რობერტა მორმანდო: IL PIACERE È TUTTO IL MIO

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In copertina: Elaborazione grafica di Roberta Mormando e Laura Mandurrino.
A mia madre
Prefazione

di Anna Arena

In una serata come tante altre, il mio telefono squilla e dall’altro capo c’è una mia compaesana che, quasi in punta di piedi, mi chiede se sono disponibile a scrivere una prefazione “tecnica” del nuovo romanzo di Roberta Mormando. Non conosco personalmente Ro-berta ma, appartenendo allo stesso piccolo paesino dell’hinterland tarantino, ho contezza di chi sia (si sa, nei piccoli paesi ci si conosce un po’ tutti!) e mi torna immediatamente in mente la presentazione di uno dei suoi libri a cui ho partecipato molti anni fa. “Io dovrei scrivere una prefazione? Non ne ho mai scritta una!”. Nonostante un po’ d’ansia da prestazione, tipica di chi per la prima volta si spinge in una nuova avventura, mista a curiosità intellettuale e gratitudine, offro la mia disponibilità.

Esercito la professione di psicoterapeuta da diversi anni e questo ha fatto sì che incontrassi nel mio studio persone che, purtroppo, hanno combattuto, o sono ancora in guerra, con la stessa malattia di Annalisa, la protagonista del romanzo di Roberta: il cancro. Quella brutta malattia che ormai, in particolare per gli abitanti di Taranto e provincia, tocca chiunque in modo diretto o indiretto; che può avere una prognosi nefasta o lasciarti intravedere qualche speranza; che si presenta in modo letale o solo passeggero.

È ormai noto, e ampiamente documentato, che nella nostra pro-vincia l’incidenza tumorale sia più elevata rispetto alla media na-zionale. Ed è evidente che Roberta nel suo romanzo si sia lasciata ispirare dalla realtà che ci circonda; racconta ciò che di più autentico possiamo vedere e percepire negli occhi delle persone che incon-triamo per le strade dei nostri paesi, empatizzando con chi in questo momento sta affrontando una delle battaglie probabilmente più com-plesse della propria vita.

In qualunque modo si presenti il cancro, qualunque siano gli svi-luppi clinici, il momento della diagnosi e il suo decorso rappresen-tano un avvenimento che lascia una cicatrice nel cronoprogramma della propria vita. Perché? Perché rappresenta un evento alla stregua di un lutto! Per quanto si possa essere ancora vivi, ricevere la notizia di avere un cancro, o che una delle persone che amiamo ne abbia uno, è a tutti gli effetti come dover elaborare un lutto. Lutto inteso come perdita dell’idea/della visione della propria vita futura, di se stessi, degli altri, dei sogni. Annalisa combatte la sua battaglia e lo fa nel modo migliore che lei conosca, spontaneamente guidata dalla sua personalità e utilizzando le modalità che negli anni ha appreso per fronteggiare le difficoltà.

Psicologicamente, la perdita dell’immagine di sé e del proprio futuro evoca diverse emozioni e stati mentali passando attraverso momenti di shock e smarrimento, di rabbia, per poi sprofondare in una fase depressiva (fatta di sensazione di impotenza, disperazione, colpa, disinteresse per se stessi, gli altri e il futuro) e, infine forse, l’accettazione di quanto accaduto o sta avvenendo. Tempistiche e modalità che determinano il susseguirsi, o la sovrapposizione, di tali emozioni sono del tutto soggettive, determinate dai tratti tempera-mentali e caratteriali di ognuno, dalle strategie di coping che cia-scuno ha imparato (ovvero le strategie di fronteggiamento) e dalle risorse esterne di cui personalmente si può o si vuole fruire.

Annalisa vive tutto questo. Aggrovigliata in un turbinio di emo-zioni, in mille domande senza risposta, in costanti rimuginii, immer-sa nell’attuazione di nuovi comportamenti neanche mai immaginati e alla disperata ricerca di certezze ipotizzate.

“Che cosa succederà?” Smarrimento.

Gli esseri umani, che macchine complesse…

Crediamo di avere delle certezze, ma in realtà ci rifugiamo, in modo del tutto arbitrario, nella mera sensazione di avercele. Siamo certi che il nostro amico con il quale abbiamo appuntamento alle

11.00 ci sarà. Ma è proprio così? Chi ci dà la certezza che non ab-bia avuto un imprevisto, che abbia dimenticato l’appuntamento, che abbia avuto una disavventura o che non voglia più vederci? Ma noi non ci pensiamo e diamo per certo che lui sarà lì, al solito bar. Al momento della diagnosi la sensazione (arbitraria) della certezza del “Domani chiamo Caterina… Ci vado il prossimo anno alle Maldive” viene immediatamente meno. E l’incertezza, per quanto sia reali-stica e inconsapevolmente accettata, spaventa, pietrifica, terrorizza. L’ignoto intimorisce e disorienta. Il non sapere cosa ci sarà domani, cosa accadrà ci colloca in uno stato d’allerta costante, a intensità variabile a seconda della propria sensibilità, e può far sì che ci si per-da nel labirinto della vita. Ignoto e incertezza sono ansiogeni e noi esseri umani, nel tentativo di ridurre l’ansia provata, cerchiamo di programmare, organizzare, prevedere nella vana e irrealistica con-vinzione di poter “certamente” controllare gli eventi futuri.

Così, anche Annalisa prova a ridurre l’ansia dell’incertezza del futuro proprio e dei suoi cari; spende ogni sua energia e capacità, architettando in maniera rocambolesca un piano volto a creare punti fermi che sente sgretolarsi tra le dita.

“Perché, perché, perché?” Rabbia.

È un’ingiustizia! Non è giusto che un essere umano debba soffri-re. Quando l’uomo subisce, o percepisce, un torto prova rabbia. E la rabbia ha lo scopo evolutivo di indurci ad abbattere ciò che si reputa responsabile dell’ingiustizia subita. Il che, di fronte a una diagnosi, potrebbe essere funzionale se questo alimenta un’energia bellicosa, utile a rafforzare la compliance terapeutica volta a rimuovere l’osta-colo: la malattia.

Vivere l’ingiustizia del cancro, anche in modo indiretto, a livello psicologico determina anche un lento e continuo mancato ricono-scimento di sé; è un vero e proprio attacco all’identità. L’identità è caratterizzata dalla memoria di noi stessi nel corso del tempo e dalla percezione di sé come diverso da altri, caratteristiche entrambi funzionali all’autodeterminazione. Dunque, mi sento sempre io al ricordo di me stessa da piccola, per quanto ci siano non pochi cam-biamenti, e mi riconosco in alcuni aggettivi, ambiti di vita per me importanti che mi distinguono dagli altri; tutto ciò mi permette di avere autodeterminazione, ovvero capacità di scegliere la direzione futura da seguire. La cicatrice della malattia minaccia tutto ciò! È possibile sentirsi diversi da prima, fisicamente, nelle azioni, nei ruoli che nella vita vengono interpretati. Meno bello/a di prima, più ma-gro/a, più gonfio/a, più pallido/a; meno capace a lavoro, nello sport o come genitore, come figlio/a, come coniuge… ci si sente diversi.

Annalisa percepisce questa sensazione di diversità da se stessa rispetto a prima della “cicatrice”; la odia e l’accetta e la vive in vari modi spinta dal sentimento che in quel momento la nutre.

“Non ho più voglia di…” Depressione.

Questo ingrato attacco all’identità, il mancato riconoscimento di sé, insieme all’ansia, alla rabbia, alla sensazione di impotenza e alla paura costante di non lasciare traccia del nostro passaggio in questo mondo o di lasciare azioni incompiute e persone amate, a lungo an-dare deprime. Ed è possibile sentirsi oscillati da un’altalena emotiva, passando dall’istinto di sopravvivenza che induce a ingurgitare vo-racemente tutto ciò che la vita può offrire, a momenti di arrendevole e profonda disperazione. Ma non siamo tutti uguali. I tratti tempera-mentali, la personalità, il sostegno altrui, la solitudine, o la sensazio-ne di essa, fanno la differenza. Dunque, possiamo osservare persone che lottano senza riserva alcuna, altre che si arrendono ancor prima di intravedere la strada da intraprendere, alcune che si crogiolano nel dolore e altre ancora che “ballano” un valzer emotivo intermittente, ognuno con i propri tempi e modalità. La letteratura scientifica affer-ma che l’accettazione della malattia, con tutto ciò che ne consegue (compliance terapeutica, propositività, riduzione dello stress), è fun-zionale a migliorare la qualità della vita durante la malattia, ma non esistono emozioni giuste o sbagliate da provare. Nessuno, a parte noi stessi, ha il diritto di giudicare ciò che si prova.

“È così! Affronterò ciò che verrà, nel frattempo vivo.” Accettazione.

L’accettazione della malattia, delle conseguenze e delle emozioni provate. Accettare quanto ingiusta e crudele sia quella cicatrice non è cosa semplice; rappresenta un percorso a ostacoli che è tuttavia possibile raggiungere. Accettare non significa smettere di soffrire, ma accogliere anche la sofferenza stessa. Significa anche ricorda-re di essere sempre la stessa persona che agisce diversamente, che vive diversamente, che appare diversa e integrare queste differenze nell’immagine che abbiamo di noi stessi. E, soprattutto, significa non identificarsi con la malattia: io non divento il cancro, ma ho il cancro! Io sono sempre io.

Nel suo romanzo, Roberta è stata capace di incarnare nel perso-naggio di Annalisa quel turbinio emotivo sopra descritto, disegnan-do in modo impeccabile il susseguirsi delle stesse e i cambiamenti nella percezione di sé lungo la sua avventura. Il tutto è narrato in modo passionale, veritiero e realistico. Ma quel è la “vera realtà” di ciò che si vive durante una malattia? Ognuno percepisce la propria. E tu, non sei curioso di scoprire la vera realtà di Annalisa?

IL PIACERE È TUTTO IL MIO

Resta di te

Resta

di te un’immagine immobile

il tuo sguardo

di gelosi segreti baluardo attitudine

a custodirli in silenzio.

Resta

di te una parola invocazione ultima

di possibilità antonima rimpianto perenne

non lascia indenne.

Resta

di te e carne e sangue mescolati

a lacrime

e per metà al padre a questa carne

a questo sangue Mio.

Il piacere è tutto il mio Gioia, tesoro mio, chissà come sarai cresciuta in tutti questi anni e chis-sà se ti hanno mai raccontato qualcosa di me, di questa tua mamma che non ha fatto in tempo a viverti nemmeno un pochino, che ti ha messa al mondo, ti ha vista compiere i primi passi, fare i primi sor-risi, mettere i primi dentini, dire le prime parole…

E poi il destino ha deciso per lei.

Chissà come sarà stato per te crescere senza di me, spero che le persone che io amai e che volevo fossero al tuo fianco in mia assenza abbiano colmato la mia mancanza; il senso di colpa mi accompagna in eterno, ovunque io sia finita, ma sappi, piccina mia, che non avrei mai voluto farti questo.

La vita a volte non ti offre possibilità di scelta, lo fa lei al tuo posto e a noi comuni esseri mortali non resta che accettare quello che c’è dato.

Se tutto è andato come avevo previsto, ormai, sarai una donnina mentre leggi queste poche righe; in realtà non ho molto da dirti, vorrei che per me lo avessero fatto i miei occhi, i miei abbracci, i miei gesti; non ho potuto farlo quanto avrei voluto. Ho consegnato questa lettera nelle mani di tuo padre afinché tu la leggessi non ap-pena fossi stata in grado di farlo solo per dirti quanto ti ho amato, quanto ti amo e quanto ti amerò finché anche solo una particella di me, del mio essere, della mia anima resterà nell’universo.

Volevo solo dirti questo piccola mia: ti amo.

La tua mamma Roberta Mormando

I gradini di quei due piani mi passavano sotto i piedi uno per uno. La temperatura elevata dell’edificio, unita allo sforzo fisico del salire le scale, mi facevano sentire così caldo che mentalmente mi ero già denudata del cappotto ancor prima di entrare nella stanza, di attra-versare quei corridoi scarni di passare attraverso la porta antincendio che faceva accedere ai reparti, grigia, come grigie erano le pareti delle mura dalle quali ero circondata e che quasi mi sentivo venire addosso tanto era quel senso di cupo che suggerivano.

I miei passi riecheggiavano in quel vuoto; un silenzio quasi sacro. Primo piano.

Un cartello in plexiglas bianco fissato sulla porta recitava “Strut-tura Complessa di Cardiologia”: il reparto del cuore.

A mente lucida questa disciplina non ha niente di romantico: la cardiologia è una branca della medicina che si occupa dello studio, della diagnosi e della cura, farmacologica e invasiva, delle malattie cardiovascolari acquisite o congenite; ma benché oggi non vi siano dubbi sulla funzionalità di quest’organo, o muscolo se proprio lo vogliamo chiamare per quello che è, niente è più capace di smuovere le montagne, niente è stato più ispiratore di ballate, cantate, sonetti e tragedie come un batticuore.

Secondo questa versione assolutamente idilliaca del mal di cuore allora anch’io ero cardiopatica.

Ero una malata d’amore.

Il mio muscolo cardiaco era abituato a far frequenti giri sull’al-talena dei sentimenti: andava su, più su, e su, portato in alto dall’ir-ruenza della passione, per poi precipitare giù, e giù, e ancora più in giù, spinto dalla forza della disperazione. Ora stavo attraversando di sicuro la fase dell’avvilimento, perché bastava un qualunque evento che avesse un minimo di negatività per farmi piombare in uno stato depressivo per uscire dal quale non avevo altra scelta che restare a crogiolarmi per un paio di giorni nel mio brodo di dolore e afflizione: era una specie di catarsi, perché passati questi, avevo talmente pena di me stessa che in un impeto di orgoglio mi risollevavo dal mio cruccio decisa a dare la svolta decisiva alla mia vita.

In questi ultimi cinque o sei anni ce ne saranno stati almeno un centinaio di quei tanto declamati giri di boa.

Sembravo sempre tornare al punto di partenza.

Ma questa volta le cose dovevano per forza cambiare, la senten-za era stata espressa così chiaramente che ancora non sapevo come affrontarla, ma una cosa era certa: non avevo tutto il tempo che pen-savo di avere e in più dovevo recuperare tutto quello perduto a rimu-ginare sul fare o non fare qualcosa.

Avrei fatto tutto.

Secondo piano.

“Struttura Complessa di Medicina”.

Era lì che dovevo entrare: il pavimento sale e pepe mi confon-deva la vista mentre attraversavo tutto il corridoio che mi portava all’ultima stanza; avevo quasi paura di passare quella soglia, perché non sapevo bene cosa mi aspettava, o meglio, avevo timore di trova-re la situazione peggiorata rispetto a come l’avevo lasciata ieri.

L’ampolla dell’ossigeno ribolliva come acqua sul fuoco, il tubi-cino trasparente da lì le arrivava fin dentro le narici dilatate: erano enormi a vederle da vicino, da fare impressione, e pensare che una con delle narici così avesse difficoltà respiratorie sembrava un para-dosso: se non si assisteva a una delle sue crisi, non ci avrebbe cre-duto nessuno. Il corpo enorme, di lato, riempiva tutto il letto: la mia mano poggiata su quella pancia ciclopica sembrava così piccola da assomigliare a quella di un bambino, il viso gonfio e il doppio mento l’avevano trasformata a tal punto da renderla irriconoscibile.

Era incosciente e non si rese nemmeno conto del mio arrivo, tan-to meglio, perché non sapevo ancora se avrei trovato il coraggio di dirle mai quello che ora stavo per dirle se lei mi avesse ascoltato lucida.

Poi uno scatto, forse di quelli che nel sonno ti danno l’impressio-ne di precipitare nel vuoto, e si svegliò.

«Chi sei?»

È sconfortante non essere riconosciute al primo colpo dalla pro-pria madre, anche se la considerazione del fatto che è ceca da un occhio e non è completamente lucida a causa dei farmaci rende la cosa più sopportabile.

«Annalisa, mamma.»

«Ah sei tu, non doveva venire Teresa?»

«Sì? A me non ha detto niente. Come ti senti? Ti hanno fatto qual-che altro esame oggi?»

«No, solo il sangue.»

«E i dottori sono passati?»

«Sì.»

«Ti hanno detto qualcosa?»

«Niente.»

«Vediamo se domani mattina riesco a fare un salto io a parlare col primario. Anche per capire qualcosa di quello che hai avuto.»

«Eh! Che devi capire ormai, sto morendo.»

«Questa frase te la sento dire da dieci anni tutte le volte che ti ricoveri e, considerando che ti fai ste villeggiature almeno tre volte l’anno, diciamo che me l’hai ripetuta almeno trenta volte.»

«Stavolta è diverso, me lo sento.»

Quello che ero venuta a dirle lo avrei tenuto per me.

Il piacere è tutto il mio

II

Avrei dovuto smettere definitivamente di fumare.

Ingiallisce i denti, invecchia la pelle, carbonizza i polmoni e fa brutte le dita. Ah! Pare che la nicotina sia notevolmente canceroge-na; quello stesso identico pensiero mi si ripeteva nella testa ogni-qualvolta compievo il gesto rituale di sfilare con pollice e indice della mano sinistra una sigaretta dal pacchetto morbido, quasi vel-lutato, e la portavo alle labbra. E poi farmi riscaldare dalla piccola fiammella, preludio di ben altro calore nella mia testa, con il freddo pungente che mi congelava il naso in quella sera di marzo, appena uscita dall’ospedale; dovevo andare a casa, decidermi a tornare a casa, avevo chi mi aspettava, pure qualcuno in meno adesso. Uno in meno. E pure un pezzo grosso. Ma non era quello il momento di pensarci; la cosa che più m’innervosiva, invece, proprio in quel pre-ciso momento, era il pensiero di essere arrivata lì con un intento ed essere andata via senza aver nemmeno provato ad affrontare l’argo-mento. Eppure erano due giorni che mi preparavo il discorso: nella mia mente avevo elaborato l’esposizione perfetta, dal prologo alla conclusione, passando all’esplicazione del problema con precisione chirurgica. Neanche se avessi dovuto vendere qualcosa, avrei potuto pensare di essere più meticolosa: avrei dovuto enunciare il nuovo “status” della mia vita a mia madre come se avessi dovuto discutere della più banale lista della spesa, e quindi, in teoria, avrebbe dovuto essere tutto, assolutamente semplice.

Ma, naturalmente, al momento fatidico, mi erano mancate le parole. Come quando, per un esame universitario, mi preparavo alla per-fezione e poi, davanti alla commissione, finivo per fare una magra scena muta perché il terrore mi paralizzava pure la lingua. E così tor-navo a casa rabbiosa e frustrata. Ecco, quella era la precisa sensazio-ne nella quale mi trovavo, gli aggettivi che meglio impersonavano il mio stato d’animo: la rabbia, infinita, perché mi sentivo investita di un destino terribile che non mi ero scelta, la frustrazione, perché impotente davanti a qualcosa di così ineluttabile contro la quale non potevo fare niente. Ma niente di niente di niente. Era la fine dei gio-chi per me, il fischio dell’arbitro, la sirena nel campo di basket, il gong del ring di pugilato. La riga continua e sibilante sullo schermo del televisore alla fine delle trasmissioni.

Il mozzicone dell’ultima sigaretta del pacchetto, fumato fino al fil-tro e buttato con rammarico e riluttanza per terra, e schiacciato sotto i piedi senza pietà. Strinsi le labbra e lasciai schioccare la lingua sotto il palato per assaporare ancora un poco il sapore amaro del catrame; ero quasi decisa ad andare via quando una figura alta di donna che avanza-va tutta trafelata e scoordinata, un cappotto a vestaglia color cammello abbottonato storto che tratteneva per metà una massa di capelli scuri ispidi, attirò la mia attenzione. Sembrava un treno in corsa e per un attimo pensai che a furia di stare immobile in quel largo spiazzo davan-ti all’ingresso dell’ospedale mi fossi camaleontizzata e confusa con il grigio delle mura e che la donna non mi avesse vista e avrebbe finito per investirmi. Mia sorella: quella persona di sesso femminile che ave-va entrambi i genitori in comune con un’altra o più persone. In questo caso con me. La sua corsa finì esattamente davanti ai miei piedi e il suo alito caldo trafelato investì la mia faccia a pochi centimetri dalla sua; è sempre stata un tipo invadente, con la scusa del legame di sangue, e an-che quella volta il suo gesto, pure se casuale, non mi sembrò da meno.

«Sei stata su da mamma?»

«Chi, io? No, sono venuta qua a fumarmi una sigaretta.»

«Risparmiati l’ironia, tira dentro le unghie e smetti di affilarti i denti che io una domanda ti ho fatto solamente.»

«Che pure tu, che razza di domande che fai, Teresa? Secondo te cosa ci posso fare come una demente davanti all’ingresso di un Il piacere è tutto il mio ospedale con questo freddo? Certo che sono stata da mamma! Tu, piuttosto, che sei venuta a fare? Che tanto sei fuori orario e quando il reparto è chiuso la sera non ti fanno entrare, a meno che non sia una moribonda mandata dal Pronto soccorso.»

«Quanto sei brava a parlare: miss perfettina che giudica tutti; pro-va tu a gestire un marito, tre figli e una casa come i miei e fammi sapere, poi, se non ti viene un esaurimento nervoso da stress; tutta la mia vita è una corsa fra scuola, palestra, casa, associazione…»

«Ok, ok, penso che sia sufficiente come giustificazione, ma ti ri-cordo che anch’io ho una figlia, anch’io ho un lavoro e una casa da gestire, non pensare che il mio tempo sia più lungo del tuo, che pure la mia giornata è fatta di ventiquattro ore.»

«Oh, ma vai al diavolo! Dici bene: hai un lavoro che ti assorbe tutta la giornata e con questa scusa me la sono vista sempre io con mamma, la sua malattia, ogni volta che devo accompagnarla dai dot-tori, mettendo sempre, e dico sempre, da parte la mia di famiglia per fare il mio dovere di figlia, perciò, cara la mia donna in carriera saccente e fanatica, non venire a fare la predica a me per l’unico, e dico l’unico, giorno in cui ti sei concessa il lusso di perdere mezza delle tue preziosissime giornate di lavoro per venire da tua madre. Mi domando quale “tragedia” deve essere successa per farti smolla-re un giorno: cos’è? Devi fare qualcosa per la tua preziosissima casa vetrina da rivista dell’arredamento? No, perché solo una cosa del genere può smuovere il tuo perfetto equilibrio familiare.»

