di occultamento era miseramente fallito e ormai giocavo a carte sco-perte con tutta la mia famiglia. E con Andrea. Ma non con Teresa, no, con lei era come se il conto da regolare fosse doppio; eppure non riuscivo davvero a identificare cosa mi trattenesse, a individuare il punto preciso dove quel filo si era spezzato e ago e stoffa della nostra simbiosi fraterna si fossero definitivamente strappati. Ci ero andata di proposito a casa sua, in quella villetta sul mare che avrei sempre voluto ereditare io, dove un tempo viveva nonna Teresa, che invece aveva preferito donarla a chi portava il suo stesso nome. Quello era stato uno degli svantaggi pi\u00f9 grandi di non essere la figlia maggio-re: non ricevere in successione il nome della nonna e nemmeno la casa tanto amata, affacciata su quella scogliera da dove tante volte si era tuffata da bambina, superando la paura di quelle acque profon-de ma sincere, perch\u00e9 talmente trasparenti da lasciarti intravedere il fondo. Anche quel giorno alla fine aveva vinto lui, il mare, con il suo richiamo troppo attraente per non sedurre. Avevo lasciato che i piedi camminassero nudi su quel terreno umido, terra mista a sabbia fine che si incollava e incastrava fra le dita, e avevo preso posto su uno scoglio piatto. Persino i pensieri potevano diventare rumorosi e invadenti in un luogo dove gli unici autorizzati a parlare erano il vento, che planava sull\u2019acqua e increspava le onde, trapassava tutte le fenditure di quegli scogli e veniva a sussurrare fra i miei capelli, e il mare, che scandiva a tempo ritmico la sua presenza infrangendosi sulle rocce nere e porose, alcuni giorni quasi accarezzandole, altri, in competizione con il vento forse, sferzava schiaffi violenti e schiu-mosi, quasi a ribollire di furia.<\/p>\n\n\n\n<p>E i miei, di pensieri, di rumore ne facevano tanto. Troppo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019era stato uno solo di quei giorni che non avessi avuto buo-ne intenzioni, i giusti propositi, eppure, neanche avessi un campo magnetico sotto la macchina, puntualmente emettevo la stessa me-desima manovra a destra. E proprio mentre mi ripromettevo di fare un ultimo sforzo e riuscire a varcare quel cancello, mi accorsi di quella presenza. Prima della sua ombra mi arriv\u00f2 il suo profumo, lo stesso da decenni. Segno di riconoscimento. Chiss\u00e0 se immaginava che avrei potuto riconoscerla a distanza solo dal suo profumo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuest\u2019estate c\u2019era sempre una bambina qui, una famiglia che sostava con il camper proprio in questo piazzale, che mi ricordava un sacco te: ogni giorno infilarsi maschera e pinne era un rito sempre uguale; si sedeva proprio su quello scoglio dove sei tu adesso, riem-pita e svuotava la maschera di acqua di mare almeno tre o quattro volte prima di infilarsela, si bagnava i piedi e si metteva le pinne; poi si dava lo slancio sulle mani, camminava come un palmipede mal-destro fino al nostro trampolino, si calava la maschera sugli occhi e si tuffava a bomba nell\u2019acqua. Non cambiava mai schema. Mai. Ammetto di aver pregato che da grande non diventi una maniaca del controllo pure come te.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIl nostro trampolino.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abS\u00ec, quello scoglio largo e piatto che arriva giusto a dieci centi-metri sotto l\u2019acqua prima che se ti tuffi te ne trovi gi\u00e0 almeno tre.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLo so benissimo qual era il nostro scoglio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAh! Lo dicevo cos\u00ec per fare due chiacchiere e rompere il ghiaccio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA cose rotte stiamo gi\u00e0 bene noi due.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGi\u00e0. Per la prima volta in tutti questi anni sono d\u2019accordo con te. Perch\u00e9 vieni sempre qua e mai una sola volta, dico, una sola volta, hai buttato il dito su quello stramaledetto citofono? Io ancora non ho capito bene perch\u00e9 ce l\u2019hai tanto con me, ancora non ho capito <em>veramente <\/em>cosa mai ho potuto farti per essermi guadagnata il tuo disprezzo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIo non ti disprezzo, Teresa, forse mi sei diventata quasi indiffe-rente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abUsi le parole che ti escono dalla bocca per ammazzare le perso-ne tu, e non lo so nemmeno se ti rendi davvero conto dell\u2019effetto che producono. Sei un po\u2019 crudele, Annalisa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE non pensi che ne possa avere il diritto, <em>adesso<\/em>?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPorca puttana, Annalisa, nessuno di noi ha colpa del tuo cancro, maledizione.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLe notizie volano\u2026 Ah gi\u00e0! Ogni tanto dimentico il vostro vive-re in simbiosi, te e mamma\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9 \u00e8 questo il problema, vero? Pensi che il nostro rappor-to escluda te? Pensi che <em>volontariamente <\/em>abbiamo fatto in modo di escluderti quasi dalla nostra vita? Ma santa miseria, hai provato mai a farti uno stramaledettissimo esame di coscienza? Miss perfezione sempre pronta a giudicare, a criticare, sempre troppo presa dal suo lavoro per pensare di poter dare una mano, ma che dico una mano, un dito, a sua sorella che invece si sbatteva fra ospedali, ambulatori, dottori, asili, pediatri, scuola, casa, famiglia. No, da me era dovuto, invece! Perch\u00e9, eh, dimmi un po\u2019, Annalisa? Perch\u00e9 da me avrebbe dovuto essere dovuto? Non una volta, una sola stramaledettissima volta che dalla tua bocca fosse uscita una frase del tipo \u201chai bisogno di una mano?