სანტინო მალარა: ტარანტოლა – TARANTOLA

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სანტინო მალარა – წმინდა ილია მართლის (ჭავჭავაძის) გაზეთ „ივერიის“ სახელობის პროზა-პოეზიის საერთაშორისო პრემია – „ივერიის“ 2026 წლის ლაურეატი ნომინაციაში  „განსაკუთრებული შემოქმედება“

პრემია „ივერიის“ წიგნის საერთაშორისო ფესტივალის ლაურეატი ნომინაციაში – „საუკეთესო გამოცემა“

პროექტი ხორციელდება სრულიად საქართველოს კათოლიკოს-პატრიარქი, ცხუმ-აფხაზეთისა და ბიჭვინთის მიტროპოლიტი, უწმინდესი და უნეტარესი, ილია მეორის ლოცვა-კურთხევით. პროექტი ხორციელდება 2013 წლიდან

TARANTOLA

Mancavano pochi giorni ora. Stava per iniziare la stagione degli esami. Quella estiva era già in corso. Surriscaldava paesaggi e anime che l’avvicinarsi delle prove precipitava nello smarrimento. Fu altro però che surriscaldò le anime in quei giorni tra i più caldi dell’anno. Si verificarono una serie di fatti che, per quanto fossero sorprendenti, a pensarci bene, dove capitarono, niente avevano di straordinario.

Agostino frequentava il dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, sull’altra sponda dello Stretto.

Dalla finestra della camera, Agostino osservava ulivi saraceni sparsi con regolarità nel paesaggio. Tronchi secolari si legavano, si  scioglievano, si attorcigliavano, si abbracciavano,   s’intrecciavano;
formavano contorsioni inattese che incuriosivano. Un esemplare
vorticoso quanto una scultura barocca attirò la sua attenzione. Rughe profonde lo percorrevano. Sembrava che un demone ne avesse sfregiato la corteccia. Distaccò lo sguardo; i suoi pensieri, come gli uccelli che vedeva all’orizzonte, volarono verso Ornella.

Erano nati entrambi in un borgo di questa Calabria dai paesaggi incantevoli e dal carattere tortuoso. All’adolescenza, si erano scoperti una passione comune, la tarantella. Il ritmo di questa danza possedeva la virtù, secondo credenze locali, di curare il morso della tarantola; un ragno dal veleno malefico. Sebbene non ci fossero fonti a menzionare tali guarigioni, la leggenda si era trasformata in rituale popolare, cioè in terapia collettiva. Al ritmo di tamburelli e mandolini, un’emozione
trasportava i loro sensi da un fiore all’altro, da un profumo all’altro, da un colore all’altro, e svegliava desideri alle delizie della passione d’amore.

Scambiavano lunghe lettere e baci proibiti quando ricevette un
messaggio. L’ultimo da allora: “Agostino, pensa ad altro, e continua a osservare l’orizzonte…” Il senso equivoco delle parole lo gettava in una confusione folle. Senza Ornella non poteva essere; senza, non riusciva a mettere una parola dopo l’altra.

Agostino se ne stava seduto su un muretto. Si teneva a debita distanza, gli mancava la voglia di chiacchierare. Non distoglieva lo sguardo dalla piazza. Il silenzio di Ornella inaspriva il desiderio di provocare un incontro. Temeva di vedere svanire il giorno e le sue tentazioni. La voglia di conversare con lei lo tormentava. Aveva tante parole da dire, tanti sentimenti da esprimere.

La Piazza Maggiore era punteggiata di colori vivaci, presi in un movimento continuo. I venditori di gelati, i cui coni deliziosi facevano la gioia dei bambini, occupavano con carrelli policromi i vicoli ombreggiati ai margini della piazza. Un giovane avanzava al ritmo delle sue convinzioni, disturbava un quadro impietrito nella consuetudine. Ogni passo in direzione di Ornella era al tempo stesso una conquista e una sfida rivolta alla famiglia.

Sotto un platano che regalava una freschezza gradita, Ornella
chiacchierava con altre ragazze, quando capì.

«Agostino» sussurrò. «Vi devo lasciare» disse poi.

La distanza si riduceva. Avanzava con passo sicuro, portato dalla passione. Mancavano pochi metri. Proprio quando stava per parlare, Rocco e Salvatore apparvero da ogni dove, affiancando ora la sorella.
Proseguì per la sua strada come se niente fosse. L’atmosfera nella piazza, dopo un brivido contagioso, riprese il suo chiacchiericcio.

Agostino sapeva che il suo giretto non sarebbe rimasto impunito. La punizione mafiosa era la legge del paese. Una legge implacabile, un linguaggio terrificante. Un codice informava sull’atto d’accusa. La simultaneità del verdetto e dell’esecuzione colpiva con violenza le anime. Un mezzo di comunicazione di formidabile efficacia.

Dopo un’apparizione di cortesia nel salotto, come una sonnambula tra gli animali più pericolosi di uno zoo, Ornella tornò in camera. La solitudine la liberava di una compagnia che la metteva alla prova.
Andava incontro ai suoi segreti.

Si era collegata al web e ai suoi allettanti miraggi. Aveva seguito le lezioni di informatica al liceo con interesse. Sapeva navigare in modo anonimo oppure criptare le cartelle più riservate.

La sua amica Simona era in linea. Stessa situazione familiare, stessi problemi. Una triste clonazione di comportamenti arcaici osservò con un gusto improvviso per il paradosso.

«Ornella, queste persone non hanno alcun senso della famiglia. Usano parole che le tradiscono. Per loro, la parola famiglia è quella incisa nel marmo delle lapidi, nei cimiteri che si curano di riempire. I loro metodi rivelano l’orrore che avvolge le loro anime. Conoscono la paura, quella che paralizza, per questa ragione con loro la tradizione è una condanna perpetua.»

Le parole sfilavano sullo schermo, le dita sulla tastiera.