Doveva aver esaurito il fiato. Perché quella vomitata di parole finì con la stessa furia con la quale era cominciata, calando una col-tre d’imbarazzo così fitta che me la sentivo premere in faccia fino a quasi soffocare, mentre rimanevo immobile a guardare mia sorella, di fronte a me, con il fiatone e l’aria che si condensava in una nu-vola bianca per il gelo che ci circondava; quello stesso gelo che mi sentivo penetrare dalle unghie e fino al cuore. E che cosa le potevo dire? Cosa le potevo rispondere? Che sì, aveva ragione, che se quel-la sera ero riuscita ad andare da mia madre c’era una ragione ben precisa? Che c’era una motivazione talmente convincente che si era infiltrata nella piccola lesione dello specchio della mia vita e lo ave-va ridotto in mille pezzi? Perché in ogni cosa ha il suo punto debole, quella taccia impercettibile che una volta colpita, per te è finita. Il mio tallone d’Achille era il mio neo, una sentenza così chiaramente espressa in un referto medico che poco potevo contestare. Se avessi preso fiato anch’io, come lei, forse anch’io le avrei detto in faccia tutte queste cose; invece la mia bocca rimase serrata, a denti stretti, per non far sfuggire niente da quella lingua, oltre quelle labbra. Del resto bisognava essere ben allenati anche a saper spiattellare le cose che si pensano in faccia agli altri e lei, che mi ricordi, in tutti gli anni che possiamo aver passato insieme, non mi pare avesse avuto mai questa spiccata capacità. Mi faceva venire in mente quei podisti di fortuna, poco allenati e ancor meno avvezzi alle maratone, che sfruttano forza e riserva d’ossigeno allo start iniziale per poi cadere stroncati per aver dato fondo a tutto il fiato che avevano in corpo. Lei era una principiante. Io non dissi niente. Infilai le mani gelate nelle tasche del cappotto e strinsi forte il pacchetto vuoto delle sigarette fra le dita in una, e nell’altra cominciai a giocare nervosamente con la rotella dell’accendino. Avrei voluto un’altra sigaretta, in quel mo-mento, anzi, ad avercela, l’avrei presa addirittura a morsi.

Sospirò e sbuffò. Mi rispose con sospiro e sbuffo.

«Vai da mamma che ti aspetta, tanto a te fanno passare.»

«Non hai nient’altro da dire?»

«E che ti devo dire? Hai detto già tutto tu. Ognuno vive nelle proprie convinzioni, pure tu. Vai, va’.»

La sera era silenziosa, poche auto in una mediocre e sconosciuta provincia amplificavano il suono dei tacchi dei miei stivali sull’a-sfalto viscido di umidità mentre andavo verso il parcheggio; sen-tivo ancora lo sguardo di accusa di mia sorella premermi sul collo, che mi venne quasi naturale alzarmi il bavero per impedire a quelle stilettate di centrare il bersaglio. Quando le condizioni della tua esi-stenza cambiano, cambia anche la prospettiva da dove ti affacci a veder le cose: mi ero persa qualcosa, qualche passaggio, si era sma-gliato un anello della catena che teneva salda la mia famiglia e me ne rendevo conto solo in quel momento, perché avevo sbattuto la faccia sulla realtà. Ma ero troppo presa dal dolore della botta per pensare di dover far qualcosa per rimediare. Anzi, non dovevo rimediare a un bel niente. Oramai avevo la convinzione, e ce l’ho tutt’ora, che fosse la vita ad avere un conto in sospeso con me.

E adesso avrei giocato con le mie regole.

Ero quasi arrivata alla macchina. Poi cambiai direzione ed entrai nel tabacchi.

III

Spesso mi sono chiesta come avrei reagito, un giorno, se mi fossi sco-perta gravemente ammalata. Ho sempre pensato che avrei confessato la cosa a tutte le persone che mi stanno vicino, per la naturale espansi-vità del mio carattere, perché la condivisione da sempre era un mezzo per lenire il dolore, invece mi ritrovai a dover fare i conti con qualco-sa di molto più grande di quanto non avessi mai potuto immaginare e di difficile gestione soprattutto; avevo fatto esattamente l’opposto.

Però avevo cominciato a fare quello che tutti avrebbero fatto al mio posto: vivere.

Vivere, per quello che mi restava, intensamente, appassionata-mente, incurante dei giudizi degli altri, che tanto, quando un giorno, anche se vicino, me ne sarei andata, neanche li avrei sentiti più.

Eppure era un ciclo di corsi e ricorsi: non facciamo niente di così nuovo che gli altri non abbiano già fatto, passiamo una vita a cercare di essere politicamente corretti, di vivere nel “questo non si deve” e “questo non si può” fino al “oddio, per questo andrò all’inferno”, fino a quando poi non cominci a quantificare il tempo che hai perso e ti rendi conto che era davvero tanto e cominci a mangiarti le mani fino ai gomiti perché altro non puoi recuperare: un po’ come Pollici-no, quando si rende conto che le briciole che aveva disseminato per tracciare la via di casa sono state mangiate e non sa più come tornare indietro e allora si inventa un’alternativa.

Tutti lo stesso medesimo errore. Tutti a cercare una possibilità.

Il resto del mondo pensava che io fossi completamente impazzi-ta, ma, se anch’io mi fossi guardata dall’esterno, mi sarei data della pazza, incosciente, spregiudicata, scriteriata: il sorriso mi accom-pagnava sempre, l’innata capacità di prendere il lato positivo delle cose non mi ha abbandonata, ma i miei occhi sembravano spiritati, era come se avessi la febbre, quest’ansia di vita mi assaliva e mi toglieva il respiro e allora urlavo, mi buttavo per terra, mi colpivo finché sapevo che non mi vedeva nessuno, perché una volta sfogata mi sarei calmata e sarei tornata a ragionare.

Non volevo che nessuno sapesse.

Non sopportavo l’idea di vedere negli occhi degli altri compas-sione, compatimento, comprensione o partecipazione per un dolore che in realtà non li riguardava per niente; compassione di che poi, o perché, visto che del proprio destino nessuno sa nulla se non il sem-plice fatto che alla fine tutti dobbiamo tirare le cuoia, solo che io, a quanto pare, lo avrei fatto prima degli altri.

E questa era una cosa che doveva interessare solo me.

Odiavo pure il fatto che qualcuno potesse prendere per frasi fatte quello che dicevo; era sempre troppo facile immedesimarsi in realtà che non ci appartengono e sentenziare senza avere le basi reali per farlo.

Avrei voluto essere una mosca per spiare tutti questi sapientoni in una situazione analoga alla mia: che grasse risate avrei potuto farmi.

E cominciai pure a essere cinica.

Ero cristiana e per onor di fede dovevo credere che ci fosse qual-cosa oltre la morte, ma ero anche abbastanza razionale da compren-dere che da sempre il divino aveva rappresentato l’unico conforto per l’uomo nei momenti di grande dolore: un po’ come l’uomo primitivo spaventato da lampi e tuoni al punto da attribuire la loro natura a qualche entità trascendentale, almeno fino a quando nei secoli non ha imparato che se non fosse per la presenza di ghiaccio nel cumulo-nembo, cioè la nube temporalesca, e delle correnti ascensionali non ci sarebbe nessuna scarica elettrica a generarli. Ma mi piaceva pen-sare che ci sarebbe stato modo comunque di pensare a come avevo trascorso la mia vita terrena, così come mi piaceva l’idea che avrei vissuto per sempre nel ricordo di tutti quelli che mi hanno amato.

E allora avrei potuto dire di essere immortale.

Ero andata da mia madre convinta che le avrei detto la cosa, ma nel vederla mi sono resa conto che lei era già troppo vecchia e presa da tutte le sue malattie per accollarsi anche questo dolore: seppur sapessi che lei avrebbe potuto morire da un momento all’altro, date le sue condizioni, credo che per un genitore sia sempre terribile il pensiero che un figlio possa andarsene prima di lui da questo mondo.

La mia piccola Gioia.

Avrei dovuto trovare qualcuno che meritasse di prendersi cura di lei al mio posto e non avevo molto tempo per farlo.

IV

Mentre giravo la chiave nella serratura di casa, nella mia testa già si faceva strada l’immagine apocalittica di quello che avrei trovato; mancavo dalle otto di quella mattina, il che voleva dire che erano passate quasi dodici ore senza che la mano di qualcuno passasse a riordinare lo scempio che avevo lasciato prima di uscire.

Per qualche secondo mi assalì l’ansia, e la paura, per tutti i rim-proveri che mi aspettavo di dover ricevere da mio marito: me lo ve-devo in salotto, in piedi, ad aspettarmi a braccia conserte, lo sguardo ostile carico di disapprovazione, elencarmi a muso duro tutta la lista delle cose non commesse e che una brava donna di casa avrebbe dovuto fare mentre io per l’agitazione avrei cominciato a balbettare una scusa dietro l’altra senza addurne una sola plausibile; poverino, non era colpa sua se da un giorno all’altro mi ero trasformata da maniaca perfezionista dell’ordine a vittima dell’accidia più profon-da e non sapeva darsi una giustificazione; avrei dovuto sforzarmi di essere più credibile se non volevo creargli un esaurimento nervoso.

Ma quando la porta si aprì, furono invece il buio e il silenzio ad accogliermi, e l’ansia si dissolse.

Ferdinando non poteva esserci. Se ne era andato via di casa.

Aveva rinunciato a capire, e io lo avevo lasciato andare.

Ancora non lo sapeva, ma gli avevo fatto un favore e alla fine se ne sarebbe reso conto.

Avevo passato anni a mantenere il controllo di tutta la mia vita, a pianificare ogni singolo evento della mia esistenza, a osservare con dovizia il percorso entro binari stabiliti, adesso non ero neppure riuscita a mantenere in piedi il mio matrimonio: otto anni trascinati alla deriva in meno di due mesi, il fallimento più imprevedibile che avrebbe potuto mai verificarsi; il mondo mi si stava sgretolando in-torno come la calce che si stacca dai muri, diventando polvere che si disperde col vento e ti lascia solo le dita sporche per ricordo.

E io non potevo farci proprio niente. Anzi, non volevo farci proprio niente.

Mi sentivo così bene ora che mi ero finalmente liberata di tutti quei paletti di delimitazione che i sensi di colpa mi duravano giusto il tempo di un pensiero, fino a che mi ricordavo che adesso ero io ad avere un conto in sospeso con la vita. Quella bastarda, ora ce l’aveva bello grosso il debito con me: tirarmi un colpo così basso; è vero, non siamo immortali, ma nessuno si abitua all’idea di dover mori-re, figuriamoci rassegnarsi a farlo poco più che trentenni. C’era da uscirne veramente pazzi. L’unica motivazione a mantenere la lucidi-tà era di lasciare questo mondo non prima di aver trovato chi avrebbe preso il mio posto, per il resto stavo attraversando giornate difficili senza che nulla mi travolgesse, in altre parole me ne strafottevo e mi godevo i miei attimi in pieno, secondo dopo secondo.

Eppure sapevo bene che questo mio rimanere impalata non sareb-be durato molto e che prima o poi sarebbe arrivata la raffica di vento a scuotermi e a strapparmi dall’albero.

Tutto stava a non sapermi far cogliere impreparata.

Nel togliermi le scarpe provai puro piacere fisico, poi suonò il campanello e scalza andai alla porta.

«Alla buon’ora. Non credi di approfittare un po’ troppo della mia disponibilità?»

Il sorriso che mi fece smentì la severità di quello che mi disse.

«Sono appena arrivata, sono anche passata dall’ospedale, giuro che sarei salita da te entro due minuti.»

«Oh non ne dubito, fossi in te io morirei dalla voglia di tornare a casa solo per avere un suo sguardo.»

Così dicendo mi passò fra le mani un fagotto di dodici chili di peso per quindici mesi che mi guardava sorridendomi a bocca apertamettendo in mostra la sua scarna dentatura, tendendomi le braccia e sbattendo coi piedini per l’ansia di essere presa.

Gioia.

Mia piccola, tenera, meravigliosa Gioia. Come avrebbe fatto senza la sua mamma.

Speravo davvero che la morte fosse come un interruttore, che una volta posizionato su “off” facesse spegnere tutto, sentimenti e ricordi compresi. Altrimenti il dolore della nostalgia mi avrebbe tormentato per l’eternità.

E sarebbe stato come morire due volte.

«Comunque sta’ tranquilla perché siccome penso che il fatto di esser stata in ospedale sia già una delle peggiori pene da auto inflig-gersi, per stasera ti risparmio.» Anna.

Con quel suo modo così gentile da distogliermi dai tremendi pen-sieri che avvolgevano la mia mente; sperai che il mio sguardo le trasmettesse tutta la mia gratitudine, non solo per quella sera, ma per tutto l’appoggio che mi aveva dato in quel periodo: aveva intuito che c’era qualcosa di grave, ma la sua intelligenza sensibile le aveva suggerito di non chiedere, di non forzare la mano, e io le ero ricono-scente. Prima o poi sentivo che mi sarei confidata, anche perché non avrei potuto portare questo fardello da sola troppo a lungo, ma anco-ra non mi sentivo pronta: dovevo prima capacitarmene, farmene una ragione, rassegnarmi io.

V

Ferdinando mi aveva sempre presa in giro per la scottatura che ave-vo preso al polpaccio quasi più di otto anni prima: mi diceva sempre, almeno una volta la settimana e sempre in occasione di qualche rim-provero che era solito farmi riguardo la troppa espansività del mio carattere «volevi fare la splendida, poi mi hai visto e non hai capito più niente.»

In un certo senso.

Ero arrivata a ridosso della spiaggia con la mia moto e senza scen-dere mi ero sporta per guardare dove si fosse posto con asciugamano e ombrellone per parcheggiare quanto più vicino e per controllare il mio bolide: ero innamorata di quella moto e avevo il terrore che me la rubassero ogni volta che la lasciavo in qualche posto. Trovandomi in sostanza sulla sabbia con le ruote, non mi resi conto che il movi-mento del corpo faceva perdere l’equilibrio al mezzo e così feci il primo movimento che l’istinto mi suggerì ossia stringere le gambe. Peccato che fossi con i pantaloncini e la marmitta bollente mi pro-curò in pochi attimi un’ustione considerevole al polpaccio destro.

L’incoscienza giovanile fece il resto cosicché, invece di darmi da fare per cercare una farmacia per disinfettarmi e bendarmi la brucia-tura, pur di non perdere la mia giornata in sua compagnia esposi la mia ferita all’acqua di mare e alla sabbia, dovendola poi curare nei giorni a seguire con quintali di pomata antibiotica.

Solo che quel neo non era più tornato normale.

E io, stupida, superficiale, non mi ero mai accorta dei suoi cam-biamenti nel corso di quegli anni fino a due mesi fa, quando, dopo aver passato un’intera notte a grattarmi il polpaccio pensando al morso di una zanzara, non mi resi conto di una crosticina che si era formata sul neo, che vedevo più grande con quei suoi bordi frasta-gliati, e delle lenzuola sporche di sangue, che era probabile fosse uscito dalla pelle lesionata. Il campanello d’allarme mi era suona-to all’improvviso nella mente e lo sguardo preoccupato del medico mentre esaminava quel lembo di pelle mi fece sorgere un presen-timento non proprio felice che il dermatologo ci mise ben poco a confermare dopo la visita con il dermoscopio. Eppure mantenne il riserbo sul sospetto melanoma fino a quando l’asportazione escis-sionale del neo e l’esame istologico al microscopio ottico non lo trasformarono in certezza. Quando fai un brutto sogno, a un certo punto, mentre stai dormendo e hai la tachicardia per il terrore di quello che stai vivendo nell’incoscienza, una voce all’interno della tua stessa mente ti tranquillizza sul fatto che quello che stai vivendo non è reale e che quindi non c’è motivo di avere paura. Quanto avrei desiderato in quel momento quella voce che mi dicesse “tranquilla, è solo un sogno e adesso ti sveglierai.” Ho ascoltato la sentenza del dottore, le prescrizioni sull’intervento che avrei dovuto subire e la terapia da seguire, mi sono alzata dalla poltrona, gli ho teso la mano in senso di saluto, con lo sguardo fisso al pavimento guardandolo solo di sfuggita mentre mi giravo verso la porta, e non perché temes-si un confronto di sguardi, ma perché ero ancora troppo incredula per fissare la sua faccia da cane bastonato. “Non fingere stronzo, lo so che non te ne frega un cazzo che tanto mi conosci a malapena, te l’appiccichi di copione in faccia quella maschera.”

Quella stramaledettissima fottuta voce non arrivava.

Camminai verso il parcheggio incurante di tutto quello che mi passasse intorno, non vedevo le persone, a più di qualcuna finii ad-dosso ricevendo in cambio più di qualche improperio. Iniziai a reci-tare nella mente un ritornello che mi confortasse, mi tranquillizzas-se: “Non è vero, non è niente vero, è solo un sogno”. Fin quando non arrivai alla macchina, aprii lo sportello, mi sedetti ed congiunsi le mani sul volante e poi ci appoggiai anche la testa.

E finalmente erano arrivate anche le lacrime.

Come un’esplosione, a singhiozzi violenti, e avevo gridato, urla-to e picchiato forte con i pugni quello sterzo finché non mi accasciai come un palloncino sgonfio sul sedile affianco. Aveva cominciato a piovere fortissimo: avevano finito i miei occhi e aveva cominciato il cielo; mi sembrava quasi un segno. Quella stramaledettissima fottu-ta voce non era arrivata.

VI

Il gel conduttore freddo a contatto con la mia pelle calda mi fece venire i brividi.

L’infermiera muoveva il manipolo a ultrasuoni a destra e a sini-stra sullo sterno, sotto il mio seno, alla ricerca di eventuali metastasi regalatemi dal mio melanoma, ma la sua faccia non tradiva alcuna emozione, neppure un piccolo battito di ciglia che comunicasse che ci avesse trovato qualcosa, né io ci capivo granché di quelle immagini in bianco e nero che vedevo sul monitor affianco al lettino. Il giorno prima mi avevano eseguito una radiografia toracica, sempre per lo stesso motivo credo, e quello prima ancora mi avevano ricoverato, in un reparto di oncologia, dove il massimo che potevo fare con le altre tre “compagne” di stanza era tirarcela a chi stava peggio. Non mi ero mai sentita più patetica di così. Il tempo di un’ecografia è circa dieci minuti: in quei seicento secondi mi sono arrivate alla mente, momento per momento, tutte le fasi succedutesi da quando mi ero accorta di quel neo anomalo: la prima visita dal dottore con l’osser-vazione al microscopio; un paio di giorni dopo, in ambulatorio, mi era stato asportato tutto il neo con un paio di millimetri di pelle sana per sostenere l’esame istologico; tempo due settimane ed era arriva-to il responso positivo della biopsia; un’altra ancora per fare in day hospital l’asportazione radicale di tutta la neoplasia. Essendo la mia di spessore di poco inferiore ai due millimetri l’intervento si è “limi-tato” ad asportare un centimetro di cute sana oltre a quella maligna. Il muscolo me l’hanno lasciato integro. Altri dieci giorni per avere la felice notizia che il linfonodo sentinella era risultato positivo per micrometastasi ed ero finita quindi nuovamente sotto i ferri per farmi asportare chirurgicamente tutto il pacchetto linfonodale, cioè tutti i linfonodi vicini e a valle il sentinella, che comunicano con lui. Mi ci son voluti un po’ di giorni per riprendermi dall’edema che ne era con-seguito, ma l’effetto da rincoglionita dovuto a tutti gli antidolorifici dei quali avevo abusato non mi era proprio dispiaciuto; se fossi stata più lucida, avrei avuto modo di rimuginare di più sulla grandezza di quello che mi stava capitando e forse avere dalla mia uno stato di semincoscienza mi aiutava a vivere il dramma con più leggerezza. Se mai fosse stato possibile viverlo con leggerezza. A poco più di un mese dall’inizio di questa storia avevo una diagnosi più o meno pre-cisa: melanoma al terzo stadio, non avevo metastasi in transit; quindi questo ricovero per raggi ed ecografia dovevo presumere che servisse a scongiurare definitivamente la loro proliferazione nei miei organi. L’intervento radicale era andato bene, avevo circa il cinquanta per cento di possibilità di recidiva, ma io sono sempre stata ottimista e anche questa volta avevo intenzione di vedere il bicchiere mezzo pie-no, a dispetto dei presupposti. Paradossalmente la cosa più difficile da fare in quel mese non era stata affrontare la malattia, ma nascon-dere il tutto a Ferdinando, e non solo a lui, gestire la piccola Gioia senza che tutte queste novità disturbassero il suo equilibrio, giusti-ficare le assenze da lavoro in maniera adeguata e quelle da casa in modo credibile, anche se quest’ultima cosa non mi riusciva granché bene, devo dire, viste le discussioni colossali che si succedevano ogni giorno. Per questo ricovero mi ero inventata un esaurimento nervoso dell’ultimo minuto e soltanto la sera prima lo avevo avvisato del fatto che avrei lasciato lui e la bambina per quattro giorni. All’inizio ave-va pensato a uno scherzo, poi, una volta vista la valigia sul letto, mi aveva inseguita per tutta casa chiedendomi spiegazioni e cercando di dissuadermi fin quando si era fermato all’improvviso, al centro della sala da pranzo e, come illuminato, aveva esclamato: «Tu da un mese a questa parte ti comporti in modo assurdo, c’è un altro?».

“Sì, il melanoma!” pensai rabbiosa. Invece scoppiai a ridere così forte che lui rimase a bocca aperta mentre mi avvicinavo e abbrac-ciandolo gli diedi un bacio sulle labbra. Risi fino alle lacrime. Lui, ovviamente, non capì e rimase interdetto in silenzio ad assistere al mio sfogo ridarello: la mattina dopo alle 6 ero già fuori di casa men-tre lui e Gioia ancora dormivano. Confidavo in Anna.

L’infermiera aveva finito e mi porse un po’ di carta per farmi asciugare.

VII

Il principio della fine era cominciato proprio il primo giorno che ero stata dal dottore. Ma quella sera non potevo ancora rendermi conto della gravità della cosa alla quale stavo scavando le fondamenta; mentre guidavo tornando verso casa mi rimbalzavano nella testa le parole del mio dermatologo.