\u201d, \u201cVuoi che la porti io mamma dal dottore?\u201d Come pretendi, allora, di avere lo stesso rapporto di condivisione che inve-ce possono avere due persone unite da flebo e padelle? Ti sei sempre comportata come se la vita ti avesse tolto qualcosa ingiustamente e hai fatto sentire sempre noi come se fossimo responsabili di questa tua mancanza: ma cosa ti abbiamo mai tolto, Annalisa, cosa?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abForse ti sfugge un piccolo, piccolissimo particolare: io non so nemmeno se fra un mese ce l\u2019avr\u00f2 ancora una vita e, soprattutto, non ti dimenticare che io quell\u2019unica figlia che ho non la vedr\u00f2 mai affrontare il primo giorno di scuola, i primi amichetti, i primi amori, il primo fidanzato, nemmeno la soddisfazione di vederla trasformar-si in una donna. Niente, il niente assoluto. Quindi qualcosa me l\u2019ha tolta il destino, e pure grossa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa questo quando, Annalisa? Adesso. E pensi che io non te ne dia atto? Pensi che non ti dia ragione di essere arrabbiata, delusa, di aver voglia di rivalsa, di vendicarti? Pensi che questa cosa mi lasci indifferente, che non mi sia disperata pure io quando mamma mi ha<\/p>\n\n\n\n<p>raccontato tutto, di non aver pianto, urlato, lanciato le cose per aria solo per sfogo? Avevo solo il desiderio di abbracciarti forte a me e rassicurarti come le tante volte che avevo fatto in cantina, invece tu non c\u2019eri; hai deciso di punire pure me, di coinvolgere pure me nella tua ripicca e rinnegarmi pure quell\u2019abbraccio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon lo capisci, invece, che era proprio questo che non volevo? Non volevo avere la vostra commiserazione, non volevo vedere la vostra disperazione, non volevo consolare il vostro dolore, perch\u00e9 bastavo io ad autocommiserarmi, bastava la mia di disperazione, ba-stava il mio di dolore. E se mi dici che sono stata egoista io ti rispon-do a testa alta di s\u00ec, perch\u00e9 questo \u00e8 il momento di pensare solo a me stessa e nessun altro, perch\u00e9 non voglio nessuno che mi distragga dal mio obiettivo finale: ho talmente tante cose da sistemare prima che me ne vada da questa terra che non voglio portarmi addosso la sensazione, il rimpianto di non aver potuto fare tutto quello che mi ero proposta. Non venirmi a dire che non sono la prima e n\u00e9 sar\u00f2 l\u2019ultima a dover affrontare una prova cos\u00ec dura, lo so benissimo, ma \u00e8 la prima volta per me. E anche l\u2019ultima. Quindi quello che faccio adesso ha valore universale.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer\u00f2 questo ti ha privata dell\u2019amore, dell\u2019affetto, del sostegno di chi ti ama. Come hai potuto pensare di escluderci in maniera cos\u00ec meschina dalla tua vita? Hai sottratto tempo prezioso che avremmo potuto passare con te, e quel tempo \u00e8 gi\u00e0 andato. Io, davvero, non ho parole per dirti altro, ho esaurito tutto il mio bagaglio di buoni pro-positi. Davvero, non avevo intenzione di infierire. Lo so che soffri, e tanto. Ma credimi, sto male anch\u2019io: \u00e8 come se mi avessero fatto a pezzi per togliermi qualche organo e mi fossi svegliata durante l\u2019in-tervento. Li sento tutti armeggiare nel mio ventre mentre mi tirano viscere e budella\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcosa nella sua voce si era incrinato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tono, fino a quel momento freddo e duro, aveva tremato, fino a spezzarsi. E a interrompersi. Come quando cammini nel silenzio pi\u00f9 assoluto e d\u2019improvviso pesti sotto i piedi un pezzo di cristallo: il <em>crack <\/em>dei vetri in frantumi ti colpisce e ti spaventa e si amplifica nelle orecchie fino a stordirti. Un singhiozzo. Poi un altro. E un altro ancora. Frastuono per i miei timpani. E fu solo in quel momento che mi girai verso quelle che era rimasta solo una voce mentre io fissavo il mare dritto davanti a me: i pantaloni della tuta troppo larghi e informi, di un marroncino chiaro tacciato in modo sparso da chiazzette pi\u00f9 chia-re, ricordo di incontri ravvicinati con la candeggina, le ciabatte dalla suola consumata storta non propriamente pulite, il cardigan in lana grossa lungo fino alle ginocchia chiuso al petto dalle braccia coperte, la massa di capelli sempre pi\u00f9 crespi e spettinati, esposti in maniera indegna al vento che li aggrovigliava senza ritegno. La testa bassa sul seno scosso da quei sussulti. E anche io riabbassai la testa. E tornai a riguardare il mare. Deglutii un paio di volte per schiarirmi la voce ed essere certa che il tono non smentisse, invece, alcuna incertezza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuesto, in realt\u00e0, era tutto quello che io volevo evitarvi: il do-lore. Il vostro, il mio, non volevo niente di tutto questo. Volevo sistemare le mie cose e andarmene senza fare troppo rumore, con quanta pi\u00f9 dignit\u00e0 potesse esserci. Ma nel cancro non c\u2019\u00e8 un caz-zo di dignitoso: quando avr\u00f2 un\u2019altra crisi, peggiorer\u00f2 di nuovo, mi ricovereranno in ospedale e assomiglier\u00f2 sempre pi\u00f9 a una larva; quando alterner\u00f2 momenti di lucida follia per i dolori atroci, ad altri di torpore da assuefazione da morfina, dove avr\u00f2 tempo e modo di pensare alla mia dignit\u00e0?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon dovrai essere tu a preoccuparti di questo, anche perch\u00e9 or-mai non te lo permetteremmo; nessuno di noi lo farebbe: n\u00e9 io n\u00e9 Ferdinando, n\u00e9 Anna n\u00e9 Andrea.