«Simona, non saranno mai altro che piccole persone nell’unico
sguardo che conta, quello di una donna. Dobbiamo continuare a lottare, solo così saremo donne degne di essere al mondo.»

Simona era figlia di un boss il cui clan aveva fama di essere
particolarmente conservatore, cioè violento. Senza farsi illusioni
sull’esito di questa lotta, cambiò argomento.

«Tutti parlano di Agostino. Perché non ti sei sentita con lui, perché non l’hai dissuaso? Sta perdendo la testa.»

«A volte mi dà questa impressione. Per proteggere lui e i suoi, ho messo in pausa la nostra relazione. Non sembra bastare.»

«Le famiglie sono sempre più nervose. Non tutte capiscono come cambia il mondo. Temo per tutte noi le conseguenze della sua follia.»

«Non capisce perché non gli scrivo, non gli parlo più. Sento il suo sgomento scorrere nei miei brividi.»

«Ha capito solo quale nemico affronta? A quanto pare, non sembra, altrimenti non avrebbe commesso la stupidità di volerti incontrare in piazza in presenza di tutto il paese. È folle e assurdo.»

«Sì, eroico e assurdo. Come lo sanno bene essere i maschi.»

«La sua passeggiata però rompe la tregua con gli abitanti del villaggio.
D’ora in poi nessuno potrà più fingere di non sapere cosa stiamo
passando.»

I messaggi seguivano il moto dei loro pensieri. Un silenzio accompagnava la conversazione. Le parole mute tradivano la solitudine che le imprigionava. Simona riprese: «Ho trascorso la settimana in isolamento. Il pasto? Me lo portavano in camera. Le lezioni? Le facevo in camera. La mia camera? La mia cella. Il  mio luogo di detenzione. È tutto ciò a cui ho diritto. Un diritto? Più che altro un obbligo».

La famiglia di Simona era venuta a sapere, tramite indiscrezioni interessate, che aveva una relazione inconfessabile con una ragazza. La rivelazione di questo doppio crimine, contro il clan e contro la natura, aveva gettato suo padre in una rabbia primitiva.

«Mio padre è violento, sai, anche di notte. Ha delle crisi di demenza.
Lo vorrei vedere crepare nel suo odio, Ornella. Sono questi i sentimenti che suscitano… Questa violenza ci consuma.»

Ogni colpo esprimeva shock, incomprensione, senso di tradimento, e ogni colpo ricevuto provocava una rivolta, il rifiuto di una tradizione, il rifiuto della rassegnazione.

«E Teresa?»

«Un ricovero in ospedale per fratture multiple. Lo scooter è sbandato, la strada era bagnata.»

«Quando penso che altre tra noi sono state meno fortunate…»

«Siamo la voce delle sfortunate, di coloro che si rifiutano di vedere il loro destino dipendere dalla fortuna o dalla sfortuna.»

«Voglio parlare con un giudice, chiedere la protezione della polizia.
Ornella, sento i suoi passi… Sta per entrare. A volte lo prendono attacchi di follia.»

L’account di Simona divenne brutalmente inattivo. L’angoscia le si annodò in gola, Ornella scoppiò a piangere. Nella solitudine muta della sua stanza, fu tentata di chiamare la polizia. Il timore di peggiorare la situazione la trattenne. Un silenzio schiacciava il destino di queste donne; come il sole di Ferragosto la terra di Calabria.

Si presentò a casa dei suoi amici con la fronte che ancora sgocciolava.
Giuseppe percepì subito l’agitazione che scuoteva il suo amico. Carmelo, seduto sotto un ulivo, rimaneva impassibile.

L’amicizia tra di loro risaliva ai primi anni di università, a Messina.
Avevano fatto conoscenza sul traghetto.

Si sedettero sotto un fico, una fiamma tremolante si agitava nella penombra. L’oscurità rendeva i visi impenetrabili. Gli occhi sembravano sospesi nel vuoto, distaccati dal corpo da cui dipendevano. La scena emanava qualcosa di irreale; o di brutale. Ancora scosso, Agostino raccontò la sua sventura. Ci fu silenzio. Ognuno cercava di capire, da avvocato penalista, il senso di questa intimidazione. Giuseppe qualcosa aveva capito.

«Non ci molleranno più» aggiunse Carmelo di solito piuttosto
taciturno, «ho affari da sbrigare. Quel che hai fatto non è servito a nulla, spero solo che non servirà a nulla.»

Per soddisfare bisogni di liquidità, gli capitava di trattare con le famiglie. Le conosceva bene. Conosceva ogni ingranaggio e il
movimento al quale corrispondeva. Rischiava di pagare a caro prezzo le stronzate di Agostino. La loro amicizia poteva trasformarsi in trappola. I clan sapevano tutto di tutti.

«Sei sotto sorveglianza, caro amico. Ti hanno messo sotto stretta sorveglianza. Per fortuna non sei agli arresti domiciliari. Devi solo giocare secondo le loro regole. Fare quel che aspettano. La fantasia non è una qualità che apprezzano. Si sono stufati, credimi.»

«Mai. Non mi arrenderò mai. Hai sentito? Mai. Voglio andare lontano, sparire qualche tempo» dichiarò scomposto Agostino.

La sala da ballo echeggiava di suoni familiari. I giovani venivano a rilassarsi in un luogo del paese dove ragazze e ragazzi potevano incontrarsi senza pregiudizi.

Si teneva davanti, aveva appena varcato la soglia. La contemplò senza guardarla, la ascoltò senza udirla, si stordì del suo profumo senza sentirlo.

La melodia di una tarantella risuonò nella sala. Gli accordi della chitarra chiamavano a raccolta i ballerini. Una melodia inebriante s’impadroniva dei corpi che ancora si riscaldavano. Si misero dopo poco a saltellare sulla pista come note maliziose su un pentagramma pieno di fantasia. Seguivano un ritmo vorticoso. Un ritornello trasportava i corpi verso desideri inespressi. Ornella e Agostino, fedeli a un codice che si
erano inventati, si scambiavano sguardi complici e parole mute.