«Annalisa, purtroppo questo neo non promette niente di buono: già il fatto che, come mi dici tu stessa, sia aumentato di volume quasi senza che tu te ne sia resa conto, e quindi io penso abbastanza velocemente, abbia questa forma piuttosto irregolare e neppure il co-lore uniforme, tutto questo fa pensare a una trasformazione in senso neoplastico e questo sanguinamento, queste crosticine, non fanno che avvalorare la mia tesi. Dobbiamo asportarlo il prima possibile e farlo esaminare.»

Mi aveva fissato appuntamento dopo due giorni in ambulatorio; io non vedevo l’ora di correre a casa, riprendermi Gioia da Anna, aspettare che tornasse Ferdinando e buttarmi nelle sue braccia per farmi consolare un po’: avevo bisogno che mi dicesse di non aver paura, che sarebbe andato tutto bene, che ci avrebbe pensato lui e io non avrei avuto subito più paura. Invece Gioia non era più da Anna:

«È venuto Ferdinando quasi due ore fa a riprendersela, non ti ha avvisato di esser già tornato?».

Evidentemente no. Già il solo fatto che il mio programma stesse cominciando a saltare portò al parossismo il mio sistema nervoso e la paura, il tremore avevano cominciato a trasformarsi in rabbia cieca, che non aveva in realtà ragione di esistere. Aprendo la por-ta di casa non sentii alcuna voce provenire dalle altre stanze, quasi stessero dormendo, eppure non erano neanche le 9; nel corridoio in-ciampai nella palla di stoffa con i sonaglietti di mia figlia; affaccian-domi in cucina notai la sola luce sotto la cappa accesa, un posto a tavola apparecchiato e consumato con i piatti sporchi lasciati sopra, il sediolone sudicio di pappa e il bicchiere di succo rovesciato: un campo di battaglia. La puzza che mi assalì in bagno, quando entrai per sciacquarmi il viso affinché l’acqua fresca sbollisse la mia ira mi fece intendere che Gioia doveva essersi impegnata parecchio nel suo bisognino quella sera, lo stesso impegno che ci aveva messo mio marito a non chiudere quella fogna che era diventata la pattumiera; spazzolino abbandonato sul lavandino, dentifricio spremuto dal cen-tro lasciato senza tappo. Esasperata, uscii dal bagno e andai verso la stanza da letto; arrivata alla porta, mi fermai sulla soglia, entrambe le mani appoggiate alla cornice a sorreggermi il mento, mentre os-servavo le immagini che mi apparvero nella penombra: le uniche fonti di luce a illuminare la stanza buia provenivano dalla stellina luminosa della giostra sopra la culla di Gioia e dalla lucina notturna nella presa affianco al comodino di Ferdinando; la bimba dormiva pancia sotto, le gambette rannicchiate al petto e le manine ai lati del viso e nel sonno succhiava a intermittenza il suo ciuccio; quella visione dileguò in un istante la mia rabbia e nella testa mi balenò per un attimo l’idea che se le ipotesi del dottore si fossero rivelate esatte sarei potuta morire e non stringere più quel fagotto morbido della mia bimba. Le lacrime cominciarono a pizzicarmi gli occhi mentre un nodo alla gola mi bloccava la salivazione. Poi lo vidi. Il mio uomo, il mio compagno, quello dal quale ero corsa a casa a farmi consolare, rassicurare, tranquillizzare: russava in modo a dir poco scandaloso, con la bocca aperta, anche lui pancia sotto, una mano sotto al cuscino, una gamba tirata al petto, la negazione della virilità. Sicuramente era arrivato distrutto da lavoro, altrimenti non sarebbe crollato in quel modo, ma in quel momento io vedevo solo l’insensi-bile che non mi aveva avvisato, che non mi aveva aspettato, che non mi aveva consolato. E di nuovo divenni una furia rabbiosa. Presi il mio cuscino e lo percossi in testa con violenza: stordito, si svegliò immediatamente e si mise a sedere sul letto e mi rivolse uno sguardo a metà fra lo sgomento e l’interrogativo mentre con una mano si massaggiava la testa dove il cuscino l’aveva colpito. Mi girai e uscii dalla stanza sapendo che, dopo un attimo di stordimento, mi avrebbe seguito. Lo aspettai in cucina, nel regno del caos, fra piatti e scodelle sporche e pappette versate.

«Grazie della considerazione!»

«Che?»

«Grazie di avermi avvisata che tornavi prima, grazie di avermi avvisata di aver preso Gioia, grazie della merda che mi hai fatto trovare in casa!»

«Ma tu non sei normale! Non solo ti ho evitato la fatica di far addormentare tua figlia, sapendo che saresti tornata stanca dal lavo-ro, mi devo pure sentire accusato se crollo di stanchezza, che? Non sono neanche libero di dormire se ho sonno adesso? Ci manca pure che ti devo chiedere il permesso! Se stai nervosa vatti a fare un giro e rinfrescati le idee!»

«Stai tranquillo che è quello che faccio adesso, e vedi di non farmi trovare ’sto porcile quando torno, che io non sono la tua schiavetta!»

«No, tu sei una fissata esaurita e basta! Vai va’, prima che si sve-gli pure tua figlia!»

Gli passai affianco senza guardarlo e con un braccio lo spostai con violenza dalla porta diretta verso l’ingresso e prima di uscire, con la maniglia stretta fra le dita, gli dissi:

«Mia figlia è pure tua figlia, quindi non fai favore a nessuno nel farla addormentare, è pure dovere tuo!»

Il portone fu sbattuto così forte che dubito che mia figlia abbia continuato a dormire. 

VIII

Limone verde, menta, zucchero di canna; le mani pestavano con de-cisione gli ingredienti nel bicchiere. Ghiaccio, rum bianco, acqua tonica; i miei occhi avevano seguito quell’operazione già due volte da quando mi ero seduta su quello sgabello di fronte al barman, in entrambi i casi poi il bicchiere era stato posato davanti a me affinché potessi dissetarmi di quel liquido forte e, allo stesso tempo, dolce e fresco. Le mie labbra e la mia gola secche e aride accoglievano bene quel contrasto e la mia mente cominciava a entrare in quello stato di torpore tipico del consumo di superalcolici.

«Moijto. Non male come scelta per il fegato.»

Con estrema lentezza riportai il bicchiere dalle mie labbra al ban-cone e girai il mio sguardo da gattamorta migliore che possedessi in direzione della voce.

«Pensi che bersi cinque birre di filato sia più salutare?» L’uomo sorrise: una bella bocca, con denti bianchi e dritti.

«Andrea.»

«Annalisa.»

«No, non lo penso, cercavo giusto il pretesto per attaccare botto-ne senza essere banale.»

«Tipo “Ciao, bella, ma non ci siamo già visti da qualche parte?”»

«Tipo.»

Sorrisi che era quasi una smorfia, poi riportai il bicchiere alle labbra.

«Non sono dell’umore adatto a conversazioni cordiali.»

«Giornata storta?»

Vediamo, mi avevano appena diagnosticato un sospetto melano-ma, entro due giorni mi avrebbero scavato un buco nella pelle, avevo appena mandato a fanculo mio marito.

«Direi, abbastanza.»

«Eh sì, sicuramente non sei particolarmente loquace, peccato: l’occasione di fare due amabili chiacchiere con la più bella donna seduta in questo locale è sfumata.»

Mi diede le spalle rigirandosi sullo sgabello.

«Solo se mi offri il terzo giro e mi accompagni nel farlo.»

«Facci altri due moijto.»

«Allora?»

«Allora che?»

«Cos’è che è andato così storto da essere irrimediabile? Qualun-que cosa, solo alla morte non c’è rimedio, come dice mia madre.»

Credo che tutto il bar si fosse girato per cercare di capire di chi fosse quella risata squillante e stridula che riecheggiava nel locale; ma in un certo qual modo divenne contagiosa, perché nell’arco di due minuti si unirono alle risate sia il mio interlocutore che il barista.

«Poi mi dici cosa c’era di tanto divertente in quello che ti ho det-to, intanto salute.»

«Oh, sì, alla tua.»

Di sicuro le notizie ricevute nel pomeriggio mi avevano sconvol-ta non poco, sfiderei chiunque a rimanere impassibile, ma tutto quel trangugiare alcool non giovava di sicuro alla mia lucidità né alla mia capacità di giudizio; queste, però, sarebbero state delle giustifica-zioni valide all’indomani della serata, quando mi sarei resa conto di aver innescato un meccanismo di reazione dal quale non potevo più tirarmi fuori. Perché non avrei mai più potuto ignorare quello che avevo fatto. Andrea era davvero bello: occhi di un azzurro così pro-fondo da sembrare blu; ma era il modo in cui mi guardavano quegli occhi che mi turbava di più: sorridevano sincronizzati alle sue labbra ed era uno sguardo ammirato quello che mi rivolgeva; in un’altra si-tuazione avrei abbassato lo sguardo intimidita, ma non quella volta: lo ricambiai con la stessa ammirazione e quel suo modo di sfiorar-mi appena mentre mi parlava a distanza ravvicinata mi eccitava; mi sentivo bella, piena di quella bellezza che in qualche angolo della mia mente sapevo già che sarebbe sfiorita ben presto a causa della malattia. La paura paradossalmente non fece che aumentare la mia eccitazione, rendendomi più disinibita, mentre anch’io usavo la scu-sa della folla attorno a me per sfiorarlo mentre avvicinavo le labbra al suo orecchio per fargli sentire meglio quello che gli stavo dicendo.

«Usciamo a prendere un po’ d’aria che qui si soffoca.»

Appoggiato il mio bicchiere al bancone, ormai pieno solo di ghiaccio, lo sostituì con la sua mano, mentre mi trascinava via da quel carnaio con la testa leggera e gli occhi appannati.

L’aria gelida mi prese quasi a schiaffi e sminuì un poco l’effetto dell’alcool.

«Credo che sia il caso che me ne vada, prima di fare qualche fesseria.»

Gli vidi socchiudere gli occhi, quasi a porsi una muta domanda, ma non commentò la mia frase.

«Ti accompagno alla macchina però, non è il caso camminare a quest’ora da sola per strada.»

La donzella impavida in pericolo l’aveva trovata. Glielo lasciai fare, una piccola attenzione che non mi era rivolta da secoli, e a me già veniva alla mente il sospetto di aver sprecato un sacco di tempo a far finta che certe cose non mi mancassero. Di nuovo, per un attimo, mi assalì il terrore al pensiero che forse non avrei avuto abbastanza tempo per recuperare, così accelerai il passo quasi a mettendomi a correre, nell’insana convinzione che da quell’esatto momento avrei cominciato a farlo. Presi le chiavi della macchina dalla borsa e mi girai indietro verso Andrea per salutarlo: era rimasto qualche passo dietro di me, forse colto alla sprovvista dalla mia corsa: la sua bel-lezza, così sfrontata risaltava pure al buio e quasi m’infastidiva.

«Chi esprime le sue paure è perché involontariamente chiede aiu-to per superarle.»

Aggottai la fronte a chiedergli cosa volesse dire.

«Paura di fare fesserie, come questa?»

Con lentezza, forse per darmi possibilità di oppormi, posò le mani sulle mie spalle e mi spinse verso la macchina: io vidi il suo viso av-vicinarsi al mio, toccai il suo corpo incollato al mio, assaporai la sua lingua sulle mie labbra, dentro la mia bocca, ascoltai il sangue scor-rere rapido nelle mie orecchie. Nessuna resistenza. Avevo ottenuto esattamente quello che avevo cercato.

IX

Andate a farvi fottere.

Dovevo morire, non mi dovevo giustificare con nessuno. Dovevo pensare solo a Gioia, dovevo cercare di lasciarle qualco-sa di buono di me: sicuramente un’altra madre, un’altra che avesse potuto amarla almeno un millesimo di come la amo io, e non pensa-vo minimamente a mia sorella, quella era più arida di una foglia sec-ca, di un campo crepato dal sole, e, non me ne voglia, non pensavo si amasse molto lei stessa. Io ce l’avevo già in mente la persona perfet-ta; l’ho sempre avuta a un passo da me, dolcissima, disponibile, bel-la. Fossi stata uomo, me ne sarei potuta innamorare e volevo sperare che la vicinanza forzata non volesse far capitolare anche Ferdinan-do, una volta che si reso conto di stare davvero meglio senza di me. Sì, perché, se fossi stata un uomo, ripeto, avrei voluto al mio fianco una meno complicata di me, una con il cervello con funzione azione reazione diretta, non come me che faceva mille giri di sinapsi e poi concludeva sempre il contrario di quello che ci si sarebbe aspettato. Avrei voluto fare tante cose e invece avevo lasciato sempre tutto a metà: uno spreco di energie immenso che se fosse stato indirizzato verso uno dei tanti scopi che mi ero prefissata nella vita avrebbe dato qualche risultato. Invece per ogni cosa, ogni singolo evento che mi si manifestava diventava un dubbio amletico senza possibilità di soluzione: codarda dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli, incapace di prendere coraggio e affrontare scelte che non avevano l’approvazione degli altri, un’insicurezza patologica direi, nascosta dietro una facciata di solarità e finta spavalderia.

Misera.

Mi ritrovavo con un pugnetto di sabbia in mano che pian piano mi stava fuggendo pure dalle dita. E l’uomo forte che speravo di aver trovato, che avrebbe portato il peso della mia insicurezza sulle sue spalle, quello contro il quale mi sarei potuta poggiare sicura di essere sorretta, quello che mi avrebbe condotta sottobraccio contro le difficoltà della vita, dov’era? Se avessi potuto rinascere, avrei vo-luto poter fare scuola di questa esperienza e imparare a pretendere dalla vita quello che desidero, a chiedere a voce alta quello che vo-glio e non più giustificare il comportamento degli altri come spin-ti dal dovere e dalla concretezza. Avrei voluto amore, attenzione, dedizione, cura, sentirmi dire che son brava senza essere giudicata superficiale perché ci sono cose più importanti come il condurre una vita decorosa. Andate a farvi fottere, voi e il decoro.

Forse questa rabbia fra un po’ di tempo sarebbe andata scemando; per il momento mi arrogavo del diritto di essere incazzata.

Dovevo fare testamento: lo dovevo fare perché non dovevo per-mettere a nessuno di prendere decisioni contro la mia volontà, alme-no una volta nella vita, pure se dopo morta. Credevo che le ultime volontà avessero valore assoluto dal punto di vista giuridico: bene, sapevo io chi avrebbe dovuto prendersi cura di Gioia dopo di me, in-sieme a suo padre, naturalmente. Sembra incredibile, ma c’è sempre un risvolto positivo, in tutto quello che ci accade, anche in questa storia dove tutto era nero come la pece, come il buio eterno che si-curo mi doveva avvolgere: per la prima volta ero determinata, avevo uno scopo ben preciso da raggiungere, sicura; poco male se questa sarebbe stata l’unica volta che sarebbe successo e se per raggiungere questo grado di maturità stavo passando attraverso la malattia, la morte. All’epoca, Gioia era troppo piccola, ma volevo che una volta donna avesse ben chiaro tutto quello che sua madre aveva fatto af-finché potesse avere intorno solo persone che la amassero e che non le facessero sentire la mia mancanza; speravo che lei diventasse tutto il mio contrario, che crescesse una persona forte, capace di mettere il mondo ai suoi piedi, di conquistarsi il posto che desiderava avere nella vita, che fosse sempre felice. Se così non sarebbe stato, avrei fatto di tutto per tornare su questa terra e vendicarmi, e sarei stata il peggior incubo di tutti quelli che avrebbero ostacolato la sua vita. Era una settimana che ero tornata a casa dopo il ricovero in ospeda-le. Era una settimana che davo di matto e pensavo che una di queste sere Ferdinando uscisse da quella porta per non tornare più; stavo mettendo a dura prova la sua capacità di resistenza.

Metastasi diffuse a fegato e intestino.

X

La valigia semivuota aperta sul pavimento e la quasi completezza dell’armadio sparsa sul letto erano un’allegoria dello stato confu-sionale della mia mente in quel periodo: in perenne indecisione fra la volontà di evadere da tutto quello che avevo intorno per potermi godere gli ultimi giorni della mia esistenza e il senso del dovere verso la persona della quale ero responsabile, oltre al desiderio di assaporare in pieno ogni attimo, ogni istante che passavo con Gioia, per imprimermi per sempre sulla pelle la morbidezza del suo abbrac-cio, l’intensità del suo profumo di bambina, d’innocenza; volevo che quelle sensazioni mi penetrassero nelle carni nel vano auspicio di poterle potare con me dopo la morte.

Avevo imparato a chiamarla con il suo nome; non ne avevo più paura ormai.

Anzi, l’aspettavo come si poteva aspettare un amico che manca da tanto, con l’ansia che ci bussa al cuore nella speranza di farci con-fortare dal suo abbraccio; anche perché, a questo stadio della malat-tia, mi sembrava più un’alleata che una nemica. Io non ero un’esper-ta del settore e, benché per forza di cose mi sia dovuta documentare, c’era un aspetto nella malattia che quasi aveva stupito il mio stesso medico: la sua aggressività, la capacità di diffondersi nel mio cor-po a una velocità superiore alla media; neanche lui si aspettava che avrebbe metastatizzato nell’intestino e nel fegato dopo l’asportazio-ne dei linfonodi. Avevo cominciato la chemioterapia, per ridurre il volume delle metastasi e poterle poi asportare chirurgicamente, ma i dottori avevano senza troppe remore espresso il loro scetticismo data l’estensione. Queste ultime tre settimane erano state durissime, per quello che avevo fatto, che avevo subito e le conseguenze deri-vate: i giorni erano passati, a volte velocissimi, quasi a travolgermi, altre il tempo era sembrato dilatarsi all’infinito e la sofferenza acuita fino quasi al parossismo, nell’attesa che passassero non solo le ore, o i minuti, ma i secondi; dopo il referto ecografico in ospedale i medici volevano trattenermi ricoverata e cominciare subito la che-mio, ma in quel momento la prima cosa che mi venne in mente fu di farmi dimettere e cominciare a pensare a quale scusa inventarmi per far scappare via Ferdinando: mi prese una paura cieca al solo pensiero che lui potesse vedermi debilitata, sconfitta dalla malattia, sofferente, che anziché pormi il problema di come mai anziché farmi supportare dall’uomo che pensavo di amare cercassi di scappare, mi ponevo quello di come allontanarmi da tutti in modo che nessuno si rendesse conto di quello che stava succedendo. Stavo reagendo esat-tamente al contrario di come avevo sempre immaginato.

Avevo una settimana di tempo.

Una settimana prima di cominciare la terapia contro il tumore, ma doveva essere qualcosa di veramente forte, d’imperdonabile, d’incomprensibile, perché io avevo deciso che avrei dovuto affron-tare tutto da sola. Fu nel momento in cui misi le mani nella tasca del cappotto che fui folgorata da un lampo di genio, mentre le mie dita sfioravano un rettangolino di cartoncino ruvido dimenticato lì da al-meno due mesi. Lo tirai fuori e rimasi per qualche minuto a pensare in silenzio mentre lo facevo rigirare tra le dita come un illusionista avrebbe fatto con una carta da gioco davanti al suo pubblico.

Avevo trovato il mio asso nella manica: il biglietto da visita di Andrea.

 

XI

Quando eravamo bambine io e mia sorella, per sfuggire alla “terrifi-cante signora delle punture”, ci nascondevamo chiudendoci a chiave nel locale caldaia. Non esisteva vento, pioggia, neve, pure se stre-mate dalla febbre, al suono del campanello che ci faceva intendere che il mostro era arrivato, saltavamo via dal letto verso la cucina, aprivamo la porta del balcone e scappavamo attraverso le scale di servizio verso il garage sotto casa, dove affianco si trovava la porti-cina del nostro paradiso della salvezza; non so come mai, in una di quelle tante e rocambolesche fughe a rotta di collo attraverso quella ripidissima discesa, non siamo mai cadute poiché la paura ci faceva in pratica volare a occhi chiusi: tanto che era ardua, un capitombolo lungo quella corsa ci sarebbe costato ben altro che una misera pun-tura della megera. Forse perché la negoziazione, successiva, tutta la trattativa che intercorreva fra noi e quelli che stavano oltre la porta, era talmente divertente che pure chi manovrava i fili del destino vo-leva godersela. La prima volta fu inaspettata per mia madre, tant’è vero che passò una buona mezz’ora prima che capisse dove fossimo finite mentre setacciava in lungo e largo disperata sia la casa sia il garage, con la paura che ci fosse capitato qualcosa di terribile e mentre s’immaginava già le scene di angoscia mentre spiegava ai carabinieri gli ultimi istanti che ci aveva viste prima della nostra inspiegabile sparizione; quando poi aveva cercato di aprire la porta dello stanzino e si era accorta che era chiusa a chiave, la sua preoc-cupazione si era trasformata immediatamente in rabbia.

«Piccole canaglie, venite fuori di là subito!»

«Manda via la signora delle punture!» 

«Ma voi dovete essere uscite pazze per un poco di febbre, aprite immediatamente questa porta e non vi faccio niente.»

«Noi non vogliamo la puntura.»

«Ma vi rendete conto di che razza di spavento mi avete fatto prendere, disgraziate? Uscite subito ho detto!»

«Mamma, mandala via quella!»

«Se non aprite subito questa porta e non uscite immediatamente da questo sgabuzzino vi faccio ricordare a suono di mazzate questa giornata. Aspettate vostro padre e vedete se non vi dà pure il resto da sopra.»

«Noi non vogliamo essere fatte la puntura.»

«A voi puntura e mazzate pure vi devo dare, disgraziate, aprite o quant’è vero Iddio, piuttosto la butto a terra questa porta.»

Quella tarantella della porta andò avanti per una buona mezz’ora, fino a quando cadde il silenzio dopo l’ultimo monito di mia madre.

«Mo’ vi faccio vedere io a voi due.»