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChi ti ha detto di Andrea?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHo parlato con Ferdinando.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSembra che la mia vita sia un cubo di vetro dove possono sbir-ciarci tutti adesso.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abGi\u00e0. E in quel cubo di vetro vogliamo entrarci tutti quanti. Per-sino tua madre sembra ringiovanita trent\u2019anni da quando ha comin-ciato la trasformazione in infermiera.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDio me ne liberi, non ho cantine dove nascondermi adesso.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Le braccia di Teresa erano sempre conserte al petto, per ripararsi dal vento, ma quelle che la facevano scuotere non erano pi\u00f9 lacrime. Erano risate. Se la stava ridendo di gusto, l\u2019infame. Almeno ave-va smesso di piangere. Ed ero riuscita a farla smuovere da quella posizione da carabiniere sull\u2019attenti. Si sedette affianco a me, sullo stesso scoglio. E si mise a fissare pure lei il mare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome hai fatto a vedermi?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIl primo giorno che sei passata davanti casa ero fuori a dare da mangiare al cane; lo faccio ogni giorno quasi sempre allo stesso orario, perch\u00e9 gli do gli avanzi del nostro pranzo: con tutto il cibo che sprecano i miei figli potrei sfamare un intero canile, non solo Cucky. Sei passata piano, io da dietro il cancello ti ho vista benissi-mo, tu no di certo perch\u00e9 le mangrovie chiudono la vista dall\u2019estero; pensavo che avresti parcheggiato appena dopo, invece ho sentito un colpo all\u2019acceleratore. Sono uscita sul cancello in tempo per veder-ti parcheggiare sullo spiazzo. \u00c8 logico che da quella distanza non avrei mai potuto capire in nessun altro modo che eri tu, ma ormai ti avevo vista passare; se tu avessi invece girato lo sguardo indietro, non avresti potuto fare a meno di pensare che ero io quel puntino sul cancello. \u00c8 logico che fossi presa da ben altro.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 logico, s\u00ec.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAppunto. A quanto pare non sei l\u2019unica abitudinaria della fa-miglia, vedi? Quando poi ti ho vista passare pure il secondo giorno, allora ho capito che non poteva essere un caso. Sorella mia, devi am-mettere che tu sei proprio patologica quando si tratta di seguire or-dini e schemi; diventi talmente prevedibile che un altro poco e pure l\u2019alternarsi di giorno e notte sembra un imprevisto al confronto.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDetto cos\u00ec sembra davvero una brutta cosa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer non parlare della tua lingua: com\u2019\u00e8 che quando parliamo io sembro sempre la solita confusionaria prolissa che ti travolge con un mare di parole senza senso e tu, invece, hai la capacit\u00e0 di liquidarmi in due secondi con frasi lapidarie?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA una la dovevano dare la capacit\u00e0 di sintesi.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEcco.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEcco.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE ora?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOra che?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOra, io e te, qua, insieme, a parlare, dopo che ci siamo scannate, dopo che per anni abbiamo dimenticato quasi di essere sorelle, dopo i dispetti, i silenzi, io e te, ora qua, di che stiamo parlando?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon lo so. E comunque io non ho mai dimenticato che siamo sorelle.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNeanche io, Annalisa, neanche io, per\u00f2 \u00e8 anche vero tutto il re-sto, tutto quello che ti ho detto all\u2019inizio, io lo penso, penso che davvero dobbiamo cercare di capire a che punto ci siamo perse e per-ch\u00e9, perch\u00e9 se vogliamo fare in modo di ricucirci insieme, dobbiamo pure capire dov\u2019\u00e8 che ci siamo strappate. Io non ti voglio perdere, non ora. E non mi dire adesso che tanto dovr\u00e0 succedere, perch\u00e9, sia quel che sia, fino a prova contraria, oggi, tu sei qui, e potrebbe essere il caso che possa capitare qualcosa a me anche fra un\u2019ora. E tempo non ne voglio perdere pi\u00f9. Basta.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCerte cose succedono e basta. \u00c8 inutile che stai a scervellarti e a perderci il sonno: succedono; meglio prenderne atto e andare avanti. Io e te abbiamo appena ammesso di esserci dimenticate l\u2019una dell\u2019altra per un bel po\u2019 di anni. Anzi, non ci siamo propriamente amate, per\u00f2 non ha senso, ora come ora, scavare nelle nostre singole vite per capire le motivazioni di quello che ci siamo fatte l\u2019un l\u2019altra. Prendiamone atto e andiamo avanti. Ripartendo da qui.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abWow. La frase pi\u00f9 lunga che tu mi abbia rivolto mai in tutti questi mesi. Devo prenderla come un buon segno. Che ore sono?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE che c\u2019entra adesso?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSono uscita di casa in pantofole. Vorrei sapere per quanto tempo ho compromesso la mia immagine con quel poco vicinato che ho attorno.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA parte che gi\u00e0 il fatto che esci sempre con quel groviglio di capelli tutti arruffati ti rovina da sola la reputazione, direi che sei<\/p>\n\n\n\n<p>compromessa per sempre, perch\u00e9 sono pi\u00f9 di due ore che discuti e ti agiti come una pazza sulla scogliera in pantofole. Neanche a pensar-ci avresti potuto fare di meglio. Sono le 6 e mezza.