Il loro maestro aveva raccontato la storia di questa danza. Origini pagane la facevano risalire a oscuri riti dionisiaci. In questa parte della Calabria, rimasta fedele al suo passato grecanico, questa tradizione era sopravvissuta alla cristianizzazione e rimaneva tuttora viva anche nella
mente degli abitanti più devoti.

Avevano previsto di incontrarsi sotto un portico di una casa antica ora abbandonata. Proprio dove si erano dati il loro ultimo bacio, mistico quanto voluttuoso.

Si ritrovavano. Abbracciati. Felici di tenersi stretti. Le loro bocche scambiavano con furia un’umidità che solo la lontananza permette di capire. Avevano baci in attesa, un convoglio pieno, carezze lasciate in sospeso, aspettavano di tornare a vita. Un intero vulcano di desiderio ribolliva, ci voleva poco perché entrasse in eruzione. Rimasero qualche istante immersi in una meditazione amorosa.

«Non c’è nulla da sperare dalle famiglie. Sono in subbuglio. Ho sorpreso delle conversazioni. È giunto il momento per te, per Giuseppe e Carmelo di andare via, allontanatevi da qui. Cercate un posto dove nascondervi. È più sicuro.»

Il morso sguainava le mascelle. Sentiva ringhiare. Sentiva il fetore di corpi in decomposizione. Compose il numero di Giuseppe.

«Pronto, sono io, Agostino.»

«Non avevo dubbi, dove sei?»

«Ho pure l’intenzione di allontanarmi, di andare all’estero se occorre.
Sembra il destino di chi nasce su questa terra.»

«Già. Questa non è una terra madre, è una terra genitrice. Noi abbiamo una madre biologica. Mette al mondo e poi non se ne cura. È condannata a partorire, a vedere partire i figli. È la sua sfortuna e la nostra disgrazia.
Non so quale colpa porta questa terra, quale colpa si tramanda da generazioni a generazioni.»

«Per secoli popoli sono venuti su queste sponde. Hanno creato città, civiltà e oggi ci tocca scappare. Qualcosa di strano c’è.»

«Andiamo per le vie del mondo senza sapere dove portano. La
destinazione non importa.»

«Conta scappare.»

«Capisco meglio. Mi fa paura che non ci sia un punto di riferimento.»

«C’è, Agostino, c’è. Si va verso una terra particolare, è moglie, è sposa. Rappresenta l’ignoto, l’avvenire, la creazione, anzi la creatività, lasciamo la creazione a chi di dovere. Non c’è una terra promessa, che ci aspetta bella bella, c’è solo la promessa di una terra. Allora ci spetta andare a cercarla. E se non si trova, forse è meglio, si continua a cercare.
Cosa si guadagna a trovare… finisce il viaggio. La vita è un’odissea, un viaggio verso l’ignoto e dall’ignoto c’è qualcosa da imparare. Ulisse è il più ebreo degli eroi greci e c’è un Ulisse in ogni calabrese. Il calabrese è un essere globale, fa parte di una diaspora internazionale» disse ridendo Giuseppe.

«Va bene. Hanno tutti e due avuto bisogno delle stelle. Anche a noi serve una buona stella oggi, una stella che porta speranza e ci indichi la direzione.»

Carmelo si dirigeva verso la casa di campagna dei Tortorella. Era convinto, lì si nascondeva don Calogero. Ma non si poteva lasciare intimorire. Trovò il cancello aperto. Un sentiero serpeggiava tra gli alberi. Carmelo si avvicinava lentamente. Sentiva i cani abbaiare la ferocia primitiva dei loro padroni. Li immaginava, rinchiusi dietro sbarre d’acciaio, animati da istinti di una brutalità totalitaria.

«Buonasera, signor Tortorella.»

«Ciao Carmelo. Vieni dal paese? Dimmi, che atmosfera c’è?»

«La piazza è sempre gremita. Queste serate temperate sono un vero piacere ma non quanto qua.»

«Sì, è più bello in campagna, alla sera la terra sprigiona tutti i suoi sapori. Carmelo, veniamo al dunque, cosa aspetti da me?»

Carmelo rispose con naturalezza: «Cocaina, cinquanta grammi».

«A chi è destinata?»

Carmelo non lo voleva indisporre, non erano molti quelli che gli potevano venire in soccorso.

«L’avvocato Peltrinelli.»

«Caro avvocato…»

Questo inizio lo rassicurò. Il suo ospite sembrava disposto a portare avanti la transazione.

Rocco lo condusse in un ufficio poco distante. Le tapparelle chiuse comunicavano un sentimento alienante, tuttavia la freschezza rassicurava. Non sapeva cosa pensare. Dopo qualche passo, balzò indietro. Appoggiati su un mobiletto, fucili lo guardavano; chi con una canna come Polifemo chi con due. Rocco azionò un interruttore. Stipate in un angolo, armi da guerra se ne stavano beate e tranquille. Si chiese se una garanzia a vita accompagnava la loro vendita.

Carmelo non ce la faceva a nascondere la sua sorpresa. Alla vista di quell’arsenale si rese conto di quanto fossero piccoli lui e i suoi amici, appena percettibili, fuorché indispensabili.

Passi pesanti echeggiarono per la scala. Si voltò verso il luogo da cui proveniva un tamburellare di grancassa. Scorse una sagoma oscurare l’ingresso. Non l’aveva mai vista prima.

Furono gli ultimi istanti che trascorse, in piena consapevolezza di tutto. Sbilanciato senza capire come, si sentì cadere nel vuoto. Una scossa, pesante quanto il dolore, gli schiacciò il viso. Questo bastò per annientare le facoltà mentali. Non  rispondevano più ai suoi richiami. Rocco conosceva l’effetto che Beppe produceva sugli ospiti. Era un deterrente, per giunta massiccio. Non era utile coinvolgerlo nelle conversazioni. Bastava la sua presenza.