Erano ancora gli anni in cui io, la più piccola, ero sempre difesa da mia sorella più grande, era lei che portava avanti le nostre picco-le battaglie d’indipendenza casalinghe, era lei che trattava in quelle occasioni con la mamma, mentre io me la facevo sotto per il freddo, la paura e la febbre. Ed erano gli anni in cui facevamo tutto insieme, eravamo in simbiosi direi, manco fossimo state gemelle, compre-so ammalarci sempre nel medesimo istante: febbre io, febbre lei, orecchioni io, orecchioni lei, morbillo io, morbillo lei. Meno male che quella connessione cerebrale e fisica era andata scemando con il tempo. Oggi, sennò, saremmo state cancro io, cancro lei. Come andò a finire quel primo giorno di fuga? Che dopo alcuni minuti di silenzio, mentre io e Teresa ci tenevamo abbracciate per scaldarci dal freddo e consolarci dalla paura, sentimmo un rumore metallico vicino alla porta e dopo un poco cadere giù la maniglia. Quella gran furba di mia madre aveva pensato bene di smontarla e per noi non c’era stato più scampo. Spalancata la porta, però, non ci disse niente; si spostò solo di lato per permettere a noi due di farci passare, a testa bassa, e sgusciare fuori dalla porta. Ci mise sul capo una grossa co-perta di lana e, stringendoci entrambe per le spalle, ci riportò dentro casa. Sempre in assoluto silenzio. E la puntura ce la dovemmo fare comunque. A mio padre quel giorno non disse nulla, ma poiché sa-pere che comunque ci avrebbero tirate fuori da lì con un cacciavite non servì come deterrente per tutte le nostre altre fughe in cantina, la cosa divenne quasi un rito, del quale venne a conoscenza ben pre-sto l’intero vicinato, che assisteva divertito al nostro “recupero” dai balconi, così troppo vicini, tipici di un agglomerato di case a schiera. Mi ero portata appresso, per anni, quella stupida fobia degli aghi:

il solo pensiero che uno mi sarebbe entrato nella pelle mi faceva immediatamente pensare al preciso istante in cui la punta sarebbe venuta in contatto con la cute e quella piccola puntura, quell’im-percettibile bruciore allora si amplificava all’infinito diventando un dolore e un bruciore insopportabili che mi facevano piangere dalla disperazione. Non ne sapeva niente nessuno, perché non ne avevo mai parlato con nessuno, fingevo sempre che andasse tutto bene, specie se capitava che qualcuno mi accompagnasse quando si trat-tava di fare delle analisi; eppure il terrore mi contorceva le viscere, la bocca si seccava, sudavo freddo e non appena mi sedevo e offrivo il braccio mi venivano gli spasmi e cominciavo a tremare. La cosa m’imbarazzava talmente che non facevo altro che scusarmi con gli infermieri o chiunque fossero tutti quelli che mi gironzolavano in-torno per le lacrime che mi colavano giù dagli occhi senza volerlo e senza riuscire a fermarle. Mentre attendevo nella sala d’aspetto dell’ambulatorio, contavo mentalmente tutte le volte che mi ricor-davo di essere scappata con Teresa: la mente riavvolgeva il nastro all’indietro finché girava la manovella della memoria; a un certo punto, però, l’ingranaggio doveva essersi inceppato perché non riu-scivo più a distinguere chiaramente i ricordi. La cosa funzionava al contrario: più mi avvicinavo al presente più le immagini sbiadivano, quasi fosse la pellicola più recente a essersi consumata, invece. O addirittura spezzata.

«Debenesetti?»

«Sono io.»

«Si accomodi intanto, ora arriva il medico.»

Di certo gli studi medici degli ambulatori del sevizio sanitario na-zionale non sono mai stati attraenti ma, forse per il mio già precario stato emotivo, la sensazione primaria che avevo provato nell’entrare in quella stanzetta era stata quella di girare i tacchi e scappare via dove nessuno poteva raggiungermi. Immobile, sulla soglia, osserva-vo, come se fosse stata la prima volta in tutta la mia vita che entravo dal dottore, gli armadietti grigi di metallo semi aperti addossati alle pareti traboccanti di scatolette illusorie, che agli occhi di bambini sarebbero parse caramelle, l’odore pungente di anestetico che aleg-giava nell’aria, il lettino dalle sottili gambe di alluminio, ce la fa-ceva, poi, a sorreggere il peso di tutti? Con il rotolo di carta sterile da srotolare sotto allo sfortunato corpo del malcapitato di turno. Io. Avevo già eseguito una rotazione di quarantacinque gradi del mio corpo rispetto al mio asse con l’intenzione di scappare anche da quel posto, anche quella volta, ma il mio corpo quasi si scontrò con il tipo barbuto e calvo in camice bianco. Sussultai quasi per lo spavento e biascicai qualche parola di scuse incomprensibile, mentre il medico sventolava la mano in aria davanti a sé come a dire “Fa niente, lasci stare” e io ebbi l’impressione come se stesse scacciando via una mo-sca fastidiosa. Mi passò oltre senza dire una parola e si mise a sedere a testa bassa dietro l’unica scrivania della stanza, abbassandosi gli occhiali sul naso e avvicinando il foglio poggiato sul tavolo al viso quasi, al naso, e pensai che non doveva essere messo proprio bene a vista se doveva ridursi a leggere così.

La mente umana.

La mente umana è magnifica, perché nei momenti di tensione massima riesce a elaborare un’efficace via di fuga che ci distrae mo-mentaneamente dal problema: così in quel momento, in cui avrei dovuto pensare soltanto a quello che ero andata a fare lì e farmela sotto solo per la paura, in realtà le uniche cose sulle quali riuscivo a ragionare erano le mie fughe infantili e la grottesca faccia del dotto-re, senza capelli ma con la barba folta. Magnifica.

Poi il tipo chiamato in causa si rizzò sulla sedia. Conserte le brac-cia al petto, cominciò a parlarmi con voce bassa e grave.

«Signora Debenesetti?» E due.

«Sì, sono io.»

«Prego, venga qui, signora, si accomodi che prima devo spigar-le come si svolge la cosa: il primo appuntamento è sempre critico, perciò un po’ d’informazione non può che far bene. La conoscenza allontana le paure.»

Nel frattempo che parlava, io mi ero avvicinata fino a rimanere in piedi di fronte a lui. Di nuovo quel gesto con la mano sventolata, questa volta verso il basso, come a dire “Siediti, siediti.” Io pensavo sempre alle mosche. Ma mi sedetti comunque.

«Signora, lei sa cos’è la chemioterapia e cosa comporta?» “Stronzo, perché mi aggredisci in questo modo?” pensai, invece, come avevo quasi cominciato a fare l’abitudine, le parole non ne volevano sapere di uscir fuori dalla bocca e, mordendomi le labbra per il nervoso, feci solo cenno di no con la testa.

«La parola “chemioterapia” letteralmente indica qualunque trat-tamento terapeutico a base di sostanze chimiche, in questo caso è utilizzato come riferimento alle cure farmacologiche contro il can-cro; le cellule tumorali si riproducono molto più rapidamente di quelle normali e le sostanze chimiche utilizzate interferiscono con i meccanismi legati alla replicazione delle cellule, uccidendole du-rante questo processo. La terapia è quindi utile soprattutto sui tumori che crescono velocemente, ma interferisce anche su alcuni tipi di cellule sane soggette a rapida replicazione, come le cellule dei bulbi piliferi, del sangue e quelle che rivestono le mucose dell’apparato digerente; per questo quasi sicuramente andrà incontro a perdita di capelli, anemia e calo delle difese immunitarie, vomito, diarrea e infiammazione o infezione della bocca. Se in qualcosa non sono ab-

bastanza chiaro, mi fermi e glielo spiego meglio, ma è importante che lei sappia queste cose prima di iniziare il trattamento.»

“Perché, pensi che potrei rifiutarmi? E qual è l’alternativa, crepare ancora prima? Come pensi che ci si possa sentire ad avere un mostro che mi sta mangiando dalle mie stesse viscere? Cosa vuoi che me ne importi se me la farò sotto di continuo e non potrò mangiare niente per la bocca spaccata? Lo sai che ho una figlia che vorrei poter vedere crescere, sant’Iddio? Ah già, sei medico, queste cose le sai; e si, chis-sà quante ne hai viste. Beh, io no.” Annuii mestamente in silenzio.

«Bene. La chemioterapia è spesso somministrata in cicli perché non tutte le cellule sono contemporaneamente in fase di replicazio-ne. Anche in un tumore a rapida crescita come il suo ve ne sono sempre alcune “a riposo” che sfuggono all’azione dei farmaci, per questo la ripetizione del trattamento in cicli successivi elimina le cellule tumorali via via che entrano nella fase di replicazione.»

“E sono due. No, ma, dimmelo ancora, fammi notare bene, se per caso ancora non me ne fossi accorta, che il mio è un tumore che cresce molto rapidamente. Come se ci tenessi davvero a questo pri-mato.” Gli chiesi quale sarebbe stato il mio ciclo.

«Allo stato delle cose, senza specificarle dettagli inutili come i tipi di farmaci che utilizzeremo, con lei faremo cicli di una settimana di terapia e tre di riposo, a parte la terapia farmacologica che dovrà comunque seguire a domicilio. Di norma andiamo dai tre ai sei mesi per trattamento completo, sono gli esami di verifica che faremo in corso d’opera che ci diranno il da farsi strada facendo.»

«Io, dottore, devo seguire delle regole comportamentali? Di igie-ne? Di alimentazione?»

«Lei, signora, si deve armare solo di pazienza e di forza di volon-tà, e di coraggio. Forse adesso inizia la fase peggiore di tutta la sua malattia. Non si neghi il conforto di parenti e amici: ne avrà quanto mai di bisogno.»

Gong! Sei mesi. Quante cose potevo fare in sei mesi? E soprat-tutto, in che condizioni sarei stata dopo tutto quel tempo? Ormai il conto alla rovescia era partito: sentivo già le lancette dell’orologio scorrere inesorabili a scandire un tempo che, ormai perso, non avrei più recuperato.

Tic tac, tic tac. Mangiavano il tempo con la stessa voracità con la quale il cancro si mangiava la mia carne.

Tic tac, tic tac. Si facevano beffa del mio correre affannato dietro quello che non volevo lasciare incompiuto prima che del mio pas-saggio su quella terra non rimanesse che un mucchietto di polvere.

Tic tac, tic, tac. Mi stavano dietro come a un maratoneta per inci-tarlo a non mollare e a continuare per raggiungere una meta impro-babile ma non impossibile.

Solo che davvero io non sapevo dove fosse il traguardo.

 

XII

Respiravo a fatica con la testa sul lavandino in attesa del successivo spasmo allo stomaco che mi avrebbe fatto vomitare pure l’anima.

Non avevo più niente da buttare fuori; dopo una settimana di chemioterapia non solo non riuscivo a mangiare quasi nulla, visto che mi sentivo sempre priva di forze tanto da non potere neanche alzarmi dal divano e la nausea mi attanagliava di continuo le viscere, ma anche quel poco che Anna riusciva a farmi mangiare quasi im-boccandomi puntualmente finiva vomitato nel lavandino. Anna. Di nuovo lei veniva in mio aiuto.

Al terzo giorno non ce l’avevo fatta più.

Dovetti recedere dal mio folle piano di tenermi tutto per me per il bene di Gioia: stavo così male dopo l’iniezione intraperitoneale che non riuscivo neanche a trovare la forza di prendermi cura di mia figlia; così male da non riuscire nemmeno a incazzarmi più con il mondo: l’unico desiderio era di chiudere gli occhi e cercare di di-menticare la nausea e il dolore, ma nel momento in cui le palpebre si abbassavano, sembrava quasi che scattasse una specie di allarme che faceva piangere la piccina; credevo che i bambini avessero uno strano sesto senso, ma forse nemmeno tanto strano visto il legame vitale im-prescindibile che abbiamo nei nove mesi di gravidanza: sembravano intuire il dolore e quasi viverlo un pochino anche loro, un circolo vizioso di sofferenza che dovevo comunque spezzare e l’unica che poteva aiutarmi a farlo era Anna. Ho dovuto farle giurare di tenere la cosa assolutamente solo per sé, di non farne parola a Ferdinando, qualora gli fosse venuto in mente di chiedere mie notizie, cosa della quale dubitavo non poco, visto il subdolo e meschino piano che ave vo attuato per farlo allontanare da me, per farlo andar via da casa, minacciandola di vendicarmi in modo feroce se solo avessi intuito che non avesse mantenuto la parola. Sapevo bene che non ce ne sa-rebbe stato motivo: di tante persone conosciute nella mia vita mai avrei sperato di trovare amicizia più reale e sincera nella mia vicina di casa; non ero riuscita a costruire un rapporto così nemmeno con mia sorella, ma non era mio il merito, io sono sempre stata un po’ cane nei rapporti con le altre persone, se non erano gli altri ad avvicinarsi a me mantenevo le relazioni a un mero stato superficiale di conoscen-za. Lei invece, sempre così aperta e cordiale, ispirava fiducia solo a guardarla, così fragile nell’aspetto, aveva una forza di carattere e una tenacia da far invidia: lavorava dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 4 di pomeriggio negli uffici di una grossa società finanziaria e nonostante arrivasse a casa esausta, tante volte mi aveva dato una mano con Gio-ia nei pomeriggi nei quali toccava a me assistere mia madre.

«Lo faresti anche tu per me.»

«Non ne essere tanto sicura, sai.»

La prendevo sempre in giro e lei ogni volta mi sorrideva sarca-stica e mi dava un calcetto per spingermi fuori dalla porta mentre prendeva in braccio mia figlia.

«Mena, cretina, che poi fai troppo tardi e con la scusa ci manca che me la lasci pure la notte ’sta bambola.»

«Mmmh… ti piacerebbe.»

«E a te, di’ la verità, ti piacerebbe ogni tanto ritornare a fare la sgarzilletta notturna senza la marmocchia fra i piedi, non c’è niente di male, sai?»

«Ti stai proponendo?»

«No, cara, io sono giovane ancora, i fine settimana li vorrei liberi per tutti i miei amanti.»

«A parte che siamo coetanee.»

«Sì, va be’, mo’ vai che è tardi.»

E mi chiudeva la porta in faccia senza darmi il tempo di rispon-derle per le rime, ma scendevo le scale sorridendo e con un peso in meno da sopportare; mentre aprivo il lavandino per sciacquarmi la bocca, l’oggetto dei miei pensieri aprì la porta del bagno e senza dire una parola con un braccio mi circondò le spalle e con la mano libera mi rinfrescò il viso con l’acqua e con delicatezza passò poi un asciugamano pulito e morbido che profumava di ammorbidente: mi aveva fatto anche il bucato quella settimana. Mi aiutò a distendermi sul divano.

«Gioia?»

«Tranquilla, dorme. Prova a riposare anche tu.»

«Grazie.»

«Ti sdebiterai una volta passato il peggio.»

«Anna, per favore, non fingiamo di non sapere quando passerà tutto questo.»

«Intendi dire quando morirai?»

«Sì.»

«Se è questo quello che deve succedere lo affronteremo, ma non ti lascerò fare tutto di testa tua, sappilo.»

«Ne abbiamo già parlato.»

«No, hai parlato solo tu, anzi mi hai solo minacciato e io ti ho lasciato fare perché, per forza, mi hai sconvolto.»

«Oddio, ti dispiace farmi la paternale quando sarò meno occupata a gestire la nausea?»

«Oggi è stato l’ultimo giorno di questa settimana di chemio, ve-drai che domani starai già meglio.»

«Evviva, tre settimane di tregua. Che poi mi chiedo cosa caz-zo mi ostino a farmi curare se ormai ho il destino segnato. Questo bastardo mi sta mangiando da dentro, forse sarebbe il caso lasciar perdere tutto e fare almeno una morte più dignitosa.»

«Deficiente. Lo devi fare per Gioia, perché, se ce la fai a venirne fuori, la vedrai donna. Già solo questo ti deve dare la spinta a con-tinuare.»

«Non ti permettere, Anna!»

«Non ti permettere che?»

«Non ti permettere di pensare, un solo minuto, che io abbia mai dimenticato mia figlia, poiché mi hanno sospettato il melanoma, tut-to, e dico tutto, tutto quello che ho fatto da quel momento in poi ha avuto il solo scopo di programmare un futuro accettabile per mia figlia anche senza di me!»

«Pure allontanare il padre?»

A quel punto non potevo più risponderle, sarebbe stato troppo complicato spiegarle le mie motivazioni, anche perché poi avrei do-vuto dirle cosa c’entrasse lei con il mio piano diabolico di progetta-zione del loro futuro, mi avrebbe preso per una psicopatica, e forse lo ero davvero se speravo di manipolare le persone a quel modo; ras-segnatasi al mio mutismo, si sedette sulla poltrona affianco al divano stendendo i piedi sul tavolino davanti.

«Che poi mi devi spiegare come sei riuscita a far scappare da casa Ferdinando, onestamente ancora non riesco a immaginare qualcosa di così grave che tu possa avergli detto per buttare all’aria in qualche giorno una relazione di sette anni.»

«Non è quello che ho detto, magari quello che ho fatto. L’ho tra-dito, poi gliel’ho detto.»

XIII

Mi domandavo come mai al mondo ci fossero tanti eroi del cazzo.

Un esercito di individui che affermavano che, in caso di malattia terminale, avrebbero scelto di non curarsi per godersi in pieno gli ultimi istanti della loro vita; come se davvero la fase ultima di un cancro ti facesse fare una bella fine. Avremmo dovuto parlare del dolore insopportabile, dell’inappetenza, della nausea, del vomito, della stipsi ostinata, della depressione, la tosse, la dispnea, l’affati-camento cronico? Pensavano davvero che morire così equivalesse ad addormentarsi? O credevano che imbottirsi di morfina potesse essere d’aiuto? A confronto il malessere provato dopo la chemiote-rapia diventava quasi sopportabile. Altro discorso per chi era nelle mie condizioni e faceva una scelta del genere, non potevo sindacare.

Eppure non condividevo.

Per quanto mi sforzassi di trovare giustificazioni plausibili non riuscivo a trovarci niente di coraggioso in una decisione del genere, un po’ come in una partita persa a tavolino: hai rinunciato a giocare, alla possibilità di cadere e farti male, a perdere con dignità com-battendo. O magari a vincere. Oppure ero io la codarda, quella che aveva poco coraggio, quella che non sapeva affrontare una realtà che la vedeva perdente nei confronti del cancro e non riusciva ad accet-tarla. Ma non potevo farci niente; mi sentivo così attaccata alla vita, come un mitile al suo scoglio che, anche se le onde che ci sbattono sopra con violenza prima o poi mi avrebbero staccato, almeno avrei potuto dire di aver resistito fino alla fine. Mi ero già detta tante volte di non temere la morte, anzi, forse sarebbe arrivata consolatoria, ma questo non voleva dire che mi fossi rassegnata e avessi smesso di lottare contro la malattia perché fin quando io avrei intravisto uno spiraglio, una minuscola possibilità di guarigione, avrei continuato ad andare avanti fino al momento in cui mi avrebbero detto stop, è finita. Almeno avrei guadagnato tempo per sistemare tutto quello che mi ero prefissata di fare prima di passare a miglior vita. I tasselli cominciavano ad andare al loro posto da soli, non dovevo fare altro che lasciare che il destino facesse da solo il suo corso, dopo avergli dato opportunamente una mano: Ferdinando avrebbe passato una settimana solo con Gioia in quella che era stata casa nostra, per for-za di cose avrebbe chiesto aiuto ad Anna; la rabbia e il desiderio di rivalsa che provava verso di me dopo il tradimento meschino e con-fessato lo avrebbe reso più sensibile a guardarsi intorno, a guardare le altre donne, magari a guardare Anna, e magari si sarebbe accorto di quanto fosse bella, sensibile, diversa anni luce da me, e magari la curiosità lo avrebbe spinto ancor di più verso lei. Magari era quello che speravo io. Magari invece avevo distrutto la sua autostima al punto di renderlo ginofobico.

Magari, magari, magari…

Quelle speranze nascevano più dalla mia disperazione che da un credo reale di realizzazione della cosa, ma io ci provavo lo stesso, io poi ero davvero l’unica a non averci niente da perdere; questo non significava, però, essere esonerata dai momenti difficili: per contra-sto sembrava quasi che il destino si stesse divertendo a mettermi alla prova, per vedere a che punto potessi arrivare a spingermi; e io non volevo deluderla dal godersi lo spettacolo. Intanto a momenti avrei dovuto affrontare quello che era ancora mio marito e il suo disprez-zo: da lì a poco sarebbe arrivato e avrebbe visto le mie valigie, mi avrebbe di nuovo accusata di essere totalmente impazzita, magari di essere una sporca bugiarda e di averlo preso in giro. Forse era vero. Ma dentro di me una flebilissima voce mi urlava dentro la testa che forse per tutti quegli anni mi ero ingannata da sola, ristretta dentro quegli inutili paletti che avevano impartito ordine al mio cammino ma cancellato i miei desideri: senza velo sugli occhi si è costretti a guardare per forza la realtà per quella che è; può essere scomoda, può non piacere, ma poi sempre si deve accettare. Io ero diventata la regina dell’accettazione. E pure quella dell’ironia: lo farò, ci andrò, pensiamo sempre di avere tempo, il tempo per fare tutto quello che oggi non troviamo il coraggio di fare; poi la vita ti ricorda, molto spesso, che questo tempo non ce l’hai più e ti ritrovi a un bivio ed è davvero difficile abbandonare tutte le proprie paure a saltare nel vuoto, anche quando ti rendi conto che è finita la sabbia nella tua clessidra. Io il mio salto nel vuoto avevo provato a farlo, speravo di riuscire a cadere almeno in piedi.

Il rumore delle chiavi di chi armeggiava sulla porta nel pianerot-tolo mi fece capire che era arrivato il momento della battaglia con Ferdinando: come un pugile che si scalda saltellando nell’angolo, io cercavo di raccogliere il maggior fiato che potessi per rispondere all’attacco verbale di mio marito. Non ci rivolgemmo il minimo cen-no di parola, ma fu lui a cominciare a parlare.

«Gioia?»

«È a fianco, da Anna.»

«Perché, tu che avevi di così importante da fare da non poter ba-dare a tua figlia? Ah, le valigie, capisco! È vero, sono più importanti che tua figlia. Dov’è che te ne vai stavolta? Mi raccomando: cerca di andare in qualche posto dove trovi pure uno psicologo che ti curi quel cervello marcio che ti ritrovi.»