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPorca vacca, dici sul serio? I bambini, maledizione! Li ho la-sciati soli a casa che facevano i compiti. Speriamo non sia successo niente che non me lo perdonerei mai. Vieni, alzati, andiamo, muoviti, alza quel culo minuscolo da quello scoglio, maledizione, andiamo!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEhi! I tuoi figli hanno nove e dodici anni, non ti avranno di certo incendiato la casa!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon dirle neanche per scherzo queste cose: muoviti, andiamo, che tanto non ti lascio stare ancora qua come una povera pazza esau-rita. Dai\u2026 dai!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E mi alzai, con il sedere pieno di buchi degli scogli, tutto dolo-rante per l\u2019obbligata immobilit\u00e0, ma me ne accorgevo solo in quel momento, mentre guardavo mia sorella Teresa tendermi la mano per aiutarmi ad alzarmi. La afferrai e mi ritrovai subito in piedi; lei in-dugi\u00f2 solo qualche secondo, poi mi tir\u00f2 a s\u00e9 e mi strinse forte, sus-surrando vicino al mio orecchio parole cos\u00ec basse che sembrava pi\u00f9 volesse dirle a se stessa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 buia questa cantina, forse la pi\u00f9 buia dentro la quale ci siamo mai nascoste: non c\u2019\u00e8 nemmeno un finestrino, uno spiraglio dal qua-le possa filtrare una sola striscia di luce. Ma se rimaniamo vicine, non potremo aver paura di perderci, pure senza riuscire a vederci. Ed \u00e8 pure fredda, maledizione: di quel freddo che ti penetra nelle carni quasi come l\u2019acqua si assorbe su un foglio di carta: le riempie tutte e le fa marcire. Ci terremo al caldo l\u2019un l\u2019altra. Tranquilla, Annalisa, finch\u00e9 resteremo qua dentro, ci penser\u00f2 io a te. Fin quando non ver-ranno a tirarci fuori. Ci penso io a te. Io a te.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h2>XXII<\/h2>\n\n\n\n<p>Ero felice.<\/p>\n\n\n\n<p>La felicit\u00e0 \u00e8 una sensazione. Quel benessere che ti senti scivolare dalla testa fin gi\u00f9 nei piedi, o, al contrario, quel vigore che ti scuote dalla punta delle dita fino a quella dei capelli; quella sensazione di pienezza al cuore, che sembra che ti stia per venire fuori dal pet-to. Quella sensazione assomigliava tantissimo alla felicit\u00e0 per come tante volte me l\u2019avevano descritta.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sole riscaldava e asciugava la nostra pelle bagnata di acqua di mare mentre correvamo tenendoci per mano lasciando che la terra si insinuasse fra le dita dei piedi lasciate scoperte dalle infradito di gomma e sfuggendo ai richiami di nostra madre: \u00abFermatevi prima della strada che passano le macchine! Non correte che potete cadere! Se una macchina vi investe e non vi fate niente, per fortuna, poi il resto la avete da me. Statene certe, selvagge!\u00bb<em>. <\/em>Io e Teresa correva-mo forte, fino al limite della strada, dove bloccavamo i piedi all\u2019u-nisono: \u00abL\u2019ultima che arriva \u00e8 scema\u00bb e via, di corsa ad attraversare la strada fino al cancello verde, spalancarlo, scavezzacollarci lungo il vialetto cementato, scansando gatti spelacchiati che ostacolavano il percorso, girare a sinistra del portoncino principale e continuare a correre fino al retro della casa, fare a tre a tre i gradini che portava-no sulla veranda e la prima che arrivava batteva la mano sul tavolo di plastica. Sono sempre stata piccoletta io, ma agile forte: vincevo quasi sempre. Quella donna, della quale, con gli anni ho sbiadito il ricordo del suo viso, si affacciava sempre, in quel momento, da dietro la tenda di corallini colorati che proteggevano la cucina dalle<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abmosche maledette!\u00bb che attentavano sempre alle numerose provvi-ste della nonna. \u00ab<em>L\u2019avita spcci\u00e0 di corr ca c cadit l dint v\u2019avita spez-z\u00e0<\/em>\u00bb<sup>1<\/sup> non che mi ricordi una volta che mia nonna non abbia parlato in dialetto. Noi no. A noi bimbe era proibito, pena la pungitura della bocca con l\u2019ago, e non era una minaccia. Perch\u00e9 avevamo provato. Mia madre era una donna che non smentiva mai quello che diceva, in questo credo non differisse molto da mia nonna. Alla <em>scema <\/em>di turno, in caso avesse perso, sarebbe toccato apparecchiare, sparec-chiare, andare a buttare l\u2019immondizia e aiutato pure a fare i piatti. Ma se da quest\u2019ultimo compito nessuna delle due poteva esimersi, completamente, nemmeno a gara vinta, c\u2019era una cosa che gravava in modo inopinabile sulla testa della perdente: pulire il vialetto ce-mentato delle cacche dei vari gatti e, soprattutto, del vecchio cane spelacchiato della nonna, che tutti i giorni mangiavano e che, quindi, tutti i giorni lasciavano ricordi sparsi sul cemento. E dire che i gatti avrebbero dovuto essere disciplinati. Forse gli altri, non quelli di mia nonna, che facevano i bisogni come i cani: non seppellivano niente, loro. Prima di tutto quel lavoraccio, per\u00f2, avevamo ancora un sacco di tempo: se le vacanze estive per noi significavano solo mare a casa della nonna, gli uomini di casa, quelli, continuavano a lavorare e quindi per il pranzo avremmo dovuto comunque aspettare che ri-tornassero, accontentandoci di un paninetto al formaggio mangiuc-chiato mentre eravamo intente a giocare al salotto delle bambole sui gradini del porticato. \u00ab<em>Men tutt\u2019e do sce lavatv prima ca tornn chidd \u2018e doe ca po ama mangi\u00e0 subt.