«Agostino» disse il suo carnefice. «Lo conosci bene, dimmi dove può essere.»

Rocco sembrava ignorare il tono interrogativo. Non era un modo al quale era abituato. Esercitava una forma di soggezione che non lasciava margine di manovra.

«Carmelo, sono davvero irritato, il suo atteggiamento mi fa incazzare. Quel bastardo mi guasta la vita e non si sa dov’è.»

«Parlami di Agostino.»

Il respiro del giovane studente divenne affannoso. Capiva, nel
profondo della sua fragilità, che non sarebbe uscito indenne da questa trappola. Era pietrificato all’idea di essere nelle mani di un pazzo di cui temeva le innumerevoli risorse. Non sapeva chi maledire, se Agostino o
Rocco.

«Non so dove è… Gli avevo detto di non fare cazzate, Rocco,
credimi…»

Un altro colpo allo stomaco gli bloccò il respiro.

«Strunzu» gridò Rocco. «È una risposta che voglio. Quell’idiota non si fa più trovare a Trimonti.»

Carmelo lo guardava, la sua ragione vacillava, quando un’ondata di panico saturò i suoi sensi.

«Non lo so, non lo so! Rocco, credimi! Non so, non so niente, non so dove è» gemette per qualche istante, un corpo in preda alla disperazione.

La morte di Carmelo scandalizzava. La voce commossa del prefetto diceva quale fosse il sentimento che stravolgeva tutti. Le ferite testimoniavano del disonore che ricadeva  sull’assassino. Aveva profanato le spoglie di un cristiano, era venuto meno al rispetto che si deve di fronte all’interdetto della morte. L’omicidio era stato commesso in virtù di un privilegio che si istituiva a norma.

Dove le emozioni prendono la loro sorgente, Ornella sentiva brividi di paura. Tante ragazze provavano ogni giorno simili palpitazioni. Dopo una giornata trascorsa in uno spazio chiuso che una legge maschile governava, aveva cercato di corrompere il suo carceriere. Voleva godersi un momento di pace nel giardino, o nel soggiorno, come minimo uscire dalla camera. Ma era inutile, Alfonso rimaneva insensibile alle sue richieste.

Una mattina, mentre apriva le tende, un raggio di sole la accecò. L’idea di andare in chiesa le venne come viene una rivelazione. Non si trattava di un miracolo, nemmeno di un’estasi mistica. In realtà, non intendeva affidarsi alla Provvidenza, quanto meno alla fortuna, perché migliorassero a breve le sue condizioni di detenzione. Si confidò con il  suo guardiano. Il giorno stesso l’informazione seguì un percorso
verticale.

La famiglia, nel corso di consigli che si ripetevano, non si lasciò ingannare. Tuttavia, che la si vedesse in chiesa poteva servire a stroncare voci che sussurri erano impazienti di diffondere. Era meglio evitare che si sviluppassero. Di conseguenza, con un senso acuto della comunicazione di crisi, la famiglia non si oppose.

La chiesa rifletteva i raggi nascenti del sole. Ornella entrò nel nartece e immerse le dita nell’acquasantiera scolpita nella pietra. Si incamminò verso le file degli inginocchiatoi, si sedette, e regredì per un lungo momento nel tumulto della sua interiorità. Alfonso rimase presso l’ingresso con le statue,  nell’atteggiamento ieratico di un santo che la massa dei peccati umani non turbava. Aveva ricevuto un ordine semplice: non permettere a nessuno di avvicinare Ornella.

Quella mattina, fu lei a chiamare padre Nicola, vicario dell’omonima chiesa. L’imprevisto tendeva una trappola ad Alfonso. Temeva che l’operazione si trasformasse in scomunica.

Sentimenti di lutto lo portavano a recarsi al castello di Santo Niceto. Si trovava su una vetta, si affacciava sullo Stretto.

Ci sono posti dove l’uomo non si reca per caso. Sono speciali. Ora sono inaccessibili, ora stupendi, ora suggestivi. Rispecchiano i moti dell’anima, oppure costituiscono un richiamo. Agostino ricercava un posto dove morire un attimo con la sua tristezza. Sentiva scomparire nel grande vuoto del nulla la sostanza che manteneva finora illesa la sua vitalità.

Dopo aver vagato qua e là, Agostino strillò alla foresta il nome di Carmelo. Rivelò quale fosse il dolore che lo affliggeva. Raccontò ai suoi ospiti le sventure che schiacciano le vite umane.

Spiegò al vento quale fosse la condizione di un disgraziato che sa di essere un superstite tra una catasta di ricordi defunti.

In uno scenario che invitava ciascuno a una comunione mistica, contemplava sconsolato la frattura che il mare segnava tra terre gemelle. Avevano attraversato insieme innumerevoli volte questo stretto per recarsi all’università. Si mise a urlare di fronte all’indomabile vulcano, a urlare il nome di Carmelo che il vento portava nel suo viaggio senza fine. La storia trascinava il suo corteo di reliquie; lui un’anima rimasta orfana
prematuramente.

Un flusso convocava gli spiriti della natura, della terra a cui l’uomo appartiene. Il giovane Agostino sentiva un magnetismo attivare le cellule invisibili del suo corpo. Una divinità respirava sotto i suoi piedi.

Senza capire perché si tolse le scarpe. Il contatto con la terra comunicò una strana impressione. Mai gli era successo prima. La terra era viva, respirava, forse pensava, forse sognava. La terra si esprimeva, sentiva le sue urla. Tremava, frusciava, tamburellava. Udiva un brusio, un picchiare di campane sottoterra, come capita con l’Etna. Era la musica degli
elementi, il canto della natura quando strega le anime.