«Invece di sputare veleno stai ad ascoltare quello che ti dico: la piccina sta prendendo antibiotici e antinfiammatori per un’infezione alla gola; in cucina ti ho attaccato sulla lavagnetta un foglio con gli orari per le medicine, che trovi nell’armadietto in bagno; ricordati che odia i piselli e nel latte vuole solo i biscottini al cioccolato; non metterla mai nella culla senza Lollobello: l’ho lavato in lavatrice, è di nuovo morbido e profumato. Starò via quattro giorni: gioisci del fatto che finalmente, dopo anni, forse faccio un avanzo di carriera!»

«Non sono una babysitter, sono suo padre: queste cose le so già.»

«Meglio così, ma male non fa ricordartele ogni tanto.» 

«Non mi devi dire altro?»

«Non credo, dovrei averti detto tutto.»

Con le valigie in mano feci per passargli oltre per avvicinarmi di più alla porta d’ingresso; mi rigirai di nuovo quando lui mi rivolse la do-manda che arrivò dritta come una pugnalata alle spalle: doveva essere stata quella la sensazione che doveva aver provato Ferdinando quando gli avevo confessato il mio tradimento; un attimo che si trasforma in eternità mentre senti la lama lacerare la pelle e attraversare ogni mil-limetro della tua pelle e le terminazioni nervose mandare stimoli al cervello mentre il dolore ti assale improvviso e non lo puoi fermare.

«Neanche come hai fatto a buttare nel cesso una storia di otto anni per una scopata? Se avevi istinti così impellenti, mi potevi pure cercare, ah no, scusa: con me dovevi mantenere l’immagine da per-fettina, con quell’altro potevi giocare il ruolo della porca.»

Il desiderio di scaraventargli addosso le valigie fu fermato solo dal pensiero che tutto quello lo avevo pensato, voluto e realizzarlo io: lo avevo portato esattamente dove volevo.

«Nessuno vorrebbe mai ferire, provocare un dolore, alle persone alle quali si vuol bene; però a volte capita; allora è in utile rimugina-re su inutili giustificazioni, perché anche le scuse possono infastidi-re. L’importante è la volontà di rimediare, sempre.»

«Non mi sembra che tu voglia rimediare.»

«Credo che dirti la verità e lasciarti libero dica già tutto.»

«Io… io non ti riconosco più. Ma chi sei? Oppure hai finto per tutti questi anni di essere quello che non sei?»

«Probabile.»

«Oddio, m’imbestialisci con quest’aria di sufficienza!»

«Ferdinando cosa vuoi che ti dica? Vuoi che ti dica quello che non penso per essere preso in giro? Apprezza la sincerità del gesto invece, o avresti preferito che continuassi a vedere Andrea senza dirti niente? Credimi sarebbe stato più comodo.»

«Andrea… e così abbiamo pure saputo come si chiama il bastardo.»

«Per favore…»

«Per favore un corno! Ho diritto a disprezzarti, ho diritto a but-tarti in faccia tutto il mio rancore, almeno fino a che non mi sarà passata e mi sarai completamente indifferente. Non ti permettere, tu, di giudicare me, non ti azzardare, o ti renderò la vita impossibile e farò di tutto per toglierti Gioia.»

«Non ti permettere tu di ricattarmi con la bambina: giuro che fin-ché avrò vita, se proverai a fare minimamente una cosa del genere ti caverò gli occhi da quella bella faccia con le mie stesse unghie.»

«Ah! Finalmente ti è caduta la maschera da martire santarella: ecco chi è veramente Annalisa, una iena.»

«No, stai tranquillo, il mio sfogo finisce qui: non le colgo le altre provocazioni, ma prendi quello che ti ho detto come un avvertimen-to; tutto, e dico tutto, quello che faccio nella vita lo faccio per una motivazione ben precisa.»

«Non me ne frega niente di quello che dici o fai, Annalisa, ti dico solo di rigare dritto se ci tieni a salvaguardare il tuo rapporto con Gioia; a ognuno nella vita tocca portare la sua croce: a me sei toc-cata tu e purtroppo per ora ti devo sopportare; le persone ti vogliono bene solo fino a quando ti tengono a debita distanza, nel momento in cui ti conoscono meglio scappano inorriditi; sarei dovuto scappare anch’io non appena mi sono reso conto del fegato che ci voleva a starti accanto. Sei come un acido: corrodi le persone che vengono a contatto con te. È impossibile amarti.»

La situazione mi si era rivolta contro: come avevo fatto a non notare il malessere di Ferdinando fino a quel momento? Pensava davvero che non mi si potesse amare o era la rabbia cieca del mo-mento? Era davvero così difficile starmi a fianco tanto da rasenta-re l’intollerabile? In quale momento del nostro percorso di coppia avevo smarrito me stessa per strada? La malattia era un segno che m’invitava a tornare indietro per riprendere quello che avevo abban-donato prima che fosse davvero troppo tardi? Quella frase mi girava e rigirava in testa come un pianeta intorno al sole: impossibile da amare; girava talmente tanto che quasi poteva entrarci davvero nella testa e convincermi che la cosa corrispondesse alla realtà. Del re-sto, avevo sempre convissuto con l’ansia dell’abbandono, quasi non credessi alla possibilità di essere amata per sempre e, ironia della sorte, era come se d’improvviso avessi trovato l’interruttore dei sen-timenti e avessi messo in stand-by il mio di amore; oppure meglio: l’interruttore l’avevo trovato e con il cancro avevo finalmente osato accendere la luce nel buio della mia anima e finalmente mettermi a cercare il coraggio che avevo sepolto nella cantina del mio cuore.

Non ero lucida, non ci stavo capendo molto, in realtà, fra amore in cantina e amore in sordina: non era detto che se un amore non fosse lecito fosse condannabile. Amore galeotto, sentimenti in gab-bia. Ma di che cosa stavamo parlando? A cosa stavo pensando? La stanchezza mi avvolse e, chiudendo gli occhi, mi poggia di peso con le spalle alla porta.

«Mi chiedo come mai mi sputi queste cose addosso solo ora.»

«Forse perché ci ho pensato solo ora.»

«Allora vedi che favore ti ho fatto? Ti ho liberato dal peso di un’esistenza affianco a una persona che in realtà non ami; e ho il dubbio che con il tuo rigore morale non avresti mai avuto il coraggio di ammetterlo. Sì, ti ho fatto davvero un favore.»

«Finiscila.»

«Ecco, si finiamola. Io vado, tu vai a prenderti Gioia da Anna.»

XIV

«Pronto?»

«Andrea?»

Silenzio dall’altro lato. E quell’attimo già mi fece quasi desistere. Poi un tono di sorpresa, di sorpresa che sembrava gradita, mi fece riprendere fiato.

«Annalisa.»

Incredibile, dopo due mesi aveva riconosciuto la mia voce; e c’e-ravamo visti solo una volta, non potevo fingere con me stessa di non esserne compiaciuta. Potevo mandare al diavolo tutto il discorso che mi ero preparata per farmi riconoscere.

«Ciao, Andrea.»

«Non avrei mai immaginato che mi avresti chiamato.»

«No? Come mai?»

«Mh, avevo quasi dimenticato quanto la tua ironia mi divertisse; l’ultima volta, se non ricordo male, sei praticamente scappata come se avessi paura che ti mangiassi, anche se devo ammettere che, per come hai risposto al mio bacio non mi è sembrato che ti facessi paura.»

«Ammetto che mi hai colto impreparata, ma se non mi fosse pia-ciuto proprio per questo non credo ti avrei risposto in quel modo.»

«Allora mi hai chiamato per chiedermi scusa? O per dirmi perché sei scappata?»

«Oddio, ti ho chiamato perché ne avevo voglia, ma il tuo modo così diretto non ti nascondo che mi spiazza.»

«Ahahah, proprio tu imbarazzata non ti ci vedo proprio, non per come ti sei presentata.» 

«Appunto. 

«Dai scherzo, mi diverto a stuzzicarti, perché ho capito subito che sei una tipa che risponde per le rime e non si tiene le provocazioni. Allora, perché sei scappata alla fine?»

«È una lunga storia, te lo spiegherò magari la prossima volta che ci vediamo, sempre che ti vada.»

«Scherzi? Dimmi quando e vedrò di organizzarmi.»

«Oggi pomeriggio per un caffè, ti va?»

«Dove?»

«Facciamo per le cinque e mezza da Verdi, in centro?»

«Ci vediamo lì allora.»

Poi rimasi per cinque minuti abbondanti con il cellulare in mano a pensare: a cosa gli avrei detto, se gli avrei palesato la verità o se anche lui avrebbe cominciato a far parte di quell’universo di bugie che mi stavo costruendo intorno; a cosa avremmo fatto, o avremmo potuto fare. Se io fossi stata una persona più forte, meno debole, più coraggiosa, avrei confessato subito la mia malattia, a tutti, senza timore di avere intorno solo reazioni di disperazione e compassione: chi ti ama ti sostiene, sempre, e ti rende più forte per riuscire ad af-frontare le difficoltà che ogni giorno possono presentarsi nella nostra vita; ma forse la mia paura più grande era proprio quella di rendermi conto di non avere tante persone intorno che mi amavano a tal punto da reggere questa prova. A chi potevo dirlo? A mia madre? Già mo-ribonda per le sue di malattie, no, poi mi avrebbe pure accusato di averle dato il colpo di grazia; a mia sorella? Che rapporto avevo mai avuto con lei? Ci legava il gruppo sanguigno, ma se avessi potuto scegliere, o se avesse potuto scegliere lei, forse avremmo cercato persone con caratteri più consoni alle nostre divergenti personalità; mio padre era morto due anni prima, sempre per lo stesso strama-ledetto male, chissà che non ci fosse un che di ereditario in questo mostro. Magari sarei finita a dover dar loro conforto anziché riceve-re io sostengo e onestamente non mi andava proprio di passare forse l’ultimo mese della mia vita a offrire la mia spalla agli inconsolabili che avrebbero dovuto fare a meno di me per il resto della loro vita.

Diavolo! Qua l’incazzata a bestia dovevo essere io. E diavolo se lo ero!

No, avevo bisogno di qualcuno con cui essere in assoluto schietta e sincera, che non fosse emotivamente coinvolto con me e mi aiutasse a scrollarmi un po’ di questo fardello dalle spalle; si rischia di impaz-zire quando si tenta di continuo di comprimere nella testa un pensiero che invece preme tanto da farti saltare il cervello: hai un cancro, è molto probabile che tu stia per morire, che non sopporterai la che-mioterapia, che crollerai solo al vedere il tuo sfacelo fisico. Cancro, morte, chemioterapia, sfacelo fisico. Morte, chemioterapia, sfacelo fisico. Chemioterapia, sfacelo fisico. Sfacelo fisico uguale morte. Un unico fisso pensiero circolare: ce l’avevo sempre nella testa, qualsiasi cosa facessi durante la giornata, insieme all’ossessione per Gioia; a lavoro mi ero messa in aspettativa, non avevo certo paura del ricatto del licenziamento e poi mandare avanti il piano che andavo realizzan-do richiedeva tutta la mia dedizione. Se me lo avesse permesso, An-drea sarebbe stato la mia valvola di sfogo, perché ne avevo bisogno; l’unica cosa che non gli avrei mai confessato sarebbe stata il picco-lo particolare riguardo Ferdinando: non gli avrei mai detto di averlo “sfruttato” per allontanare mio marito. E pure quello era un pensiero sul quale soprassedevo spesso: la freddezza con la quale avevo deciso che lui non avrebbe assistito alla mia malattia, di estraniarlo comple-tamente dalla mia vita con la scusa del cancro, la volontà di recidere il nostro legame in un modo così subdolo mi dovevano far ben riflettere sulla natura dei miei sentimenti: possibile che dopo otto anni di ma-trimonio il mio primo pensiero era stato quello di nascondere il mio stato di salute anziché pensare di affrontarlo con a fianco la persona che avevo giurato di amare fino alla morte? Era successo l’esatto con-trario: non appena era sopraggiunto il sentore della morte, la paura mi stava facendo fare carte false per liberarmi da quella stessa persona: mi chiedevo davvero se non fosse la scusa più banale per tentare di voltarmi indietro e correre a recuperare quello che pensavo di aver lasciato per strada, le cose abbandonate incompiute, le opportunità

mai sfruttate per mancanza di coraggio, le avventure non vissute per troppe remore. Qualunque fossero state le motivazioni, però, stavo facendo le cose come l’istinto mi suggeriva: non avevo tempo né per rimuginare né per tentennare. E mi ero seccata dei troppi perché, se e ma. Se la chemioterapia si fosse rivelata vincente allora potevo cominciare a rivedere, e a ragionare, sulle ultime decisioni prese. Per ora correvo, correvo, correvo. E stavo correndo verso il mio appun-tamento con Andrea.

E nella mia testa, mentre lo vedevo venirmi incontro aspettandolo all’ingresso del bar, davvero correvo verso di lui: almeno gli oc-chi avevano trovato la giusta consolazione, quasi a volermi ripagare con il belvedere, di tutta la desolazione che vedevo attorno a me. Oppure ero io a vederlo bellissimo. Di sicuro un uomo di circa un metro e novanta, con i capelli ricci e di un bel castano dorato ten-dente al biondo, con due occhi fra il verde e l’azzurro, che secondo me cambiavano colore in base al tempo, di corporatura non certo esile, ma quasi imponente da sentirsi rassicurati da quelle braccia, non passava inosservato; mi sentii orgogliosa nel vedere che mi rag-giungeva con il sorriso aperto indifferente agli sguardi delle donne, e non poche devo dire, che si voltavano al suo passaggio. E mi la-sciò del tutto esterrefatta l’accoglienza: si fermò esattamente a due centimetri da me, rimase appena qualche secondo a fissarmi negli occhi sempre sorridendo e poi mi abbracciò; e fu un abbraccio forte, sicuro, ma non opprimente, e le mie braccia, dapprima fisse lungo il corpo, cedettero presto a quel calore e si sollevarono a ricambiar-lo. Non volevo pensare più a niente, non volevo più perdermi negli oscuri ragionamenti della mia testa, non volevo più giustificarmi con nessuno per quello che avrei fatto da quel momento in poi. Volevo quell’abbraccio. E irragionevolmente volevo quell’uomo. Io volevo Andrea. E a quel punto volevo che lui fosse l’unica persona alla quale non avrei nascosto niente, neanche la malattia: io non avevo davvero più nulla da perdere, soprattutto in quello stato mentale di assoluta sragionevolezza nella quale mi trovavo.

«Che vi porto?» chiese la cameriera dopo qualche secondo che c’eravamo accomodati a uno dei tavolini nel locale.

«Per me una cioccolata calda con panna, grazie.»

«Per me un caffè macchiato, invece.»

Nell’attesa che la cameriera tornasse con la mia cioccolata, fui colta da un attimo d’imbarazzo che cercai di dissipare fingendo inte-resse per l’arredamento del bar: raffinato e tradizionale con la scelta del legno di Ciliegio Naima, aveva uno stile sobrio ed elegante, ti-pico di un caffè del centro storico; lungo tutto il bancone a esse cor-revano una barra poggiapiedi e una poggiagomiti in ottone trattato con la zoccolatura di marmo bianco di Carrara, lo stesso marmo che rivestiva l’intero piano di lavoro e del quale erano fatti tutti i tavolini del locale, compreso il nostro, circondati ognuno da due poltroncine dal telaio in ciliegio rivestite di velluto rosso, lo stesso tessuto del quale erano fatti i tendaggi, particolare che faceva assomigliare le finestre a tanti siparietti di un teatro. Dal soffitto pendeva uno sfarzo-so lampadario in vetro soffiato di Murano, il cui motivo floreale era stato ripreso lungo la parete dalle applique poste in corrispondenza dei tavolini; con le dita seguivo le venature sul ripiano di marmo del nostro tavolino, riproducendo lettere incomprensibili su percorsi inesplorati, quando una mano fermò il mio cammino.

«Che hai?»

«Sono sposata.» Silenzio.

«E ho anche una figlia.»

«Questo spiega il fatto che tu sia scappata via l’altra sera, ma perché ho la sensazione che ci sia dell’altro?»

«Dell’altro?»

«Dell’altro. Se tu fossi stata solo una donna in cerca di avventura, e ci può stare, due potevano essere le possibilità: o coglievi al volo l’occasione oppure, come hai fatto, scappavi nel momento in cui ti rendevi conto di non essere in grado di saperlo fare; ma che senso avrebbe cercarmi e rischiare di fare una doppia figuraccia solo per  dirmi questo? Tu e io non ci conosciamo, avremo parlato sì e no un’oretta in tutta la nostra vita, questa è solo la seconda volta che ci vediamo, potrebbe non fregarmene un bel niente della tua vita, l’hai mai pensato questo?»

«E giustamente non te ne frega niente.»

«Oh, Santissima, non mi piace chi mi vuol far leggere fra le righe, tu dimmi quello che a stento riesci a trattenere in bocca.»

«Mai avrei pensato di provare un desiderio così irragionevole verso qualcuno come quello che provo per te e non me ne frega nien-te delle conseguenze né di quello che può pensare il resto dell’inte-ra popolazione mondiale, e quasi quasi non m’interessa nemmeno quello che pensi tu stesso. Non ci voglio neanche pensare, sei tu quello che voglio in questo momento e non riesco a pensare ad altro; è la prima volta in tutta la mia vita che faccio qualcosa solo perché ho il desiderio di farla, è la prima volta che metto me stessa come priorità assoluta, su tutto il resto, è come se avessi un’ansia di vita che mi preme, come se dovessi fare tutto prima che sia troppo tardi, non voglio dover rimpiangere niente. Ora, è pure illogico che io stia qui a dirti queste cose, avevo pensato di dirti ben altro in realtà, poi quando ti ho visto arrivare ho pensato che, davvero, non ho niente da perdere e ho il bisogno reale di buttare addosso a qualcuno que-ste cose. Non so perché credo che tu sia quella persona, sarà per il desiderio da ragazzina in calore che provo per di te, non lo so, non mi interessa; mi prenderai per pazza e scapperai via da quella porta pensando a come hai fatto a trovare per la tua strada una isterica insensata come me. Oppure una bella stronza egoista come me. E fai bene.»

«Aspetta, aspetta: ansia di vita, fare tutto prima che sia troppo tardi, non rimpiangere niente, forse non mi hai ancora detto tutto…»

«La sera che ci siamo incontrati, in quel bar, sono uscita da casa con la delusa consapevolezza che il sostegno che cercavo non avrei mai potuto averlo da mio marito; quel pomeriggio sono stata dal medico: mi aveva appena diagnosticato un melanoma.»

 

XV

Trentaquattro anni e non essere ancora mai stata a Londra.

Lo avevo detto ad Andrea e lui aveva deciso di portarmici. Ave-vamo fatto un patto: lui avrebbe saputo tutto dell’evoluzione della mia malattia, ma non sarebbe mai dovuto entrare nel merito; volevo che lui vivesse di me solo il meglio, per questo prestavo la massima cura al mio aspetto ogni volta che ci incontravamo, avevo anche riscoperto il sapore più frivolo della scelta degli indumenti intimi più seducenti e fantasiosi, forte anche di una libertà sessuale che, per paradosso, non avevo vissuto neanche durante il mio matrimonio. Quest’ultima cosa aveva dell’incredibile alle orecchie di Andrea, ma non riuscivo a spiegargli come mai in tutta la mia vita avevo sempre cercato di essere come gli altri volevano che fossi, sopprimendo la mia natura per la paura di non essere adeguata alle situazioni, alle persone, per paura del giudizio di non “conformità” alle aspettative che gli altri avevano su di me. Davvero complicato spiegarlo, figu-riamoci farlo comprendere. Ci avevo rinunciato. Nel nostro patto era compresa l’accettazione totale dell’altro senza condizioni. Gli avevo detto della chemioterapia e che quindi non avrei voluto né vederlo né sentirlo almeno per due settimane e lui di rimando, non appena l’avevo chiamato dopo quindici giorni di latitanza mi aveva detto di preparare le valigie perché aveva prenotato quattro giorni a Londra.

«Sono solo quattro giorni, lo so è pochino, ma ho degli impegni di lavoro che non posso cancellare e poi non sapevo dopo quanti giorni dovevi riprendere la chemioterapia quindi mi sono mantenuto stretto.»

«Faccio un ciclo di una settimana più tre settimane a riposo, ce la facciamo.»

«Te la senti?»

«Me lo chiedi? Chissà se avrò un’altra occasione per andare a Londra, quand’è che si parte che ho delle valigie da organizzare?»

«Vuoi portarti la bambina?»

«No, voglio che stia col padre, e con Anna.»

«Anna almeno lo sa?»

«Come fa a saperlo lei se lo hai appena detto a me?»

«Non del viaggio.»

«Ah! Perché, tu hai mai progettato di innamorarti? Mica si fa, però c’è sempre l’amica che ti dà un aiutino.»

«Sai che non metto bocca nella tua vita, fa parte dei patti; ma se scoprissi che qualcuno sta cercando di manipolarmi così credo m’incazzerei di brutto.»

«Infatti, non devi mettere bocca. Ma ti dico una cosa: tu non co-nosci né Ferdinando né Anna, io non so se quando passerò a miglior vita fra quei due sarà scattato qualcosa, ma c’è Gioia e per lei ho bisogno di essere sicura di lasciarla nelle mani di persone che la ameranno almeno un minimo di come la amo io; non riesco a ras-segnarmi all’idea di dover abbandonare mia figlia mentre è ancora cosa piccola, ma dal momento che sarà per forza così devo preoc-cuparmi di chi se ne occuperà. Non m’interessa che qualcuno com-prenda quello che faccio, nemmeno tu.»

«Ok, chiudiamola qui. Mi infastidisce solo il fatto che tu ti dia già per spacciata.»

«Per favore, Andrea, almeno tu non darmi false illusioni: sappia-mo entrambi che sto cancro mi sta mangiando viva, ma se non fossi così visceralmente attaccata alla vita neanche mi sottoporrei più alle cure. Fammela godere un po’ a modo mio questo poco di vita che mi rimane.»

«Ok, ok. Ci vediamo più tardi per i dettagli.»

«Ti aspetto qui a casa, quando vuoi, vieni.»

«Dammi un’oretta.»