<\/em>\u00bb<sup>2<\/sup> La nonna interveniva sempre come un oracolo: quello che diceva si eseguiva alla lettera, di qualunque cosa si trattasse, specie se l\u2019ordine in questione riguardava andarsi a lavare sotto la doccia all\u2019aperto e lasciarsi asciugare dal sole sulle sdraio dei grandi mentre gli occhi si appisolavano leggeri alla calura estiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Giallo.<\/p>\n\n\n\n<p>1&nbsp;La dovete smettere di correre, ch\u00e9, se cadete, i denti vi dovete spezzare.<\/p>\n\n\n\n<p>2 Sbrigatevi, tutte e due, andate a lavarvi prima che tornino quei due che poi dobbiamo mangiare subito.&nbsp; Era il colore che contornava tutte le immagini, i ricordi della mia infanzia: come una luce che abbaglia e ti costringe a ripararti con la mano, o come pellicola bruciata dal sole. Come fotografia invec-chiata dal tempo. Con le grinze e le pieghe accartocciate, come le rughe sul viso di mia nonna; le contavo una per una, le sfioravo incu-riosita con la mia mano, in quei pomeriggi d\u2019estate, quando il calore lasciava un po\u2019 di clemenza al suo corpo stanco e pesante e si sedeva sulla sua sedia di legno e paglia sotto al portico e mi chiamava con la mano per farmi sedere sulle sue ginocchia e mi riempiva i baci cos\u00ec profondi che pensavo che qualche volta mi avrebbe lasciato il segno. Tutti i baci che mia madre era sempre stata avara nell\u2019elargirmi, io li ho presi da mia nonna; tutti gli abbracci rassicuranti quando la notte mi svegliavo per i miei incubi di bambina, me li ha regalati lei, quan-do in punta di piedi scivolavo fuori dalla mia camera e mi infilavo silenziosa nel letto dei miei nonni. Tutto quello che una donna deve sapere, compreso l\u2019appuntamento irrimandabile con il momento il cui smetti per sempre di essere una bambina e cominci a essere una donna, me lo ha insegnato lei. \u00ab<em>A pccenn ier \u00e0 cadut dall scal\u2026<\/em>\u00bb<sup>3<\/sup> l\u2019avevo vista confessare tutta soddisfatta l\u2019evento alle comari vicine di casa, quando passavano a prenderla poco prima delle 7 di sera per andare tutte insieme alla messa. Quella era l\u2019unica cosa che mi rimproverava: non andare con lei alle funzioni religiose; Teresa ogni tanto ci andava, io proprio mai. Per me il pomeriggio era solo mare con mio padre, dopo il suo riposino quotidiano, a me bastava un fischio e scattavo pronta; se mio padre non se ne fosse andato cos\u00ec presto, forse anche noi avremmo avuto quel legame tanto esclusivo che io invidiavo fra mia madre e mia sorella. Saremmo stati in pari. A volte penso a come potevamo sembrare agli occhi di Teresa, io e mio padre, quando ci vedeva allontanare di spalle, mano nella mano, verso il mare. Mi sono sempre giustificata dicendo che era lei quella a non voler mai venire con noi. Ma quante volte abbiamo il piacere di andare dove abbiamo la sensazione di essere di troppo?<\/p>\n\n\n\n<p>3&nbsp;Modo popolare di dire per indicare il menarca.<\/p>\n\n\n\n<p>Aprii gli occhi di scatto, come se qualcuno mi avesse chiamato; la stanza era buia, ma la luce del corridoio illuminava la penombra e riconobbi immediatamente lo stanzone dell\u2019ospedale. Non ricordavo nemmeno di essere stata ricoverata, in realt\u00e0, chiss\u00e0 per quanto tem-po ero stata incosciente. Forse avevo solo il vago ricordo di quando avevo cominciato a sentirmi male. Un attimo. La cosa mi consolava alquanto: avrei potuto perfino non risvegliarmi e non me ne sarei nemmeno accorta. Andarmene cos\u00ec non mi sarebbe affatto dispiaciu-to; a qualcuno, da qualche parte, quel pensiero, non doveva essere, invece, piaciuto: come a volermi ricordare che nessuno \u00e8 immune dal dolore fisico, ebbi uno spasmo allo stomaco cos\u00ec forte che mi mancava quasi la forza di respirare, quasi mi avessero pugnalato allo sterno. Mi prese il panico, la sofferenza cos\u00ec improvvisa, ina-spettata e terribile, da non saperla affrontare mi faceva sentire come un vecchio pugile messo all\u2019angolo: un lottatore finito senza via di scampo. E mentre stavo per soccombere, una mano si strinse alla mia ferma sul petto; una stretta forte, salda, che cominci\u00f2 a seguire il ritmo del mio respiro affannato fin quando non cominciai a tran-quillizzarmi. E il mio respiro con me. E il battito ridivenne regolare, mentre il dolore acuto divenne un ricordo vivido solo nella mente; come quando, dopo un intervento chirurgico, rimane solo la leggera scossa attorno alla pelle tranciata per sempre dal bisturi a ricordarci la perduta sensibilit\u00e0,<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Ssssh! Citt, citt, ca mo pass. No ie nin, a picenn, mo vid ca t pass\u2026<\/em>\u00bb<sup>4<\/sup><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNonna Teresa\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Sssh<\/em>\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Non mi disse pi\u00f9 nulla. A parte obbligarmi al silenzio, non disse nient\u2019altro mentre aspettava con me che il dolore si calmasse, una mano sempre stretta alla mia, sul cuore e l\u2019altra che, lentamente, mi accarezzava la testa. C\u2019erano tante cose che, invece, avrei voluto dir-le, domande, ma che rimasero soltanto nel limbo ovattato della mia<\/p>\n\n\n\n<p>4&nbsp;Zitta, zitta, che ora passa. Non \u00e8 niente, bambina, vedrai che ora passa.