La famiglia, cioè gli individui maschili, tenne consiglio. Un’abitudine per questi tempi incerti. Era giunto il momento di fare un bilancio. Contavano carte vincenti nel loro gioco. Il fante di picche giaceva in una cantina e la regina di cuori occupava una cella sotto stretta sorveglianza. Se non c’era fretta, occorrevano decisioni, occorreva preparare il futuro. Questo compito toccava al jolly.

Rocco sapeva di essere un jolly piuttosto imbarazzante. Era sotto osservazione. Doveva farsi perdonare, espiare il danno recato alla famiglia, se non voleva diventare matto. L’omicidio poco convenzionale di Carmelo gravava sulla sua fama.

«Per Ornella, cosa decidiamo?» proseguì Salvatore dopo un silenzio clanico.

Il padre rimaneva muto. Osservava i figli. Li ascoltava gestire gli affari di famiglia, non ignorava che gli spettava di diritto l’ultima parola.

«Agostino presto non sarà più un problema, anzi non lo è più. Ornella però non sta ferma. È ora di pensare al futuro, non deve più creare problemi» dichiarò Rocco con autorità.

«La possiamo mandare a Milano, in Germania, oppure in Sudamerica. Così sarà lontana» rispose Salvatore all’analisi del fratello.

«Lontano… Ai giorni nostri, questa parola non significa granché» obiettò Rocco. «Dobbiamo cercarle un marito adesso e tenerla d’occhio qui.»

La sua proposta colse tutti di sorpresa, o quasi.

«In quale altra famiglia le troveremo un marito?» reagì Salvatore niente affatto contrario alla proposta.

«A chi hai pensato, Rocco?» chiese il padre con poche parole.

Un silenzio pesante preparava il pubblico. Altra scelta non c’era.

«Alfonso» rispose Rocco con l’autorità di un capo. «Merita il nostro riconoscimento.»

Questa notizia, per quanto fosse sorprendente in questi giorni di lutto, si diffuse di casa in casa e aggiunse un capitolo alla storia già tormentata del paese.

Una cantilena di disco rotto avvolgeva il paesaggio. Un’orchestra cantava le gesta di una natura piena di calore. Non si vedeva un musicista. Però un tormentone suonava come un avvertimento. Giuseppe girovagava intorno alla casa, un concerto scandiva i suoi passi, quando un cri-cri, questa volta digitale, annunciò l’arrivo di un messaggio.

«Come lo hai saputo, Ornella?» scrisse, riprendendosi con fatica da un attimo di smarrimento.

«Ci ha pensato Rocco. Presto il paese lo verrà a sapere se già non lo sa. Non ci sarà bisogno di pubblicare i bandi.»

Giuseppe sentiva svanire le speranze della loro adolescenza. Provava la sensazione devastante che venissero confiscati i loro destini.

«Come prendi… l’annuncio del tuo matrimonio?»

Ornella stava attraversando un’esperienza di spoliazione. Una parte di sé non era più sua. Si sentiva stonata, come uno strumento musicale. Questa dissonanza la rimandava alla sua condizione di clandestina in un corpo che apparteneva alla famiglia. Sentimenti non erano permessi. Glielo avevano insegnato, con il rigore dei banchi di scuola; gli stati d’animo di una donna poco contano. Questa situazione la rendeva membro di una diaspora che mai aveva lasciato il proprio territorio.

«Dovrei essere straziata, ma non lo sono. Mi vogliono imporre una realtà che non fa per me. Nelle fiabe si racconta che un giorno una bambina diventa principessa. Ma una ragazza capisce presto, sotto sotto c’è qualcosa. Quale ragazzina accetterebbe di diventare donna se sapesse la verità? Non c’è paradiso per le donne. Non appena è arrivata nell’Eden, Eva viene cacciata, poco ci è rimasta. Scapperò da questo tranello. Non permetterò a nessuno di rubare la mia esistenza. Voglio andare dove non ci sono né principesse né schiave.»

Capiva pure perché nei piani della famiglia Agostino oramai era non solo inutile ma tragicamente ingombrante.

«Agiremo all’alba. Ti verrò a prendere nella chiesa, appena sarà messo in salvo.»

«Sarò sorvegliata, la chiesa è sorvegliata, Alfonso sorveglia. Come pensi di fare, hai un’idea, e quando?»

Giuseppe provava un disagio che scomponeva. Tutto era in subbuglio. In questi momenti Carmelo si dimostrava prezioso, quando i problemi c’erano e abbondanti pure.

Sognò pure di raggiungere la stalla dov’era rinchiuso Agostino. Lo teneva per la mano Virgilio. Se lo avessero lasciato scegliere, avrebbe preso Cicerone, era più tranquillo. Si vide addormentare Cerbero e scivolare attraverso un passaggio angusto. Pensava di raggiungere le stelle, il diavolo l’aspettava. Se lo vide davanti, tutto peloso con la testa di Rocco. Muoveva le labbra, ma non una parola usciva.

Il giorno dopo, Giuseppe parcheggiò il veicolo. Si avvicinò con passo sicuro alla proprietà Tortorella. Il sole iniziava la sua maestosa salita nel cielo. Ornella era in chiesa circondata da padre Nicola, Alfonso e tutti i santi dell’universo. Non fu proprio come nei suoi sogni. Non fu una bestia a tre teste ad accoglierlo, ma molte più zampe e gole sovradimensionate. Le sentiva guaire dopo una notte di digiuno. Mandò pezzi di carne oltre il recinto. I guaiti lasciarono a poco a poco il posto a
deboli lamenti. Una clessidra iniziò a misurare il tempo.

Fece un balzo. Qualcosa dentro si muoveva.

Avvertì di nuovo una scossa. Una bestia tremava nella sua agonia. Faceva schifo. Un animale marciva nella sua carne. Adesso sapeva come poteva essere l’inferno. Nonostante il terrore, si mise a sciogliere il fagotto. Le mani vagavano sulla tela. Il respiro seguiva un ritmo disordinato. Una cosa si muoveva, non c’era dubbio. Slacciò il collo. Un ciuffo di peli apparve. Un rumore distolse la sua attenzione. Uomini
chiacchieravano fuori. La paura lo invase. E se la bestia si fosse messa a urlare? E se avessero visto la rete rimossa? Temeva di finire anche lui impacchettato.