E ora eravamo a Londra. Con un volo della British Airwais eravamo arrivati al terminal cinque dell’aeroporto di Heathrow: a quanto pare mi trovavo nell’aeroporto più trafficato dell’Unione Europea per numero di passeggeri e all’idea di essere una di quelli l’eccitazione mi prese a mille; mentre il pilota eseguiva la mano-vra di atterraggio Andrea mi aveva spiegato che quell’aeroporto aveva due piste parallele orientate est-ovest, l’una per i decolli e l’altra appunto per gli atterraggi, e che il nostro terminal si trovava appunto fra le due. Il terminal cinque presentava come struttura principale un grandioso edificio, la più grande struttura autoportan-te della Gran Bretagna; l’architetto che lo aveva progettato era Ri-chard Rogers, della Richard Rogers Partnership, insieme agli inge-gneri della compagnia Arup: era costato quattro miliardi di sterline e completato dopo diciannove anni dal progetto iniziale, disegnato per servire trentacinque milioni di passeggeri l’anno. Dall’aereo passammo direttamente attraverso Fingers lunghi e a vetri per rag-giungere il servizio ferroviario che correva sotto la pista che col-legava tutti i terminal dell’aeroporto e che ci avrebbe permesso di raggiungere il centro della capitale: l’Heathrow Express. Fra con-trollo passaporti, ritiro bagagli e dogana ci vollero circa quaranta minuti affinché potessimo dirigerci verso la ferrovia che ci avrebbe portato a Paddington. Avevo con me il Pigmalione migliore che avessi potuto desiderare, mi domandavo spesso quante volte do-vesse essere venuto a Londra per sapere così tante cose. Penso che glielo avrei chiesto. Un giorno. Forse.

«La stazione di Paddington possiede quattordici piattaforme, nu-merate da uno a quattordici da ovest a est. Quelle da uno a otto sono ubicate sotto le tre arcate originali e quelle da nove a dodici sotto la quarta arcata, che è stata costruita dopo. Le piattaforme tredici e quattordici si trovano nella vecchia stazione Bishops Bridge station. Parallelamente ci sono la quindici e la sedici, usate dalla linea Ham-mersmith & City Line della Metropolitana di Londra. Noi siamo sul-la piattaforma sei che, insieme alla sette, è dedicata proprio all’He-  athrow Express e quelle tredici e quattordici possono essere usate soltanto da treni a due o tre carrozze, impiegati per i servizi locali.»

«Mi fai sentire una terribile ignorante.»

«Ignorante perché non conosci, dopo questi quattro giorni con me t’interrogo sulle cose che ti ho detto: se ne sbagli anche solo una mi paghi una cena da cinque portate.»

«Facciamo che te la offro comunque perché non ho alcun deside-rio da ansia di prestazione.»

Eravamo entrambi sulla porta del treno pronti a scendere; lui lo fece prima di me e girandosi allargò le braccia per invitarmi a scendere.

«Venga, signora: le offrirò un soggiorno che ricorderà per tutto il resto della sua vita.»

Rimasi qualche secondo a guardarlo: ai miei piedi, con le braccia tese, a concedere il suo corpo e il suo tempo a chi, come me, di lì a poco non avrebbe avuto più tempo e non sarebbe stata più neanche un corpo; non ci vidi niente di sarcastico, ma una reale offerta d’a-more. Mi buttai giù dal treno fra quelle braccia in attesa. In attesa di me. Con la mia faccia sul suo naso, con i miei occhi nei suoi oc-chi, quasi non m’interessava più neanche dove fossimo, tutto quello che avevo intorno perdeva d’importanza; se solo mi soffermavo un istante a pensare a quello che stavo facendo, con chi ero, dove mi trovavo, non potevo credere di essere la stessa persona di qualche mese prima: l’Annalisa “normale” non avrebbe mai pensato di tra-dire, di provare una sfrenata passione per un altro uomo, di partire con un quasi sconosciuto. Di amare un’altra persona. Perché seppur irrazionale, incomprensibile, ingiustificabile, non riuscivo a dare un altro nome al trasporto che sentivo verso Andrea. Irrazionale, in-comprensibile, ingiustificabile. Incomprensibile e ingiustificabile. Ingiustificabile amore.

Era pur vero che non esisteva più una Annalisa “normale”: ne esisteva una malata, amareggiata dal fatto di dover morire a tren-taquattro anni, determinata a prendersi tutto quello che voleva nel tempo che le rimaneva, in dovere di godere di tutto quello che di

bello poteva offrirle, senza sprecare un solo istante in inutili giusti-ficazioni. Nessun senso di colpa: ero vittima non carnefice; la mia strategia era legittima difesa.

«Non aspetto altro.»

Arrivammo in albergo in taxi: già tutto il viaggio per me poteva risolversi lì, dopo il giro a bordo di un london’s black cabs e la vista dell’edificio, dove avrei dormito per tre giorni con Andrea; avremmo potuto rimanere segregati tutto il tempo in quel posto e sarei stata contenta lo stesso: Andaz Liverpool Street, questo era il nome del magnifico hotel che aveva riservato per me nella city; il lussuoso ho-tel a cinque stelle è ospitato in uno splendido edificio vittoriano adia-cente alla stazione Liverpool Street, con un centro benessere attivo ventiquattro ore su ventiquattro, palestra, cinque ristoranti e cinque bar, mentre le camere, compresa la nostra, eleganti e moderne, erano tutte dotate di TV LCD, docking station per iPod, mini-bar gratuito, bagno con vasca eco-compatibile e articoli da toelette firmati.

Tutto questo per me. Per me solo. Per me.

Era del tutto vero il fatto che le cose che si fanno con la consape-volezza che non si avrà una seconda opportunità hanno un altro sa-pore: ogni istante è vissuto con un’intensità e una pienezza che non si può descrivere, perché non ci sono parole adeguate per raccontare quel senso di quasi dolore che senti mentre il cuore ti si attanaglia in una morsa lieve ma persistente, quel senso di vuoto allo stomaco come di fame, che sai già che non puoi placare, quel leggero senso di stordimento alla testa, quasi vertigine dispettosa, che ti costringe a guardare il vuoto che hai sotto i piedi. Dolore, fame e vertigine: per paradosso diventano la formula della felicità. E la felicità è essa stes-sa una conquista, una specie di traguardo che raggiungi dopo essere passata da tutti gli stadi che la vita ha deciso di farti oltrepassare: per alcuni possono essere più dolorosi che per altri, ma non c’è un mi-nimo d’intenzionalità in tutto questo, solo pura, semplice, assoluta, casualità. Il destino non è sadico, come vorremmo che fosse solo per trovar consolazione nei nostri tormenti, è solo indifferente; un po’ come si suol dire che la fortuna sia ceca: essa obbedisce ugualmente al caso.

E il caso distratto aveva messo sulla mia strada la malattia, il do-lore, la morte. E Andrea.

I ricordi di quei giorni a Londra facevamo parte di tutta una serie che si era impressa nella memoria con un marchio a fuoco, chiusa a chiave e custodita nelle segrete della mia testa e della mia anima, da consegnare a un probabile Caronte come bagaglio da traghettare nel luogo dove sarei stata destinata: mai avrei immaginato, anche solo lontanamente, che la felicità nella mia vita potesse giungere at-traverso un percorso così ineluttabile, senza possibilità di scelta, ma solo obbligata, che avrebbe avuto il sapore un po’ amaro delle cose che sai che finiranno presto. Mai avrei pensato che sarebbe arrivata attraverso un cancro. E lo scrivo qui, e lo confido a me stessa, perché penso che il solo confessare questi pensieri possa mettere in serio dubbio agli occhi degli altri la mia sanità mentale; ma la mia testa era sanissima, avevo solo il corpo malato, ma lui poteva fare quello che voleva.

Stavo solo guardando con occhi diversi. 

XVI

Osservai Ferdinando mentre andava via dalla finestra.

Sapevo che non dovesse essere semplice per lui accettare quello che era successo, ancor meno accettare quello che gli avevo fatto: buttare nel gabinetto sette anni come se fossero la cosa più insigni-ficante che potesse aver vissuto; ma se fosse servito a farmi amare e a farlo soffrire un po’ meno quando me ne sarei andata, tutto questo maciullamento di cuore e sentimenti sarebbe valso a qualcosa; se poi fosse servito anche ad avvicinarlo ad Anna e far sì che si prendessero cura insieme di Gioia, tanto di guadagnato. Me ne sarei andata: l’ac-cettazione è cosa ben diversa dalla pronuncia, non è proprio sempli-ce dire “quando morirò”; di solito enunciamo queste parole quando ipotizziamo cose che progettiamo di fare in futuro, ma per me, che era un dato di fatto, aveva un suono più macabro, per questo cercavo sinonimi più delicati che fossero meno pesanti di macigni e meno minacciosi di una spada di Damocle sulla testa.

Quando arrivai, non doveva aver sentito neanche le chiavi girar nella serratura, tanto era impegnato a solleticarsi con la figlia; mi fer-mai sulla porta del salotto a osservare entrambi sul tappeto a farsi le fusa come due gattini: mi era mancato il respiro a vederli, un dolore acuto alla gola che scendeva fino alle viscere, passando dal cuore, a contorcermi le budella; la rabbia cieca che sentivo invadermi anche le ossa fermò le lacrime prima che calassero dagli occhi, quando Ferdinando si accorse della mia presenza. In un attimo erano sparite sia la gioia sia le risate dal suo volto, per diventare una maschera dura e fredda; mi feriva quel suo sguardo, ma lui non doveva saperlo e io non potevo e sapevo spiegare: come si fa a dire e a far capire a quello che era stato tuo marito che non solo sei malata, ma sei am-malata di un male che non ti dà speranza, che ti sei pure innamorata senza ragione di un perfetto sconosciuto e stai giocando carte false per farlo finire fra le braccia della tua vicina di casa perché hai la malsana convinzione che quella sia la cosa migliore per tutti, soprat-tutto per tua figlia? Solo la speranza che un giorno avrebbe compre-so mi spingeva a continuare quella farsa.

«Sei tornata.»

«Lo sapevi che tornavo oggi.»

«Mica ti ho fatto una domanda; constatavo il fatto che, grazie a te, adesso devo lasciare mia figlia. Sappi che godi di questa posizio-ne ancora per poco.»

«Che vuoi dire?»

«Intendo chiedere l’affidamento esclusivo e stai certa che lo ot-terrò.»

«E mi sa che credi male, Ferdinando, non mi minacciare o mi costringi a fare cose che non voglio fare.»

«E chi è che minaccia ora? Minaccia del tutto inutile, poi, perché cosa vorresti fare? Scappare con la bambina? Non ci provare nem-meno, Annalisa, non provare a fare questi giochi con me che non ti conviene.»

«Facciamo che nessuno minaccia nessuno e la finiamo qui. Io non voglio nella maniera più assoluta allontanarti dalla bambina, sto passando un periodo di sbandamento, lo ammetto, ma ti chiedo solo qualche settimana di pazienza. Gioia puoi vederla quando vuoi, per me puoi anche tornare in questa casa se vuoi, ma sappi che faremmo delle vite del tutto separate.»

«Ma tu sei completamente uscita di testa: io dovrei tornare in questa casa mentre mia moglie, perché ti ricordo che ancora sei mia moglie, ha una relazione con un altro uomo perché “vive un periodo di sbandamento”! Ma mi hai preso per un perfetto coglione? Ma come fa quella ragazza a difenderti sempre, mi chiedo io.»

«Chi?»

 «Anna.»

«Che ti ha detto?»

«Non c’è bisogno che usi quel tono allarmato, io non so cosa na-scondi veramente dietro tutta questa storia, ma ringrazia di avere una persona al tuo fianco come Anna che comprende e giustifica i tuoi comportamenti. Neanche tua sorella farebbe quello che lei fa per te.»

«Non mi dici una cosa nuova su mia sorella; ma Anna è molto di più, è mia amica.»

«Lo è davvero.»

Sembrava non avessimo molto altro da dirci; per tutto il tempo della nostra conversazione era rimasto seduto per terra lasciando che Gioia continuasse a giocare fra le sue gambe, poi se la riprese fra le braccia e se la strinse al petto dandole tanti piccoli baci sulla testo-lina. Era un padre pieno di amore per quella bambina, era un uomo un po’ distratto, non era la persona da cui potevi pretendere mille at-tenzioni, ma era capace di amare intensamente e donare amore senza condizioni, un uomo capace di tener fede alle promesse, dai princi-pi saldi; un uomo concreto, come pochi ancora. Forse, però, pure troppo concreto per me, per la mia personalità: io avevo bisogno di mille certezze, centinaia conferme di amore, avevo bisogno di gesti di affetto, e quelli erano sempre mancati da parte sua e non era più il caso che io continuassi a far finta che non era importante per me. Questa sarebbe stata una delle cose che gli avrei scritto nella lettera che avevo intenzione di lasciargli; dal momento che le mie metastasi non potevano essere tolte chirurgicamente e che non credevo che la chemioterapia potesse avere altro effetto se non quello palliativo, al contrario delle false speranze che si era creata Anna, non pensavo di riuscire ad avere oltre due mesi di sopravvivenza, ma siccome questi calcoli mi sembravano davvero troppo crudeli, anche per una disil-lusa come me, avrei lasciato in consegna la lettera alla mia carissima amica: sarebbe stata lei a consegnarla nelle mani di Ferdinando, era molto più affidabile di qualsiasi servizio postale. Chissà che mio ma-rito avesse imparato anche lui da questa storia che, anche se la vita  ha le sue più importanti priorità, quali il sostentamento della propria famiglia, i problemi pratici legati alla quotidianità, se ami qualcuno glielo devi dire, glielo devi far capire, glielo devi dimostrare; basta solo un piccolo, insignificante gesto: una carezza distratta, una stret-ta di mano, un abbraccio volante, un bacio lieve e fugace, tutti gesti che ci fanno intendere che l’altro è con noi, è al nostro fianco, con la testa. Tanto più si è vicini fisicamente tanto più aumenta la distanza fra gli animi con l’indifferenza, con la scontatezza; non riusciamo neanche a intravedere nell’altro cambiamenti fisici così radicali da risultare abbaglianti agli occhi degli altri e perfettamente nascosti ai nostri, presi come siamo dal rancore nei confronti dell’altro e dall’o-stinata convinzione della nostra miseria: stavo dimagrendo a vista d’occhio, indossavo spesso cappelli perché gli effetti collaterali della chemioterapia erano fulminei, quasi alla stessa stregua di quanto era stato fulmineo il mio tumore, neanche il trucco riusciva a coprire le occhiaie del mio viso; mi ero imbruttita e lui neanche se n’era accor-to o per ripicca non me lo aveva fatto notare. O forse avrei peccato di presunzione a credere in questo e magari era stato il mio stesso atteggiamento a non permettere a Ferdinando di dimostrarmi amore e a permettere che tutti i buoni propositi del nostro rapporto finis-sero in soffitta e quegli stessi gesti che oggi rimproveravo a lui di non avermi dato, magari gli sarebbero venuti spontanei con un’altra persona, come già intravedevo nei confronti di Anna. E io non ero del tutto visionaria.

L’avevo visto dalla finestra mentre andava via: era vicino allo sportello della sua auto quando gli ho visto sollevare la testa e un sorriso illuminargli il viso mentre si fermava ad aspettare la figura che gli veniva incontro; arrivata di fronte a lui Anna aveva abbassato un attimo gli occhi, come lievemente imbarazzata, per poi risollevare il viso e donargli uno di quei meravigliosi sorrisi che solo lei riusciva a dare. Lo aveva salutato con un bacio sulla guancia e Ferdinando, forse senza accorgersene, l’aveva trattenuta per un braccio con una leggera pressione, quasi a non volere che si allontanasse troppo da lui, e poi scoppiare a ridere per qualcosa detto da Anna. Davvero non esistono persone buone o cattive: esistono solo quelle male assortite. E ci sono quelle che, quando le vedi insieme, sembrano fatte l’una per l’altra e non se ne accorgono soltanto loro.

Quando ero sola riuscivo a dare sfogo libero a rabbia e dolore. E piangevo. Come nel momento in cui li avevo visti dalla finestra: un pianto silenzioso, che veniva su dalla pancia e scendeva libero fi-nalmente dagli occhi e mi liberava dal peso che sentivo costante nel petto; e veniva su sempre più forte, insieme ai singhiozzi, e il mio corpo sembrava reagire con un tremore che mi scombussolava, qua-si volesse aiutarmi a buttare tutto fuori, e da pianto di disperazione diventava pianto di liberazione. Pianto di consolazione.

«Mamma.»

«Mamma, mamma.»

«Mamma, mamma, mamma, mamma, mamma.»

Il mio scricciolo, la mia piccola bamboletta che nella sua ancora beata ignoranza stringeva le braccine alle mie gambe chiamandomi e offrendomi la consolazione più grande che possa avere da questa vita: il suo amore.

Accogliendola fra le braccia mi apparve chiarissimo il fatto che sarei potuta morire in quell’istante, avevo già avuto il dono della cosa più bella al mondo: mia figlia. 

XVII 

C’è una specie di sicurezza negli appuntamenti fissi.

Quasi come se cadenzare con meticolosa precisione certi eventi nella nostra vita la rendesse in automatico migliore, più sopportabi-le, meno pericolosa. Più normale. Perché, per quanto vogliamo fare i falsi ideologisti, un concetto di normalità esiste nelle cose: esiste un ordine prestabilito naturalmente, condivisibile o meno, che coincide con l’armonia perfetta di tutto il sistema; e sentirsi parte integrante di questa armonia comporta assoggettarsi a quelle regole di natura. Io sapevo che, nell’arco di un mese intero, per una settimana mi toccava sottopormi alla terapia, il che significava soffrire, stare male, vomitare, ridurmi a uno stato paragonabile a quello di una larva, e poi, per le successive tre settimane, cercare di rimuovere com-pletamente quella precedente, cercare di vivere al meglio delle mie possibilità, mettendo da parte il pensiero costante, quasi un sibilo, un fischio continuo nelle orecchie, che tutto si potesse dire tranne che la mia vita scorresse normalmente fra la malattia, una figlia da crescere, un ex marito astioso e abbandonato e un amante nuovo che mi stimolava tutte le fantasie sessuali che non avevo avuto nemmeno in età adolescenziale. Io lo avrei definito un po’ come “la dimen-sione del dormiveglia”, quella adorabile sensazione nella quale sei cosciente di dormire, ma ti lasci andare al sogno che hai nella testa canalizzandone il finale verso l’idea che hai in testa. Così, anche un brutto sogno prende la piega migliore, quella che le vuoi dare.

Ed era sempre in quella dimensione che affrontavo tutte le sedu-te di chemioterapia, quasi non fossi io quella sulla poltrona, quella alla quale per cinque ore consecutive alternavano farmaci in vena, quella che per una settimana si sottoponeva allo stesso iter e che, ingenuamente, aveva pensato che la sua trafila 1 su 21 significasse un giorno di chemio, ventuno di riposo (e invece uno stava per ciclo intero, che poi non era proprio una settimana, perché dal lunedì al venerdì i giorni sono cinque e non sette, ma la differenza io non la vedevo proprio). «Lei ha metastasi diffuse, la terapia chemioterapica è diversificata e i farmaci non possono essere somministrati contem-poraneamente, data la tossicità degli stessi.» Il solito caso bastardo. E io dovevo accettare la spiegazione.

La prima seduta, quella non credo qualcuno possa mai dimenti-carla, quasi un battesimo di iniziazione

Ero arrivata alle ore 8, partenza da casa 7.30, mezz’ora solo per raggiungere l’ambulatorio, ma a quell’ora l’intera città si metteva in moto per raggiungere le scuole, o i luoghi di lavoro, siamo tutte piccolissime api operaie. C’erano già delle persone in attesa, io non avevo idea se tutti fossero lì per il mio stesso motivo, ma mi trovavo nel reparto oncologico, un’idea me l’ero fatta per forza. Allora provai a vincere l’imbarazzo e chiesi a una signora seduta alla sedia a fianco alla mia che, guardandomi con aria benevola, mi disse che la mag-gior parte di quelle persone era lì per l’esame del sangue prima della chemio. Mi sentii come una bambina colta in flagrante, dovevo avere proprio l’aspetto di quella che era lì per la prima volta. A quel pen-siero mi feci pena pure io, quasi, da sola. Alle 8.30 cominciarono le chiamate: assegnavano un numero, ordine di precedenza, e un colore che corrispondeva a un oncologo, per questione di privacy dicevano. 8 rosso. Sembrava un numero alla roulette. Immaginavo l’infermiere travestito da croupier che sibilava ai giocatori trepidanti rien ne va plus, faites vos jeux! E noi tutti con gli occhi fossilizzati su quella pallina nella speranza che il nostro numero fosse chiamato, salvo poi materializzarsi la curiosa preghiera sul tabellone led a caratteri rossi, pure quelli. Venni chiamata alle 9.15 dalla caposala, ed essendo la prima visita mi fece entrate dal primario. È davvero bizzarro il mec-canismo con il quale la nostra mente reagisce agli stress emotivi: o ri-  muove tutto o ricorda ogni cosa fin nel minimo particolare. Le attese, che in precedenza non avevano mai suscitato alcuna emozione all’in-fuori della semplice irritazione e impazienza, si dilatano divenendo il momento ideale per osservare con precisione chirurgica tutto un microcosmo concentrato all’interno della stanzetta di un ambulato-rio ospedaliero. Sette poltrone che diventavano un universo. Dopo il colloquio con il primario e la vista delle analisi del sangue che avevo fatto qualche giorno prima e che sapevo di dover portare, fu deciso il mio protocollo. Come un giudice che esprime la sentenza di fronte all’imputato, così decise che si sarebbe dovuto procedere: sei cicli, uno ogni ventuno giorni, con tre chemioterapici Cis Platino, Taxotere 80, Xeloda, i primi due per endovena in ospedale, il terzo in compres-se, quattro al giorno per cinque giorni a casa. Gli effetti collaterali ai quali andavo incontro erano: nausea, vomito, astenia, alopecia (mi chiesi quanto potesse essere terribile il cocktail di farmaci da essere capace di distruggere in così poco tempo una intera compagine), di-minuzione delle cellule ematiche, ulcere nella cavità orale e dolore.

Cis Platino, Taxotere 80, Xeloda.