<\/p>\n\n\n\n<p>mente, sospese fra la lucidit\u00e0 del sapere dove mi trovassi, che non potevo stare a parlare con una persona morta, la consapevolezza del dolore fisico, e allo stesso tempo lo stordimento, la sragionevolezza che quello stesso dolore mi provocava. Persi nuovamente conoscen-za. E quella cappa nera e oscura, da dove non filtrano nemmeno i ricordi pi\u00f9 remoti, mi avvolse di nuovo; i farmaci, tutto sommato, avevano effetto su di un corpo che, oramai, facevo io stesso fatica a controllare. Poi di nuovo un flash, come un lampo che ti sveglia d\u2019improvviso perch\u00e9 la luce abbagliante ti penetra fin sotto le palpe-bre chiuse: di nuovo il soffitto della stanza di ospedale in penombra, con i neon lunghi spenti e ingialliti come tante tombe comuni per insetti. Di nuovo il dolore, sempre acuto, sempre atroce, questa volta al ventre, nel centro delle mie viscere, come se uno squilibrato mi stesse squarciando viva; di nuovo volevo urlare, ma la voce rimane-va sempre ferma in gola, perch\u00e9 era pi\u00f9 forte il disperato tentativo di tirar gi\u00f9 l\u2019aria per respirare. Oppure non avevo pi\u00f9 corde vocali per parlare. Altre mani presero le mie, mentre tentavano di proteggersi il grembo, e il mio sguardo liquido guard\u00f2 quel viso affacciarsi sul mio e le mie mani tentare di afferrarlo per accarezzarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPap\u00e0\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E la voce, mi usc\u00ec o forse ebbi solo l\u2019impressione di essere riusci-ta a chiamarlo. Forse ce le avevo ancora le corde vocali.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abZitta, zitta, non parlare, non ti stancare pensa solo a respirare, io sono qua, vedi, affianco a te. Non ti abbandono proprio adesso, sono venuto apposta perch\u00e9 lo so che hai bisogno di me, ma tu non parlare, stringimi pure forte le mani se hai male. Io sono qua, come quando eri bambina, con la febbre, e la sera venivo a tenerti la fronte per prendermela un po\u2019 io di quella febbre cattiva. Me lo prendo io un po\u2019 del tuo male, del tuo dolore, adesso. Tu stai tranquilla, bam-bina mia.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Io, nella penombra, nel silenzio rotto soltanto dal rumore di qual-che porta che si apriva e si richiudeva, dagli armadietti aperti e poi richiusi, dalle rotelle delle barelle strisciate a malavoglia dai por-tantini, dai richiami sottovoce degli infermieri di turno, riuscivo a malapena a fare s\u00ec con la testa, ma sapevo che lui, mio padre, era vicinissimo e mi poteva vedere. Lasciai che le mie dita scivolassero su quelle guance ruvide di barba appena accennata, per soffermarsi sui baffi neri e tagliati precisi, le basette lunghe quasi fino al mento, solcare le rughe della fronte e quelle attorno agli occhi, che diven-tavano profondissime sempre quando rideva con me. E poi i suoi occhiali quadrati e la montatura sottile e nera, che io dicevo che solo lui poteva comprarsi quegli occhiali cos\u00ec orrendi e mi rispondeva che erano uguali a quelli che portava da ragazzo, e i suoi occhi, grandi e neri, le pupille lucide dove mi potevo specchiare, lo sguardo sempre limpido da poterci guardare attraverso e indovinare sempre i suoi stati d\u2019animo: sapevo quando era arrabbiato, quando aveva qualcosa che lo preoccupava, quando era triste, quando era addolo-rato, quando era felice. Me lo confessavano i suoi bellissimi occhi. Io avevo i suoi occhi, me lo diceva sempre, ma chiss\u00e0 se anche i miei erano trasparenti e ci potevi leggere attraverso; non in quel momento sicuramente, cos\u00ec appannati dal dolore e troppo impegnati a tratte-nere le lacrime.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPromettimi una cosa, pap\u00e0.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abStai buona, piccola, non parlare che ti stanchi inutilmente.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNo, pap\u00e0, aspetta, fammi dire solo questo se ci riesco.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVa bene, per\u00f2 dopo stai tranquilla cos\u00ec vedrai che ti sentirai meglio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSei venuto a prendermi, pap\u00e0? Sei venuto per accompagnarmi? Promettimi solo una cosa: ovunque si vada dopo, fa che io venga dove sei tu. Non mi far stare da sola, pap\u00e0. Ho paura\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPer ora non andiamo da nessuna parte, restiamo qui io e te, e aspettiamo che ti passi un po\u2019 questo dolore. Io sto qui vicino a te, sono venuto per rimanere qui, non so dove andremo dopo, non sono io che posso decidere, purtroppo. Ma una cosa te la prometto, An-nalisa: tutto quello che verr\u00e0, tutto quello che succeder\u00e0 non deve spaventarti, perch\u00e9 la prova pi\u00f9 dura tu la stai gi\u00e0 affrontando, bam-bina mia. E ti prometto che dopo, ovunque tu andrai, se per caso do-vessimo perderci di vista, io ti ritrover\u00f2. Ovunque, dovunque. Non dubitare mai, Annalisa, mai.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHo paura, pap\u00e0\u2026\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Poi le parole non accompagnarono pi\u00f9. E nemmeno la luce. Il suo viso era sparito in quello stesso e spesso buio che avvolse me. Di nuovo. Ancora.<\/p>\n\n\n\n<h2>XXIII<\/h2>\n\n\n\n<p>Ferdinando era con la piccina a fare una passeggiata, bisognava sem-pre approfittare delle belle giornate per godere del calore amorevole del sole; Anna era a lavoro, non sarebbe rientrata prima di un paio d\u2019ore almeno e sapevo per certo che sarebbe passata a vedere come stessi. Andrea mi aveva gi\u00e0 fatto tre telefonate quella mattina, per sincerarsi che mi sentissi bene, era fuori citt\u00e0 per lavoro.<br>Bene.