Non erano peli, ma capelli. Il disgusto ora sostituiva la paura. Liberava una rabbia in dormiveglia da generazioni. Confinava con l’odio più profondo.

Agostino non era in grado di muoversi, ancor meno di arrampicarsi fino a uno spiraglio. Giuseppe si diresse verso la scala e salì qualche gradino. Voci sprigionarono un flusso ricco di adrenalina. I sicari erano ovunque. In compagnia di un amico storpio, l’evasione si complicava. Per giunta, i cani non avrebbero aspettato che fosse finita la clessidra per mettersi ad abbaiare.

L’alba non cessava di svegliarsi, di svegliare coscienze alle forze prodigiose di una natura che il terrore non contrastava. Dalla piazza, si alzava un trambusto, non si era mai sentito prima, nemmeno un 25 aprile. I giornalisti non perdevano nulla di questo sviluppo. Una misteriosa telefonata alle redazioni aveva consigliato di tenersi pronti. Un evento inaudito stava per succedere, aveva detto una voce. Scendevano numerosi da autobus e treni. Si avviavano verso la piazza del paese, polarizzati da un misterioso richiamo. Nessuno ancora capiva quali ragioni li spingessero a radunarsi su questa piazza della bassa Italia. Sembravano provenire dalle profondità dello spazio, da una coscienza informe, alla ricerca di una luce che privasse le ombre del potere di aggrapparsi alla materia.

Dal suo rifugio, Ornella sentiva crescere un clamore che mai si
sarebbe aspettata così potente. Il numero dei giovani presenti sulla piazza superava di gran lunga quello registrato all’anagrafe del Comune. Questa folla impressionava padre Nicola. Rimaneva rintanato come una reliquia in una cripta. Non aveva trovato altro per sfuggire a notizie che, perfino nei suoi incubi da uomo di Chiesa, non aveva mai immaginato.

Agostino e Giuseppe si preparavano ad abbandonare il rifugio. Una vibrazione annunciò un messaggio. Ornella. I giovani si connessero ai social media e ai loro miracoli.

La parola non era esagerata. L’ampiezza della manifestazione
impressionava. La piazza era gremita di una gioventù che un destino dispettoso non riusciva a devitalizzare. In mezzo a grida e richiami, era un crepitare ininterrotto di telefoni.

Giuseppe parcheggiò il veicolo all’ingresso del paese. Risalirono
sentieri polverosi. Andavano incontro a una manifestazione, legava ciascuno a una coscienza comune. I social si ritrovavano sulla piazza.
Questi giovani formavano una rete, non era solo un’immagine. Una solidarietà comunicava una forza inedita, spontanea quanto radicata nelle mentalità. Non c’era bisogno di manifesti e volantini. Questo atteggiamento era parte di un sottofondo. Era un aspetto del mondo nuovo.

Giuseppe, Agostino e Ornella avevano sottovalutato la potenza della rivolta e quanto legasse tante persone seppure anonime.

La piazza tornava a essere quella che sempre era stata, il luogo dove ci si incontra, dove si parla degli altri, dove le conversazioni mescolano il mondo vicino e quello lontano. Una città non è solo un branco di case. Si gioca, si canta, si balla, si prega.

Poteva essere ancora altro. I giovani scoprivano cosa fosse esercitare un contropotere. Era la prima volta che succedeva. Una voce si spargeva.
Raccontava che l’operazione era destinata a liberare una ragazza. Era stata rapita. I motivi sotto certe latitudini si conoscono. Ci sono fatti che sono reati. Condannano a morte. Sono i genitori a condannare, i parenti, i vicini, sconosciuti. La tradizione lo comanda. La stupidità sempre.

Il padre occupava ora il posto di comando, in una delle sue celle
segrete. Erano in gioco gli interessi delle famiglie, l’onore, la capacità a farsi rispettare. Ma non solo.

Anche Rocco applicava regole. Antiche o moderne, contava poco.
Aveva le sue. Un decalogo forgiato su misura. Non ce la faceva a seguire ordini contrari alle parole delle voci. Una tensione inceppava pensieri nella canna dell’arma. Aveva il cervello pieno di caricatori.

Si fece una riga.

Aveva fatto male. Un fuoco consumava ogni pensiero, ogni
ragionamento. Le parole del padre echeggiavano, sempre più lontane. Pensava ora come un proiettile. Era nella canna, la luce davanti, altro che labirinto. Il desiderio di omicidio si svegliava, dormiva nello stomaco, si agitava, lo sentiva. Rocco si preparava a uccidere, la sua pistola non aveva dubbi.

A pochi chilometri, sulla strada che costeggiava lo Ionio, un’auto correva. I giri del motore urlavano un’aggressività patologica. Andava veloce sull’asfalto. Veloce, perché non poteva essere diversamente.
Superò il castello, si affacciava sul mare, e scese verso la baia. L’eternità della morte urgeva; l’obitorio perdeva pazienza. Sapeva dove andare. Il giorno scorso, si erano visti sconosciuti entrare in una casa di pescatori. La notizia aveva seguito un percorso verticale.

Il paese era avvolto dall’oscurità. Schegge di luce scappavano qua e là
da qualche finestra. Di tanto in tanto, folate di vento agitavano le ombre che gli alberi proiettavano. Disegnavano braccia animate su una muratura logorata da sale e sole. Rocco aveva appena intravisto i fari di un’auto. La sentiva ora avvicinarsi. Uno sbattere di portiere echeggiò. Il rumore alternato delle onde riprese la sua melodia.