I miei prodi cavalieri, pronti a disperdersi nei meandri delle mie vene e a sacrificarsi per la distruzione del mostro malefico che vi-veva nel mio corpo. Cominciai la terapia verso le 10.30, con l’in-fermiera che armeggiava sul mio avambraccio alla ricerca di una vena; mi sembrava un po’ in difficoltà, ma io ero troppo impegnata a combattere mentalmente il mio terrore per gli aghi per poterle dire qualcosa. Sentivo già le lacrime pronte a lanciarsi fuori dagli occhi, come quegli sciatori, durante le gare, che allo sparo dello start spin-gono quanto più forte sulle gambe per lanciarsi sulla pista. E alla fine arrivarono, grosse, copiose, irrefrenabili. Mentre io volevo scompa-rire dentro quella poltrona, sciogliermi e confondere con quella pelle marroncina scolorita e scrostata ai bordi da tutti quelli che, come me, si erano ritrovati impotenti e incatenati fra le sue braccia.

«Le sto facendo male, signora? Mi scusi, onestamente non cre-devo, ma non credevo nemmeno che avrei trovato difficoltà in un braccio cosi esile come il suo.»

La bocca serrata, i denti conficcati nelle labbra per impedire che cominciassero a tremare, ero troppo concentrata a trattenere quelle fottute lacrime che mi fregavano ogni volta per poter rispondere in maniera adeguata a quella stronza che trafficava con l’ago nel mio braccio. Che poi, magari, stronza non lo era per niente, ma in quel momento se avessi potuto mettere tutti contro un muro, medici, in-fermieri, ausiliari, e poter aprire il fuoco lo avrei fatto, solo per il fatto di trovarsi lì, in quel luogo, in quel momento. E poi dicono che la malattia faccia impazzire. In realtà si potrebbe impazzire alla sola idea di avere un cancro. Figuriamoci io che avevo tanti di quei simpatici figli che mi scorrazzavano dentro il corpo.

Feci cenno di no con la testa all’infermiera.

«Non badi molto alle mie lacrime, è la tensione. Credo.»

«La prima volta succede spesso, non è la prima che vedo sa? E purtroppo nemmeno l’ultima credo. Non pensi che tutto questo ci lasci indifferenti, perché, se pure le poltrone potessero parlare, piangerebbero anche loro, dico davvero, per tutta la sofferenza che hanno visto passare sulla loro pelle. E a noi si chiede di essere, come quelle poltrone: mute e indifferenti, perché l’unico modo vero nel quale possiamo aiutarvi è fare al meglio il nostro lavoro. E per quan-to riguarda le sue disgraziatissime vene, mi creda, per molti pazienti trovare la vena è davvero un problema, alcuni hanno quindi il port, un presidio impiantabile usato per infondere farmaci direttamente nel circolo sanguigno.»

Da non crederci: mi aveva distratto. Le lacrime si erano fermate e non mi ero nemmeno accorta che avevo pure cominciato la prima flebo.

«Cos’è questo coso di cui parla? Il port, insomma.»

«Oh! è davvero una cosa semplice che può risolverle un mucchio di fastidi! È dispositivo è formato da due elementi fondamentali: il reservoir, o “camera”, per dirla in gergo tecnico, che è un picco-lo serbatoio di circa tre centimetri, con una parte rialzata chiamata “setto” con una membrana dove s’inserisce l’ago; poi c’è il catetere venoso centrale, che è un tubicino flessibile, collegato al port, che serve a infondere il farmaco direttamente nel circolo sanguigno at-traverso una grossa vena.»

«Non sembra una cosa semplice spiegata in questa maniera.»

«Allora mettiamola così: glielo faccio programmare in chirurgia prima del prossimo ciclo e lei non si accorgerà nemmeno di come glielo anno messo.»

«Se lo dice lei…»

Del port, o di come diavolo si chiamasse quel coso, ci capii ve-ramente poco o nulla: troppo tecnicismo per una che fino al giorno prima lottava contro gli aghi delle siringhe. Volevo finire e andar-mene. Non volevo più niente. Ma non avevo nemmeno la forza di parlare, volevo che mi lasciassero lì, su una di quelle nove poltrone, in quella stanzetta alquanto affollata, con un flacone contro vomito/ nausea, seguito da uno di ferro per curare un po’ di anemia, un diu-retico, una soluzione per recuperare i sali perduti, il chemioterapico Pt 70, un antistaminico per evitare che il Taxotere 80 provocasse allergia. E alla fine una bella soluzione per il lavaggio della vena. Se poi avessero trovato un modo che quel cocktail di farmaci mi facesse anche il lavaggio del cervello, avrei accettato pure quello. Fino a quel momento ero solo riuscita a fare il lavaggio del gabinetto a causa del diuretico. In uno di quei continui andirivieni fra il mio sudario e il bagno avevo notato che c’era un’altra stanza più piccola per la chemio, con sedie e lettini.

«Quella è riservata per i bambini.»

Non gliela avevo nemmeno fatta la domanda. E forse avrei prefe-rito non saperlo nemmeno. Mentalmente, per la prima volta, ringra-ziai quell’indifferente del caso per aver colpito me con la malattia; perché, se una sofferenza del genere fosse capitata a mia figlia, avrei potuto diventare davvero una pazza furiosa. Ci sono cose che sono davvero intollerabili. E per una madre assistere impotente al sup-plizio di un figlio, o addirittura sopravvivere a esso è quanto di più innaturale e spaventoso possa esistere al mondo.

Quella prima seduta terminò verso le 15.30, con un altro collo-quio con la caposala e il primario per gli ultimi consigli, compresi quelli sulla mia alimentazione. Alimentazione. Ora, digiunavo da due giorni, dal momento che nuovi studi avevano affermato che la chemioterapia funzionava meglio perché le cellule sane riposano in uno stato di ibernazione in attesa di nuovo nutrimento, mentre quelle malate diventavano più vulnerabili, destabilizzandosi e indebolen-dosi perché non sopravvivono al digiuno: ero esausta, stanca e in ogni caso affamata; parlare di cibo era davvero crudele, porca vacca! E poi cosa diavolo mi poteva interessare di non poter mangiare il pompelmo perché il suo succo poteva bloccare l’azione di enzimi importanti per l’assorbimento e il metabolismo di alcuni farmaci, e in questo modo ridurne l’efficacia. Che schifo, così amaro e aspro, poteva pure scomparire dalla faccia della terra per me. Volevo solo andarmene dopo una seduta così lunga, passata fra persone scono-sciute accomunate da uno stesso male, tante donne che sembravano quasi tutte mie coetanee. Chissà se anche loro avevano figli. Chissà se anche loro avevano stimolato un piano di azione folle come il mio. Chissà quante di loro avevano raccontato a coloro che amavano la malattia. E chissà quanti di questi erano stati capaci di rimanere a fianco a quelle donne per sostenerle, consolarle. Amarle, nonostante tutto. Nonostante la malattia, la bruttezza, l’irascibilità. Nonostante la cuffia refrigerante che aiutava a non perdere i capelli.

Le donne.

Davvero penso che facciamo parte di un universo proprio a sé stante. Ci lasciamo investire da tutto quello che vita, destino, caso, ci buttano addosso, trascinandoci addosso il fardello, che siano ma-lattie, lutti, dolori, uomini sbagliati, umiliazioni, senza dare segni di cedimento. Per poi fermarci un attimo, risollevare la testa, scuoterci, come si farebbe per togliersi di dosso qualche insetto fastidioso, e ripartire, a testa alta. A occhi asciutti. Molto spesso senza aspettare che qualcuno ci lanci un salvagente.

La dignità è la nostra salvezza.

XVIII

I dolori che provavo erano indescrivibili.

Erano passate sì e no due settimane dal ciclo di chemio e ne man-cava una dal nuovo ciclo, erano cominciati i dolori: era come se mi stessero pugnalando di continuo al tronco e non riuscivo a trovare pace né se stavo in piedi, perché era come se avessi una palla incan-descente che bruciava all’altezza del fianco sinistro, né se provavo a distendermi, perché venivo assalita da atroci crampi addominali che spesso culminavano in coliche improvvise, durante le quali mi ero pure quasi abituata alla vista del sangue. Fegato e intestino erano completamente andati ormai; chissà quanto ci avrei messo ad andar-mene anche io. Avevo cominciato a imbottirmi di antidolorifici a dosi che non prendevano minimamente in considerazione il bugiardino e che quindi spesso mi provocavano nausea e vomito; la maggior parte delle volte dormivo seduta; “sindrome dell’addome e della pelvi con-gelati”, questa era la descrizione fornitami dal dottore quando Anna mi aveva accompagnata di corsa al Pronto soccorso perché impotente sul da farsi e perché ormai il dolore sopravviveva a tutti gli antido-lorifici: era dovuto all’invasione neoplastica dei visceri dell’addome superiore e del peritoneo e dei muscoli nella parete dell’addome e quando mi avevano palpato il tronco per visitarmi avevo cominciato a piangere tanto era insopportabile. Davvero in certi momenti ci si augura addirittura la morte pur di non soffrire. Solo il pensiero di Gioia mi teneva aggrappata con disperazione ancora alla vita: non mi sarei mai rassegnata all’idea di dover abbandonare mia figlia; l’e-goismo materno prende sempre il sopravvento nei momenti peggiori della nostra vita. E in fondo al mio cuore coltivavo anche un’ultima speranza: rivedere ancora qualche volta Andrea, quel suo sorriso me-raviglioso, quei suoi occhi profondi che mi guardavano con passione, con intensità. Con amore. Su quel lettino al Pronto soccorso tenevo gli occhi chiusi e mentalmente seguivo il percorso che gli antidolori-fici compivano dalla flebo alla mia vena, nel tentativo di far leva sulla mia forza di volontà e cercare di reagire al dolore. Chissà che intru-glio ci avevano messo lì dentro, di sicuro almeno qualche oppioide minore: speravo che oltre a farmi stare meglio mi regalasse una sana allucinazione che mi distraesse dal pensiero fisso delle stilettate nel corpo; sempre a occhi chiusi tornavo con la memoria ancora ai giorni di Londra, ad Andrea, alle sue mani leggere sul mio corpo e di nuovo quelle maledette lacrime cominciavano a pungere dietro le ciglia, fin quando avvertii una carezza sul mio viso e riaprii gli occhi ormai lucidi e quello che vidi mi fece davvero credere che gli oppioidi mi avessero provocato le allucinazioni.

«Andrea.»

«Sssh, non parlare, chiudi gli occhi e riposati.»

«Che ci fai qui?»

«Mi ha avvisato Anna.»

«Come diavolo le è venuto in mente? E come diavolo ti ha rin-tracciato.»

«Credo che sia molto più intelligente e furba di quanto tu pensi.»

«Aspetta che mi riprenda e me la mangio viva.»

«Ma chi mangi tu, stai buona. Pensa a riprenderti che ti voglio fuori di qui presto: ho ancora qualche sorpresa in serbo per te.»

«Non rientra nei nostri patti che tu mi veda in queste condizioni.

Sono io che detto le regole ricordi?»

«A me piace trasgredire.»

«Smettila. Sono ridotta una larva e se prima potevo sperare di attrarti ancora un poco credo che in queste condizioni ho perso tutte le speranze. Vattene via, per favore.»

Con uno sforzo immenso mi girai sul lettino e gli diedi le spalle; in tutta risposta lui appoggio il viso sul mio braccio e con la mano continuò ad accarezzarmi le guance e la fronte. 

«Sei sempre bellissima, stai male adesso, è normale che tu non sia al meglio, ma appena gli antidolorifici faranno effetto ci penso io a ricordarti quanto mi piaci.»

«Non sono neanche dell’umore adatto per credere alle puttanate, non credo riuscirò più a stare meglio quindi non è il caso che ti senta in dovere di starmi vicino, ritieniti licenziato.»

«Non mettermi in disparte, o potrei pensare di vendicarmi.»

«E come? Sono un rottame, non c’è più niente che possa distrug-germi.»

«Potrei pensare di amarti finché io avrò vita, allora sì che, ovun-que andrai, avrai il rimorso di avermi cacciato dalla tua vita.»

E le lacrime bastarde vennero giù senza alcun freno, non le riu-scivo a fermare per quanto mi mordessi le labbra fino a quasi far-le sanguinare; dovevo riacquistare un minimo di dignità davanti a quell’uomo.

«Non sentirti in dovere di dirmi cose per farmi stare meglio. La cosa più bella del nostro rapporto è stata sempre la nostra franchez-za, sei stato l’unica persona, insieme ad Anna, a sapere della mia malattia perché io avevo bisogno di qualcuno con cui essere del tutto sincera senza rischiare di ricevere solo compassione; la mia famiglia non sa nulla, mia madre non sa nulla, mia sorella continua a ignorar-mi come prima e se sapesse del mio cancro la costringerei a fingere un interesse nei confronti della sorella che non prova. Mio marito l’ho tradito come un’infame per farlo scappare e non fargli assistere al mio sfacelo. Ho il terrore di quello che succederà a mia figlia dopo la mia morte. L’incanto si è spezzato ormai e la miseria di quello che ho combinato mi appare bella chiara.»

«Sarei ipocrita a dirti che non mi ha fatto comodo all’inizio la situazione, ma proprio in virtù della nostra chiarezza sarei altrettanto ipocrita a non dirti che ora c’è dell’altro. Dici che devi morire, va bene, forse me ne farò una ragione, ma perché vuoi impedirmi di star-mi vicino se è quello che voglio ora? E non dirmi che tu non lo vuoi: ho imparato a leggere i tuoi gesti più che ad ascoltare le tue parole.»

«Fai quello che vuoi, ora. Io non ho la forza in questo momento per reagire a niente perciò, davvero, fa quello che vuoi.»

E fece davvero quello che voleva, in barba a tutte le regole e le convenzioni: in quella stanzetta nell’astanteria del Pronto soccorso, in attesa che trovassero un posto per ricoverare la povera moribonda, Andrea si sdraiò sul lettino insieme a me, cingendomi la vita con un braccio e con l’altro continuando ad accarezzarmi, così come si fa con un bambino quando ha paura del buio e lo si vuol tranquil-lizzare che le ombre che si muovono dentro l’oscurità non hanno niente di minaccioso. Prima o poi sarebbe entrato un infermiere e lo avrebbe cacciato a male parole, ma fino a quel momento volevo lasciarmi cullare da quelle mani, quelle braccia, da quella tenerezza tutta. Volevo che quell’amore mi si infondesse nella pelle e lenisse i miei dolori insieme alle medicine, volevo imprimere anche quel ri-cordo nella mia memoria. Non avevo idea di come si morisse, ma se dovevo scegliere come passare gli ultimi istanti della mia vita avrei voluto che mi scorressero avanti tutti i ricordi più belli della mia vita: tutti gli amori che avevo creduto sarebbero durati per sempre, il giorno del mio matrimonio, mentre scendevo di corsa dall’auto, in ritardo tremendo, per raggiungere il mio futuro marito all’altare, il momento in cui avevo scoperto di essere incinta, con un test di gravidanza nel bagno dell’ufficio, il primo pianto disperato di mia figlia appena nata e la vista di quegli occhietti spaventati e sgranati che mai più avrei dimenticato, la delusione nel comprendere che gli amori finiscono e la sorpresa nella scoperta che si può amare di nuo-vo, la mia prima amata moto, le mie cadute catastrofiche. Andrea, le sue braccia, il suo calore, il suo sorriso, Londra. Il suo amore.

Non lo sapevo com’era morire. Non credo potrò  raccontarlo.

XIX

Se stavo sognando voleva sicuramente dire che non ero ancora morta. Le voci mi arrivavano come ovattate però distinguevo bene le parole: due uomini che parlavano delle mie condizioni di salute; na-turalmente quella che sicuramente era la voce del dottore non stava dando speranze all’altra voce. Aprii gli occhi di scatto.

«Ferdinando.»

«Annalisa, come ti senti?»

«Oddio, che ci fai pure tu qui? Dov’è Gioia?»

«È con Anna a casa, le ho dato il cambio. Lo sai che è stata tutta la notte in ospedale? Sei fortunata ad averla incontrata.»

«Io lo so. Te lo ha detto lei di venire?»

«Pensi davvero che sia così stronzo da essere contento del fatto che stai male? Forse ieri presa dal dolore neanche ti sei resa conto che mi aveva chiamato per farmi tenere la bambina.»

«Hai parlato con il dottore?»

In tutta risposta prese una sedia e si sedette vicino al letto e mi prese le mani fra le sue; io lo guardai, un po’ spaventata, per quello che avrebbe potuto dirmi, per come avrebbe potuto giudicarmi, lui mi guardò negli occhi e quello che vidi non fu né giudizio né rimpro-vero: dolore. Dolore vero, dolore puro, dolore assoluto.

«Ma davvero hai pensato di voler vivere tutto questo da sola? Davvero pensavi di potermi escludere così dalla tua vita? Io non posso dire di sapere cosa stai provando in questo momento, ma pos-so comprendere che sapere una cosa del genere possa mandarti il cervello in pappa; non voglio giudicare più niente di quello che hai fatto in questi ultimi mesi, non me ne frega niente. Voglio poter re-stare al tuo fianco adesso e per il tempo che ci rimane, voglio soste-nerti, voglio poterti confortare. Voglio poterti curare. E voglio essere libero di esprimere il dolore che provo anch’io, voglio il diritto di essere incazzato con il destino per aver deciso di lasciare mia figlia senza una madre ora che è ancora così piccola, buttare tutto quello che trovo davanti all’aria e spaccare tutto; e voglio sentirmi libero di piangere davanti a te perché soffro anch’io. Come hai davvero solo potuto pensare che bastasse così poco per liberti di me?»

«Io, io non ti so dare le risposte che vuoi, Ferdinando, ho fatto quello che testa, o cuore, non lo so, mi hanno suggerito. Ti ho amato tanto eppure adesso seguirei Andrea fino in capo al mondo se solo ne avessi la forza. Ti voglio bene e mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. Se ci ragiono non volevo lasciarti con un cattivo ricordo di me, ma non volevo ricevere pietà da nessuno, nemmeno da te e non volevo che nessuno, nemmeno mia madre, mia sorella, sapessero del cancro.»

«Annalisa, qualunque problema tu abbia con loro, sono sempre la tua famiglia: tua madre ti ha messa al mondo, sei madre anche tu, dovresti sapere cosa significa anche solo il pensiero che tua figlia stia per morire. Davvero credi che tua sorella, che è carne tua, se ne possa fregare? Io credo che sia stata la paura a farti ragionare e rea-gire così; è normale, credo che succederebbe a tutti, ma adesso devi permettere agli altri di aiutarti, siamo quasi arrivati alla fine della storia, cerchiamo di dargli un finale meno rabbioso, per favore.»

«Ti prego, va’ a casa, vai da Gioia, ha bisogno della presenza di almeno uno di noi due; io qui sono in buone mani non ti preoccupa-re, ne riparliamo non appena mi sentirò meglio e mi dimetteranno, ma tu per favore, vai da Gioia a casa. E ringrazia Anna per me, lo so che quello che ha fatto lo ha fatto in buona fede, senza la reale volontà di contraddirmi; rassicurala: lei è così sensibile.»

«Ha tirato fuori una grande forza in questo momento.»

«Lo so, è speciale. Ma ora vai.»

Le sue mani indugiarono ancora qualche secondo nelle mie, poi si alzò dalla sedia, mi diede un bacio sulla fronte e si fermò di nuovo a guardarmi negli occhi; gli vidi le pupille tremare prima di girarsi e attraversare la porta della stanza. Io rimasi a guardare il soffitto: un bianco un po’ ingiallito con accenni di umidità ai quattro angoli, i grandi neon che contribuivano a dare a tutti un giallore del viso artefatto; i finestroni serrati con le tapparelle abbassate a non per-mettere di entrare neanche a un solo spiraglio di luce naturale e poi il silenzio interrotto solo da qualche colpo di tosse nel corridoio e dal rumore delle rotelle delle barelle. Sul comodino affianco al bicchie-re dell’acqua c’era un beauty, Anna doveva aver pensato davvero a tutto; cercando di far attenzione al braccio con la flebo e con grande fatica mi sporsi a prenderlo e tirai fuori uno specchio: le guance sca-vate, le occhiaie verdastre, il grigiore del viso, a stento riconoscevo in quel volto quello della donna che ero stata; passai la mia mano scarna a sfiorarmi il viso, scendendo sul collo dove la pelle quasi trasparente faceva intravedere il reticolo dei capillari fino al petto e alle scapole sporgenti, data la scarsa percentuale di grasso che mi era rimasta nel corpo. Un sorriso amaro mi comparve a un angolo della bocca: per tanti anni avevo tenuto sotto controllo il peso per la paura di ingrassare e ora a stento mi rimaneva la pelle sulle ossa; se mi avesse visto mia madre, chissà cosa avrebbe pensato: più di due mesi che non vedevo né lei né mia sorella adducendo ogni volta una scusa diversa; di sicuro ero riuscita nell’intento di rendermi de-testabile. Ora che però vedevo sempre più vicina la fine cominciavo a chiedermi se aveva davvero un senso quello che facevo: valeva la pena allontanare chi amavo perché la rabbia verso un destino che non riuscivo ad accettare mi aveva completamente accecato? Loro mi avevano cercato tante volte, tutte le settimane, io mai, troppo presa a cercar di vendicarmi.

Vendicarmi di chi, poi.

Ho dato tante di quelle giustificazioni al mio comportamento… Perché mi sentivo in diritto di godermi gli ultimi momenti della mia vita solo ed esclusivamente come io volevo: il principio di per sé non era sbagliato, ho sbagliato i modi, i tempi e ho finito per coinvol- gere nella mia spirale di rivalsa tutti gli ignari. Eppure avrei dovuto capirlo che non ero io ad avere il telecomando in mano, anzi, ero la prova vivente che non siamo che burattini nelle mani del caso, mentre io invece cercavo di piegare gli eventi in mio volere. Quella faccia terrificante che vedevo riflessa nello specchio era la mia, quel-la stessa faccia che sia Ferdinando che Andrea avevano dichiarato di amare anche ora che non aveva più traccia dell’antica bellezza; possiamo cercare di allontanare da noi le persone quanto vogliamo: l’amore è il collante più forte di qualunque volontà perché chi ci ama irrimediabilmente tenderà a starci vicino, a costo di farsi umiliare dalla nostra sufficienza. E quanto è meraviglioso, bello, appagante, rendersi conto di essere amati; l’unica vera fonte di felicità è il pren-dere coscienza di essere sufficientemente corrisposti in amore. Non tutti però sono in grado di dimostrarlo allo stesso modo, allora noi dobbiamo essere più bravi a intuire nei gesti, fra le pieghe di un sor-riso, nelle strette di mano, l’intensità dei sentimenti che ci riguarda-no. Mia madre era vecchia e malandata, la vita se la teneva appesa a un filo sottile sottile, che poteva spezzarsi anche solo con un alito di vento, eppure era talmente forte la sua volontà da rimanerci attaccata alla sua di vita con le unghie e con i denti: lottava ogni giorno e io, tutta concentrata sul mio disastro, avevo dimenticato anche questo. Non volevo lasciarmi andare via senza un ultimo abbraccio fra le sue grosse braccia. Non volevo lasciarmi andare via senza un ultimo sor-riso regalatomi. Un abbraccio e un sorriso. Le grosse braccia di mia madre. Potevano contenere il mondo. Potevano contenere me tutta.