<br>Era davvero una parola grossa per me. Se con bene si intendeva dolori al limite del sopportabile, riuscire almeno ad alzarsi dal letto per mettermi sulla poltrona senza avere l\u2019affanno come se avessi fatto una maratona, non avere stipsi ostinate dovute ai farmaci o al contrario coliche sanguinarie dovute all\u2019amico che tenevo nell\u2019inte-stino e prendeva sempre pi\u00f9 residenza, potevo quasi dire bene. Per\u00f2, avevo superato la settimana terribile in ospedale, quando pensavo che per me era davvero arrivata la fine, quando pensavo che non sarei sopravvissuta al dolore, quando il vedere attorno a me mio pa-dre e mia nonna, mi avevano fatto capire che una volta arrivate pure le allucinazioni, ero davvero arrivata al capolinea. Me lo ricordavo bene il momento in cui mi erano apparsi, il ricordo non era sparito con il sopraggiungere della lucidit\u00e0, e in fondo in fondo speravo non fossero state allucinazioni, ma che magari davvero li avrei ritrovati. Dopo. Al contrario del mio fisico che ogni giorno collassava sempre di pi\u00f9, la mia mente era quanto mai sveglia, vigile, attenta a recepire ogni cambiamento del mio corpo; non volevo farmi trovare impre-parata al momento giusto. Quello per\u00f2, al contrario di quanto avevo detto a tutti coloro che mi avevano telefonato per chiedermi come stessi, non era per niente un giorno in cui potessi dire di stare beni-no: il breve tragitto fino al divano era stato faticosissimo, mi sentivo debole e quel poco tempo che ero stata in piedi mi erano venute le vertigini; avevo ancora il respiro corto. Quello stato mi aveva un po\u2019 spaventato per questo avevo pensato di distrarmi con un po\u2019 di musica classica e un buon libro: mi avrebbero sicuramente aiutato a rilassarmi. Schubert e Kundera mi avrebbero fatto compagnia.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 passava il tempo e pi\u00f9 aumentava la dispnea: il respiro mi diventava sempre pi\u00f9 faticoso, pur nella pi\u00f9 assoluta immobilit\u00e0 del divano e il respirare a bocca aperta mi aveva seccato tremendamente la gola; avevo bisogno di acqua, di bere, anche solo per trovar un po\u2019 di sollievo da quell\u2019arsura. Sentivo che c\u2019era qualcosa che non anda-va, era diverso da tutte le altre volte, sentivo di non avere abbastan-za aria da respirare, intanto la quarta sinfonia di Schubert suonava e io ero troppo spaventata per rimanere ancora sul divano: dovevo alzarmi e andare a prendere almeno un bicchiere d\u2019acqua in cucina. Quella fatica era necessaria. Mi alzai con la massima lentezza, tanto mi sentivo mancare le forze e non appena mi misi dritta le vertigini mi assalirono violente provocandomi uno senso di nausea.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi un fischio fortissimo alle orecchie sovrast\u00f2 la musica e un velo nero mi cal\u00f2 sugli occhi. Buio. E silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>E se fosse stata quella, la morte?<\/p>\n\n\n\n<p>Taranto, 10\/01\/2013 Nel pieno possesso delle mie facolt\u00e0 mentali, io sottoscritta Annalisa Debenesetti, nata a Taranto il 01\/02\/1979 e residente a Taranto in via Bonifacio n. 39, con la presente scrittura dispongo che la propriet\u00e0 di tutte le mie sostanze, e cio\u00e8:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; 1 appartamento posto in Taranto alla via Bonifacio n. 39, iscritto nel Catasto Urbano del Comune di Taranto al Foglio n. 164 mappale<\/p>\n\n\n\n<p>n. 20739;<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; 1 conto corrente bancario n. 30475698\/039 presso la banca Popolare di Puglia e Basilicata di Euro 8.7949,00<\/p>\n\n\n\n<p>vada alla mia unica figlia Gioia Felici.<\/p>\n\n\n\n<p>Nomino mio esecutore testamentario il signor Andrea Dellisanti affinch\u00e9 curi che vengano esattamente seguite le mie ultime volont\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-style-default\"><img loading=\"lazy\" width=\"727\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-727x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5798\" srcset=\"https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-727x1024.jpg 727w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-213x300.jpg 213w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-768x1082.jpg 768w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-1090x1536.jpg 1090w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-1454x2048.jpg 1454w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-9x12.jpg 9w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-696x981.jpg 696w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-1068x1505.jpg 1068w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza-298x420.jpg 298w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/Mormando-cop-bozza.jpg 1761w\" sizes=\"(max-width: 727px) 100vw, 727px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Annalisa Debenesetti.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Questa \u00e8 un\u2019opera di fantasia: i personaggi e gli eventi narrati sono frutto dell\u2019imma-ginazione dell\u2019autrice.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Eventuali riferimenti a persone o fatti reali sono da considerarsi puramente casuali. Di vero c\u2019\u00e8 soltanto il sentimento umano, che pu\u00f2 appartenere a chiunque abbia affron-tato la perdita, la malattia o la necessit\u00e0 di lasciar andare.<\/em><em><br><\/em><\/p>\n\n\n\n<h1><strong><em>RINGRAZIAMENTI<\/em><\/strong><\/h1>\n\n\n\n<p>Nasciamo nell\u2019inconsapevolezza.