Rocco ripulì lo specchietto e aprì la portiera. Alfonso capì. Passò
meccanicamente la mano sull’arma, aveva già controllato il caricatore, ne aveva altri in tasca, a volte il canovaccio tirava per le lunghe. Rocco non ebbe bisogno di controllare né di fare il giro della casa. Si trattava di uccidere. Di entrare, puntare e uccidere. Di svuotare un caricatore dei suoi proiettili e i corpi delle anime che affollavano il sangue.

La detonazione fece vibrare le pareti così come il sistema nervoso di ciascuno. Un brivido di panico percorse i giovani. Il giornalista afferrò la mano di Ornella e saltarono dietro il divano. In linea con Simona, raccontava. Mobili rovesciati, porte sbattute, urla, misero tutti in subbuglio. Un trambusto assordante gettò i giovani in uno stato di confusione. Una paura si diffondeva. Non se l’aspettavano. Si erano a
poco a poco rassicurati, la fiducia stava tornando. Questo colpo di scena sbalordiva tutti. Un chiasso sostituiva la quiete delle parole. Il giornalista allungò il collo fin quanto poteva, la paura aveva bisogno di vedere, come raccontare altrimenti. Scorse nella penombra Giuseppe, una pistola lo prendeva di mira.

Un lampo, una detonazione. Un tonfo non lasciò dubbi. Sagome
scappavano per ogni dove. Non c’era uscita. Un corpo giaceva sul pavimento. Un urlare continuo riprese. Prima o poi, Ornella avrebbe attirato le pallottole come la calamita, come scriveva allora. Ma si può lottare contro il panico, si può continuare a raccontare se piombavano addosso pallottole? Nel silenzio della sua mente, il giornalista commentava per un pubblico che non c’era. Una parte di sé sfuggiva alla realtà.

Un’altra detonazione risuonò. Grida pure. Le dita scrivevano parole che urlavano. Il giornalista scarabocchiava nel vuoto, quando una nuova esplosione trafisse tutti. Aleggiava un silenzio da film d’orrore. Sembrava tutti se ne accomodassero o nessuno lo volesse interrompere. Si temeva la prossima mossa. Non si sentiva muovere. Si udì premere un tasto. La luce fu.

Il giornalista si guardò intorno. La seduta a porte chiuse si concludeva con tre corpi a terra e tre ancora in piedi. Il giornalista provava un’ansia ossidionale. Il racconto non finiva lì. Un cannone lo puntava. Una penna strana, pensò. Scriveva per un’altra eternità della sua.

Una pozzanghera si stava formando, densa quanto un passito. Alfonso se ne stava con le spalle alla parete. Si stringeva il ginocchio. La gamba gocciolava. Una smorfia gli deformava il viso. Non si lamentava. Giuseppe aveva la camicia del colore della pozzanghera. Ansimava, anzi meglio cigolava e ringhiava. Il petto faceva un rumore di ventilatore da rottamare. Agostino si alzò con lentezza, le mani sulle orecchie.

Il giornalista si prese cura dell’emorragia di Alfonso. Aveva visto fare in Ucraina, in Siria; con poco o niente si salva una vita. Strinse una cravatta intorno al polpaccio. Fece per avvicinarsi a Giuseppe; un lampo metallico glielo sconsigliò.

Ornella aveva lasciato il nascondiglio. Andava verso l’uomo, sempre con una pistola in mano. Rocco la fermò con uno sguardo pesante.

Ornella fece ancora qualche passo. Si mise a parlare, una voce
destinata a riportare la calma. Rocco non dava retta. Li voleva portare tutti e tre in macchina. Per un’esecuzione quanto più vicina al bagagliaio.
Era più comodo. Non poteva contare su Alfonso per una mano.

Ordinò ai ragazzi e all’impiccione di lasciare la casa. Il giornalista sussultò. Una biro tremava tra le dita. Sembrava che scrivesse su un foglio appeso nel vuoto. I suoi modi infastidivano. Rocco gli diede con il calcio della pistola un colpo alla testa. Ornella riprese a gridare. Si precipitò verso l’uomo disteso sul pavimento.

Il giornalista non apparteneva più veramente al contesto. Aveva perso il suo status di osservatore neutro. Quello lì non ne voleva sapere niente del dovere di informare. Un filo di sangue colava sulla guancia. Gettò uno sguardo in direzione dei ragazzi. Agostino ritrovava a poco a poco le sue facoltà. Giuseppe si appoggiava alla spalla del suo amico. Si avviarono tutti e tre verso la porta.

Amavano i barbecue in tanti. Anche lui. Specie la grigliata. Spesso finiva con incendi boschivi e battute di caccia.

Fiamme gli illuminavano la mente. Ordinò ai giovani di tornare
indietro, di sedersi a terra; aveva cambiato parere. Colpa del barbecue. Li legò stretti stretti. Tanto, il bagagliaio non sarebbe bastato.

L’aria invase la stanza. Ornella sentì una freschezza che la avvolgeva. Non provava il solito benessere. Rocco le disse di raggiungere la macchina. Alfonso seguiva come poteva. Ornella gli avrebbe presto fornito le cure necessarie, da brava moglie. Se solo avesse cessato le sue urla. Non immaginava quanto poteva eccitare la cocaina. Rocco ordinò loro di aspettare, ne aveva per poco. Prese dal bagagliaio alcune taniche. Non si lasciava mai cogliere alla sprovvista. Sempre se ne portava un po’ di scorta.

I giovani giacevano nel soggiorno, legati l’uno all’altro come capre.

Le taniche stavano nell’ingresso, allineate con disciplina. Un fuoco aspettava, quello della sua follia. Aprì una tanica. Si sparse nell’aria una fragranza di benzina. Cominciava a stare meglio. Un sollievo lo invase.

Un urlo scosse i suoi sensi. Proprio non ci voleva. Non finiva mai. Gli penetrava il corpo. Agitava i suoi sensi. Scombussolava le sue riflessioni. Non aveva scampo. Gli sembrava di stare in piedi sull’orlo dello scivolone. Ornella non la smetteva. Al diavolo il matrimonio se non si fermava.