<br>La nostra infanzia passa nella beata ignoranza di sapere quanto sia fragile la nostra esistenza. Il passaggio all\u2019et\u00e0 adulta strappa quel velo che copre e opacizza la realt\u00e0 di quello che siamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Trattare un tema come quello dell\u2019accettazione della fine della propria esistenza non \u00e8 certo facile: l\u2019inciampo nell\u2019ovvio \u00e8 pres-soch\u00e9 a un passo e, nemmeno te ne accorgi, sei nel baratro della banalit\u00e0. E allora, la prima cosa che proviamo a fare quando siamo davanti a un foglio bianco, reale o virtuale, \u00e8 un processo di imme-desimazione: non \u00e8 un caso che questa stessa domanda se la sia posta la protagonista del romanzo, perch\u00e9 la primaria fonte di ispirazione di tutto quello che scriviamo \u00e8 la realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa stessa domanda me la sono posta io, sia come scrittore che, specie in questi ultimi mesi, come essere umano. Eppure, sono consapevole che nessuna prova di immaginazione corrisponda poi all\u2019effettiva reazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo romanzo, seppur sembri un meraviglioso (parere mera-mente personale, ovvio) flusso di coscienza della protagonista in ba-lia degli stati emozionali pi\u00f9 contrastanti che si possano vivere, ha un grande lavoro di ricerca, per questo \u00e8 doveroso ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile la stesura di questo romanzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutti i medici ai quali ho chiesto consulto, in primis il mio der-matologo, il dottor Pasquale Mazza, che ha risposto a tutte le mie domande sul melanoma e sulle possibili evoluzioni della malattia. Alle ore spese a documentarmi, a leggere divulgazioni scientifiche,<\/p>\n\n\n\n<p>cause, fattori scatenanti del perch\u00e9 una cellula impazzisca e si tra-sformi nel suo alter ego maligno.<\/p>\n\n\n\n<p>A tutti i miei amici malati oncologici, purtroppo, a cui ho chie-sto testimonianza di terapie e conseguenze delle terapie. Le famose \u201ccontroindicazioni\u201d, che nel bugiardino di qualsiasi medicinale ten-diamo sempre nemmeno a prendere in considerazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Alle persone incontrate, agli sguardi incrociati, alle parole non dette e non necessarie, nei reparti di oncologia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cUna persona su cinque svilupper\u00e0 un tumore nel corso della vita. Nel 2020, ci sono stati circa 19,3 milioni di nuovi casi di tumore e circa 10 milioni di decessi a livello globale. La percentuale pu\u00f2 variare a seconda del tipo di tumore, dell\u2019et\u00e0, dello stato di salute e dell\u2019area geografica.\u201d Questo \u00e8 quello che viene fuori, se provate a fare una ricerca, ponendo la domanda su quale sia la percentuale oggi di malati oncologici nel mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Sembra quasi voglia essere una consolazione sapere che non toc-ca solo a noi, ma ovunque tu volga lo sguardo c\u2019\u00e8 qualcuno che sta pi\u00f9 o meno nelle tue stesse condizioni. A oggi, in quella percentuale mi sento fortunata, ma ho la serenit\u00e0 di pensare che casomai dovessi aggravarmi, la ricchezza delle persone che ho intorno a me \u00e8 suffi-ciente a farmi accettare qualsiasi cosa mi riservi la vita.<\/p>\n\n\n\n<p>E proprio le persone intorno a me sono quelle che devo anche assolutamente ringraziare: mia sorella Marianna, per le enormit\u00e0 di spunti che mi ha fornito per la delineazione caratteriale del perso-naggio di Teresa. E non me ne voglia se ho praticamente stravolto il suo essere, ma \u00e8 stata immolata sull\u2019altare sacro dell\u2019invenzione narrativa! Mia madre, che continua a vivere perennemente nella mia nostalgia e che per questo mi ha svelato il vero senso dell\u2019immorta-lit\u00e0: vivremo per sempre finch\u00e9 saremo nel ricordo di qualcuno.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-style-default\"><img loading=\"lazy\" width=\"724\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-724x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5799\" srcset=\"https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-724x1024.jpg 724w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-212x300.jpg 212w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-768x1086.jpg 768w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-1086x1536.jpg 1086w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-1448x2048.jpg 1448w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-8x12.jpg 8w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-696x984.jpg 696w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-1068x1510.jpg 1068w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111-297x420.jpg 297w, https:\/\/www.qelite.info\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/PDF-BANERI-UCXOETI-PREMIA-IVERIA-2026-111.jpg 1754w\" sizes=\"(max-width: 724px) 100vw, 724px\" \/><\/figure>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In copertina: Elaborazione grafica di Roberta Mormando e Laura Mandurrino. A mia madrePrefazione di Anna Arena In una serata come tante altre, il mio telefono squilla e dall\u2019altro capo c\u2019\u00e8 una mia compaesana che, quasi in punta di piedi, mi chiede se sono disponibile a scrivere una prefazione \u201ctecnica\u201d del nuovo romanzo di Roberta Mormando. [&hellip;]<\/p>","protected":false},"author":2,"featured_media":5797,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[25,113,109],"tags":[431,258,490,1436,809,1459],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5796"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5796"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5796\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5800,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5796\/revisions\/5800"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5797"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5796"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5796"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.qelite.info\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5796"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}