Ma la voce insisteva. Lasciò perdere la tanica. L’aria fresca l’accolse. Fece qualche passo ma ora la voce si era spenta, se ne stava zitta. Peccato, c’erano tante cose ancora da raccontare. Rocco avrebbe saputo quel che l’aspettava fuori.

Ombre ballavano sui muri, il vento creava effetti particolari, giocava con i suoi sensi, pensò. Ora urlavano. Possibile… non erano solo ombre allora.

Si urlava sempre. Sentiva parole. Non erano voci che conosceva. Era diverso. Queste non lo prendevano per la mano. Sentì gridare polizia poi mani in alto, come in una pellicola. Le sagome si avvicinavano. Distinse a malapena qualche altra parola, non doveva andare avanti. Si doveva fermare. La cocaina non ce la faceva a sopportare certe parole. Tirò fuori la pistola, si mise a sparare. Sparava alle parole come si spara su un
bersaglio al lunapark. Le detonazioni produssero il loro effetto. Si sentiva meglio, soffocavano le urla.

Un fuoco si diffondeva nel suo corpo. Ricordava l’effetto della polvere bianca. Qualche differenza c’era però. Questa roba bucava la pelle. Gocciolava. Perdeva da tutte le parti. Come si vede con l’Etna a notte fonda. Vedeva una lava scorrere.

Non ce la faceva più a sparare. La libertà non risiede negli impulsi e nelle regole – e nelle righe. Un atteggiamento lo intrappolava, non c’era spazio per la fantasia. Non si era lasciato sfiorare dal timore che viene dai dubbi.

Il giornalista tirò fuori il cellulare; aveva pagato la tassa sulla paura. Saturava la memoria di foto. Rocco, Giuseppe, Agostino, Ornella, lo scagnozzo, i lampeggianti, le armi, le taniche di benzina, e ricominciava. Era pronto per il suo articolo, aveva la conclusione sotto gli occhi. La popolazione sarebbe venuta a conoscenza dei fatti prima che la voce si diffondesse.

Agostino scorse finalmente Ornella. Sconosciuti la sostenevano. La volle raggiungere. Genti chiudevano la portiera dell’ambulanza. Non ce la fece. Giuseppe era sdraiato su una barella, una maschera gli copriva il viso. Accanto, soccorritori assistevano gli agenti di polizia alcuni in borghese distesi sull’asfalto.

Il giornalista guardava ora Rocco. Non c’era barella né infermiera. Solo l’asfalto, e sangue, scorreva da ogni dove. Il malvivente provava ad articolare parole. Però non lo voleva intervistare. Non gli voleva chiedere niente.

Una brigata composta dal personale amministrativo, da riservisti che prestavano servizio nei vari reparti organizzava le cure e la sicurezza. La telefonata di una ragazza alla questura aveva lasciato perplessi i funzionari. Sosteneva di essere in comunicazione con la figlia di un boss, sequestrata in una località sullo Ionio. Era difficile verificare le informazioni, tuttavia gli eventi degli ultimi giorni richiedevano cautela.
Mancavano però gli uomini, il personale in divisa era in missione a Marlinara.

Mentre si trovavano per strada, altre telefonate erano giunte alla
questura, confermavano quanto già si sapeva. Si sentivano colpi di arma da fuoco, concentrati nel quartiere marino, proprio quello che la giovane indicava.

Ornella sapeva chi ringraziare. Simona si era data da fare quando, una sera, lei era rimasta zitta. Le scrisse un messaggio. Simona la informò della sua partenza. Scappava con Teresa. Un treno le aspettava. Andavano all’estero per vivere un’esperienza che il paese rendeva impossibile.

Mentre l’ambulanza partiva, pensava a quanto succedeva sulla piazza.
Questa manifestazione aveva trattenuto il braccio del padre. Ma aveva liberato la demenza di Rocco. La famiglia si preparava a piangerlo, senza rimpiangerlo. I suoi metodi spaventavano. Rocco aveva messo a repentaglio l’equilibrio che faceva prosperare il clan. Salvatore avrebbe preso le redini della casa.

Così avevano deciso le famiglie. «Non dimostra la stessa originalità del fratello, è la sua unica qualità» si era sentito dire il padre e questo lo rassicurava. Le famiglie non si occupavano solo della comunicazione, gestivano le risorse umane.

I pensieri di Agostino migrarono verso un altopiano. Braccia minerali lo aspettavano da secoli. Il tempo non aveva consumato le ninfe, non si erano disperse tra i ruderi. Non era facile spiegare come, ma tra le erbe profumate e le pietre che punteggiavano qua e là lo spiazzo, si univa a un territorio che portava speranze.

Era il posto dove incontrare gli spiriti della natura. C’erano ovunque, dietro un albero o in prossimità di un ruscello; popolavano terre, miti e leggende. Aspettavano solo che qualcuno si desse la pena di rivolgergli la parola. Potevano aspettare secoli. Poi si svegliavano, come per incanto, e si mettevano a raccontare. Raccontavano storie meravigliose
che il vento registrava e portava nel suo viaggio per il mondo. Chi voleva ascoltare si doveva fermare e respirare al ritmo di un battito che era universale.

Si abbandonò a un rito ormai familiare. In quei momenti, una vitalità lo percorreva, era figlia dell’eternità. A piedi nudi, si mise a saltellare. Sembrava un folletto dei campi, dei boschi, dei fiumi, che la natura nutriva della sua fantasia. La terra scricchiolava. Sentiva il suo calore, la sua morbidezza. Faceva ora parte del paesaggio, era un frammento della sua creatività.

Le radici delle stelle solcavano la sua mente. Lo trasportavano nel mondo delle corrispondenze tra natura e anima. Un mondo dove i sogni non si chiamano solo sogni.