Per la prima volta volevo implorare alla malattia di fermarsi un attimo, giusto il tempo di recuperare qualche ora con mia madre. Ma ormai non avevo più il controllo su quella cosa e non c’era nes-suna speranza di regressione: potevo solo sperare che il destino mi concedesse qualche giorno di vita in più; avessi potuto rinchiudere ognuno di loro in una palla di vetro da poter guardare nei momenti di malinconia lo avrei fatto, intanto avrei chiesto a ognuno di loro, ad Andrea, a Ferdinando, a mia madre e a mia sorella di donarmi

qualcosa di loro da portar con me nel luogo dove ero destinata. Mai, dico mai, mi sarei rassegnata all’idea del nulla oltre la morte.

L’infermiera entrata nella stanza interruppe lo scorrere di quei pen-sieri e le rivolsi un sorriso di pura gratitudine mentre mi liberava dalla flebo ormai finita; i dolori c’erano ancora, ma erano sopportabili.

«Come si sente?»

«Come se fossi stata investita da un tir, si può dire?»

«Si può dire, si può dire.»

«Abbiamo finito con le flebo?»

«La devo preparare per la tac con contrasto.»

«Ci sono problemi?»

«Ora arriva il dottore, signora, e le spiega.»

La guardai con ansia mentre usciva dalla stanza e alla sua figura si sostituì quella del medico, il mio medico ormai, che entrava al suo posto.

«Meglio?»

«Diciamo.»

«Le stiamo per fare una tac con contrasto.»

«Perché, dottore?»

«Lei aveva metastasi a fegato e intestino sulle quali non è stato possibile intervenire chirurgicamente, la chemioterapia avrebbe do-vuto bloccare lo sviluppo tumorale, ma a questo stadio è comunque difficile.»

«E?»

«Temo la compromissione polmonare.»

«Se fosse così, dottore, per favore, me lo dica subito, non mi nasconda nulla.»

«Non ne dubiti.»

«Grazie.»

Mi sorrise e prima di andarsene mi diede una stretta sulla spalla, come a infondermi una forza che non avevo. Non avevo più.

XX

Uscendo dal portone dell’edificio mi sollevai il collo del cappotto e calai bene sulle orecchie il cappello; il vento spazzava via le foglie facendo loro descrivere dei piccoli vortici per poi farle riprecipitare per terra. Ero stata dal notaio a consegnare il mio testamento ologra-fo: non era stato necessario che lo redigessi davanti a lui, ho scritto semplicemente di mio pugno, su carta semplice e indicando la data, le mie volontà per Gioia; volevo che quel poco che possedevo fosse tutelato per esserle consegnato dopo la maggiore età: sarebbero pas-sati almeno sedici anni, del mio corpo sarebbe rimasta solo cenere. Avevo concluso tutto quello che dovevo fare e mi sentivo molto più leggera senza l’ansia che mi fosse successa qualcosa prima del te-stamento. Ero anche stata da mia madre e la sua reazione di dolore dignitosa mi aveva piacevolmente sorpreso; le avevo parlato in tutta tranquillità, manco la cosa non riguardasse me, mentre era seduta sulla sua poltrona a guardare la televisione.

«Mamma, ti devo dire una cosa.»

«Se intendi il fatto che hai lasciato tuo marito io l’ho sempre sa-puto che non era l’uomo per te.»

«Scusa?»

«Tu sei una finta burbera, figlia mia; sei un tipo taciturno alle volte, ma sei affettuosa: da bambina stavi sempre a chiedermi carez-ze e bacetti, sembravi una mendicante di affetto, ma la felicità che esprimevi sul quel visetto era meravigliosa.»

«Ma veramente non mi ricordo che tu elargivi così spesso affetto.»

«Eri piccola, che vuoi ricordare, ma ti posso assicurare che è stata tua sorella quella ad averne sofferto di più: lei non è mai stata brava né a pretendere né a dispensare gesti affettuosi, anzi.»

«Comunque, non era del mio matrimonio che ti volevo parlare.»

«E di che cosa?»

«Ecco…»

«Riguarda il tipo per cui hai lasciato tuo marito, allora. Annalisa, tutte le mamme vogliono la felicità dei propri figli; io la mia vita l’ho vissuta ormai e quindi vorrei che tu ottenessi quello che prefe-risci…»

«Mamma!»

Smise di armeggiare con quel benedetto telecomando per rivol-gere finalmente tutta la sua attenzione a me.

«Ho un cancro. Terminale.»

Si coprì il volto con le mani quasi che nascondere la mia vista le impedisse almeno un po’ l’orrore di quello che le avevo detto: non doveva essere semplice per qualcuno come lei, che aveva sempre declamato ai quattro venti la sua prossima dipartita, che poi non av-veniva mai, rendersi conto che sua figlia, alla quale aveva appena prospettato un futuro sereno, quel futuro non ce l’aveva proprio: il suo era un dolore misto fra quello per la perdita di una figlia e la delusione per esser stata sorpassata, quasi le avessero tolto la scena. Poi le lacrime che cominciarono a sgorgarle dagli occhi la resero più umana. E io mi sentii un po’ stronza.

«Oh mio Dio! Non è possibile, non è possibile. Tu, tu sei così giovane, non puoi. E poi Gioia, quella piccina, come farà senza la mamma? Io sono una vecchia invalida e ho bisogno di qualcuno che badi a me, non posso farlo io. Dio, ma perché diamine non vuoi me al suo posto? Capisco che non reggo il confronto, ma perché lei? Perché lei? Perché lei? Lo stesso destino di tuo padre, non è possi-bile. Perché non prendi me maledetto, che tanto io ho così poco da dare alla vita. Perché non prendi me, perché?»

Interruppi quell’invocazione staccandole quelle mani dagli occhi e costringendola a guardarmi: mi inginocchiai ai suoi piedi e lascia che mi accarezzasse il viso poggiato sul suo grembo, in silenzio, senza dire neanche più una parola. E mi resi finalmente conto di  quanto avessi bisogno dell’abbraccio di mia madre, per ricordarmi di nuovo com’era fatto e conservare anche quello nella mia memo-ria. Sarebbe andato tutto bene.

Sarebbe andato tutto bene.

Camminare sul marciapiedi era un piccolo percorso a ostacoli fra il dover scansare foglie e cartacce svolazzanti e il dover evitare gli escrementi di animali dai padroni poco civili, ma anche quell’inutile attività serviva alla mia mente per non farle fare più inutili giri di pensieri persino inutili anche solo al pensarli. Era finito anche quel tempo. Ora restavo solo in attesa, senza paura, perché quella avrebbe reso il momento più difficile. Un clacson attirò la mia attenzione e un uomo bellissimo, dal sorriso meraviglioso, mi fece cenno con la mano: era seduto, ma da come riempiva l’abitacolo si sarebbe det-to sul metro e novanta, con i capelli ricci dal castano dorato e con gli occhi che quel giorno erano verdi quasi smeraldo; la meraviglia di quegli occhi che passavano dal blu intenso al verde smeraldo a seconda del tempo mi colpiva e mi emozionava ogni volta come la prima volta.

«Mi scusi, signora, ma non ho potuto fare a meno di notare la sua bellezza luminosa in mezzo a tutto questo grigiore: potrei avere il piacere, l’onore di offrirle una bella colazione, magari a casa mia?»

«Oh, il piacere è tutto il mio.»

XXI

A un certo punto ci si deve arrendere. All’evidenza, alla realtà, all’in-vincibilità e all’ineluttabilità di quello che deve essere. Io ci avevo provato. Nessuno, a posteriori, avrebbe potuto recriminare la man-canza di reazione, la mia arrendevolezza: mi ero incazzata, avevo pianto, urlato, mi ero chiesta perché fosse capitato a me, di quale colpa mi ero tacciata per dover pagare un prezzo così alto, avevo scagliato cose verso l’aria, perché non avevo qualcuno di reale contro il quale prendermela, avevo reagito, mi ero curata, avevo fatto tutto quello che mi avevano chiesto. Non ho mai rinunciato, ma quello contro cui io lottavo è sempre stato più furbo di me, sempre un passo davanti a me. Come in una corsa di automobili in cui uno dei due gareggianti ha una macchina truccata e più potente: con ghigno meschino il baro rallenta per guardar dal finestrino a che punto ha seminato il nemi-co, lasciandogli la vana speranza che avrebbe potuto raggiungerlo, quando invece, non appena intravisto dallo specchietto retrovisore, con una sferzata violenta all’acceleratore lo liquida definitivamente. Solo che in quelle occasioni non ero mai io ad avere l’auto migliore. Ed ero sempre io quella lasciata indietro fra deserto e polvere.

Era una settimana che percorrevo ogni giorno quella strada, quel-la striscia grigia di asfalto che si srotolava sotto le ruote della mia macchina come della carta igienica. Finiva esattamente nello stesso punto ogni giorno, ma era il punto preciso dove io volevo che fi-nisse. A casa di mia sorella. Solo che tutto si esauriva lì: superavo il cancello della villa, svoltavo a destra e parcheggiavo nello spiaz-zo non asfaltato di terra gialla, il più lontano dalla strada, in modo che la mia macchina non si identificasse da lontano, il più vicino al mare. La prima volta non era stata volontaria: l’intenzione era proprio quella di andare da mia sorella; dopo il colloquio con mia madre, l’era era l’unica che mi era rimasta in sospeso. Il mio piano di occultamento era miseramente fallito e ormai giocavo a carte sco-perte con tutta la mia famiglia. E con Andrea. Ma non con Teresa, no, con lei era come se il conto da regolare fosse doppio; eppure non riuscivo davvero a identificare cosa mi trattenesse, a individuare il punto preciso dove quel filo si era spezzato e ago e stoffa della nostra simbiosi fraterna si fossero definitivamente strappati. Ci ero andata di proposito a casa sua, in quella villetta sul mare che avrei sempre voluto ereditare io, dove un tempo viveva nonna Teresa, che invece aveva preferito donarla a chi portava il suo stesso nome. Quello era stato uno degli svantaggi più grandi di non essere la figlia maggio-re: non ricevere in successione il nome della nonna e nemmeno la casa tanto amata, affacciata su quella scogliera da dove tante volte si era tuffata da bambina, superando la paura di quelle acque profon-de ma sincere, perché talmente trasparenti da lasciarti intravedere il fondo. Anche quel giorno alla fine aveva vinto lui, il mare, con il suo richiamo troppo attraente per non sedurre. Avevo lasciato che i piedi camminassero nudi su quel terreno umido, terra mista a sabbia fine che si incollava e incastrava fra le dita, e avevo preso posto su uno scoglio piatto. Persino i pensieri potevano diventare rumorosi e invadenti in un luogo dove gli unici autorizzati a parlare erano il vento, che planava sull’acqua e increspava le onde, trapassava tutte le fenditure di quegli scogli e veniva a sussurrare fra i miei capelli, e il mare, che scandiva a tempo ritmico la sua presenza infrangendosi sulle rocce nere e porose, alcuni giorni quasi accarezzandole, altri, in competizione con il vento forse, sferzava schiaffi violenti e schiu-mosi, quasi a ribollire di furia.

E i miei, di pensieri, di rumore ne facevano tanto. Troppo.

Non c’era stato uno solo di quei giorni che non avessi avuto buo-ne intenzioni, i giusti propositi, eppure, neanche avessi un campo magnetico sotto la macchina, puntualmente emettevo la stessa me-desima manovra a destra. E proprio mentre mi ripromettevo di fare un ultimo sforzo e riuscire a varcare quel cancello, mi accorsi di quella presenza. Prima della sua ombra mi arrivò il suo profumo, lo stesso da decenni. Segno di riconoscimento. Chissà se immaginava che avrei potuto riconoscerla a distanza solo dal suo profumo.

«Quest’estate c’era sempre una bambina qui, una famiglia che sostava con il camper proprio in questo piazzale, che mi ricordava un sacco te: ogni giorno infilarsi maschera e pinne era un rito sempre uguale; si sedeva proprio su quello scoglio dove sei tu adesso, riem-pita e svuotava la maschera di acqua di mare almeno tre o quattro volte prima di infilarsela, si bagnava i piedi e si metteva le pinne; poi si dava lo slancio sulle mani, camminava come un palmipede mal-destro fino al nostro trampolino, si calava la maschera sugli occhi e si tuffava a bomba nell’acqua. Non cambiava mai schema. Mai. Ammetto di aver pregato che da grande non diventi una maniaca del controllo pure come te.»

«Il nostro trampolino.»

«Sì, quello scoglio largo e piatto che arriva giusto a dieci centi-metri sotto l’acqua prima che se ti tuffi te ne trovi già almeno tre.»

«Lo so benissimo qual era il nostro scoglio.»

«Ah! Lo dicevo così per fare due chiacchiere e rompere il ghiaccio.»

«A cose rotte stiamo già bene noi due.»

«Già. Per la prima volta in tutti questi anni sono d’accordo con te. Perché vieni sempre qua e mai una sola volta, dico, una sola volta, hai buttato il dito su quello stramaledetto citofono? Io ancora non ho capito bene perché ce l’hai tanto con me, ancora non ho capito veramente cosa mai ho potuto farti per essermi guadagnata il tuo disprezzo.»

«Io non ti disprezzo, Teresa, forse mi sei diventata quasi indiffe-rente.»

«Usi le parole che ti escono dalla bocca per ammazzare le perso-ne tu, e non lo so nemmeno se ti rendi davvero conto dell’effetto che producono. Sei un po’ crudele, Annalisa.»

«E non pensi che ne possa avere il diritto, adesso

«Porca puttana, Annalisa, nessuno di noi ha colpa del tuo cancro, maledizione.»

«Le notizie volano… Ah già! Ogni tanto dimentico il vostro vive-re in simbiosi, te e mamma…»

«Perché è questo il problema, vero? Pensi che il nostro rappor-to escluda te? Pensi che volontariamente abbiamo fatto in modo di escluderti quasi dalla nostra vita? Ma santa miseria, hai provato mai a farti uno stramaledettissimo esame di coscienza? Miss perfezione sempre pronta a giudicare, a criticare, sempre troppo presa dal suo lavoro per pensare di poter dare una mano, ma che dico una mano, un dito, a sua sorella che invece si sbatteva fra ospedali, ambulatori, dottori, asili, pediatri, scuola, casa, famiglia. No, da me era dovuto, invece! Perché, eh, dimmi un po’, Annalisa? Perché da me avrebbe dovuto essere dovuto? Non una volta, una sola stramaledettissima volta che dalla tua bocca fosse uscita una frase del tipo “hai bisogno di una mano?”, “Vuoi che la porti io mamma dal dottore?” Come pretendi, allora, di avere lo stesso rapporto di condivisione che inve-ce possono avere due persone unite da flebo e padelle? Ti sei sempre comportata come se la vita ti avesse tolto qualcosa ingiustamente e hai fatto sentire sempre noi come se fossimo responsabili di questa tua mancanza: ma cosa ti abbiamo mai tolto, Annalisa, cosa?»

«Forse ti sfugge un piccolo, piccolissimo particolare: io non so nemmeno se fra un mese ce l’avrò ancora una vita e, soprattutto, non ti dimenticare che io quell’unica figlia che ho non la vedrò mai affrontare il primo giorno di scuola, i primi amichetti, i primi amori, il primo fidanzato, nemmeno la soddisfazione di vederla trasformar-si in una donna. Niente, il niente assoluto. Quindi qualcosa me l’ha tolta il destino, e pure grossa.»

«Ma questo quando, Annalisa? Adesso. E pensi che io non te ne dia atto? Pensi che non ti dia ragione di essere arrabbiata, delusa, di aver voglia di rivalsa, di vendicarti? Pensi che questa cosa mi lasci indifferente, che non mi sia disperata pure io quando mamma mi ha

raccontato tutto, di non aver pianto, urlato, lanciato le cose per aria solo per sfogo? Avevo solo il desiderio di abbracciarti forte a me e rassicurarti come le tante volte che avevo fatto in cantina, invece tu non c’eri; hai deciso di punire pure me, di coinvolgere pure me nella tua ripicca e rinnegarmi pure quell’abbraccio.»

«Non lo capisci, invece, che era proprio questo che non volevo? Non volevo avere la vostra commiserazione, non volevo vedere la vostra disperazione, non volevo consolare il vostro dolore, perché bastavo io ad autocommiserarmi, bastava la mia di disperazione, ba-stava il mio di dolore. E se mi dici che sono stata egoista io ti rispon-do a testa alta di sì, perché questo è il momento di pensare solo a me stessa e nessun altro, perché non voglio nessuno che mi distragga dal mio obiettivo finale: ho talmente tante cose da sistemare prima che me ne vada da questa terra che non voglio portarmi addosso la sensazione, il rimpianto di non aver potuto fare tutto quello che mi ero proposta. Non venirmi a dire che non sono la prima e né sarò l’ultima a dover affrontare una prova così dura, lo so benissimo, ma è la prima volta per me. E anche l’ultima. Quindi quello che faccio adesso ha valore universale.»

«Però questo ti ha privata dell’amore, dell’affetto, del sostegno di chi ti ama. Come hai potuto pensare di escluderci in maniera così meschina dalla tua vita? Hai sottratto tempo prezioso che avremmo potuto passare con te, e quel tempo è già andato. Io, davvero, non ho parole per dirti altro, ho esaurito tutto il mio bagaglio di buoni pro-positi. Davvero, non avevo intenzione di infierire. Lo so che soffri, e tanto. Ma credimi, sto male anch’io: è come se mi avessero fatto a pezzi per togliermi qualche organo e mi fossi svegliata durante l’in-tervento. Li sento tutti armeggiare nel mio ventre mentre mi tirano viscere e budella…»

Qualcosa nella sua voce si era incrinato.

Il tono, fino a quel momento freddo e duro, aveva tremato, fino a spezzarsi. E a interrompersi. Come quando cammini nel silenzio più assoluto e d’improvviso pesti sotto i piedi un pezzo di cristallo: il crack dei vetri in frantumi ti colpisce e ti spaventa e si amplifica nelle orecchie fino a stordirti. Un singhiozzo. Poi un altro. E un altro ancora. Frastuono per i miei timpani. E fu solo in quel momento che mi girai verso quelle che era rimasta solo una voce mentre io fissavo il mare dritto davanti a me: i pantaloni della tuta troppo larghi e informi, di un marroncino chiaro tacciato in modo sparso da chiazzette più chia-re, ricordo di incontri ravvicinati con la candeggina, le ciabatte dalla suola consumata storta non propriamente pulite, il cardigan in lana grossa lungo fino alle ginocchia chiuso al petto dalle braccia coperte, la massa di capelli sempre più crespi e spettinati, esposti in maniera indegna al vento che li aggrovigliava senza ritegno. La testa bassa sul seno scosso da quei sussulti. E anche io riabbassai la testa. E tornai a riguardare il mare. Deglutii un paio di volte per schiarirmi la voce ed essere certa che il tono non smentisse, invece, alcuna incertezza.

«Questo, in realtà, era tutto quello che io volevo evitarvi: il do-lore. Il vostro, il mio, non volevo niente di tutto questo. Volevo sistemare le mie cose e andarmene senza fare troppo rumore, con quanta più dignità potesse esserci. Ma nel cancro non c’è un caz-zo di dignitoso: quando avrò un’altra crisi, peggiorerò di nuovo, mi ricovereranno in ospedale e assomiglierò sempre più a una larva; quando alternerò momenti di lucida follia per i dolori atroci, ad altri di torpore da assuefazione da morfina, dove avrò tempo e modo di pensare alla mia dignità?»

«Non dovrai essere tu a preoccuparti di questo, anche perché or-mai non te lo permetteremmo; nessuno di noi lo farebbe: né io né Ferdinando, né Anna né Andrea.»

«Chi ti ha detto di Andrea?»

«Ho parlato con Ferdinando.»

«Sembra che la mia vita sia un cubo di vetro dove possono sbir-ciarci tutti adesso.»

«Già. E in quel cubo di vetro vogliamo entrarci tutti quanti. Per-sino tua madre sembra ringiovanita trent’anni da quando ha comin-ciato la trasformazione in infermiera.»

«Dio me ne liberi, non ho cantine dove nascondermi adesso.»

Le braccia di Teresa erano sempre conserte al petto, per ripararsi dal vento, ma quelle che la facevano scuotere non erano più lacrime. Erano risate. Se la stava ridendo di gusto, l’infame. Almeno ave-va smesso di piangere. Ed ero riuscita a farla smuovere da quella posizione da carabiniere sull’attenti. Si sedette affianco a me, sullo stesso scoglio. E si mise a fissare pure lei il mare.

«Come hai fatto a vedermi?»

«Il primo giorno che sei passata davanti casa ero fuori a dare da mangiare al cane; lo faccio ogni giorno quasi sempre allo stesso orario, perché gli do gli avanzi del nostro pranzo: con tutto il cibo che sprecano i miei figli potrei sfamare un intero canile, non solo Cucky. Sei passata piano, io da dietro il cancello ti ho vista benissi-mo, tu no di certo perché le mangrovie chiudono la vista dall’estero; pensavo che avresti parcheggiato appena dopo, invece ho sentito un colpo all’acceleratore. Sono uscita sul cancello in tempo per veder-ti parcheggiare sullo spiazzo. È logico che da quella distanza non avrei mai potuto capire in nessun altro modo che eri tu, ma ormai ti avevo vista passare; se tu avessi invece girato lo sguardo indietro, non avresti potuto fare a meno di pensare che ero io quel puntino sul cancello. È logico che fossi presa da ben altro.»

«È logico, sì.»

«Appunto. A quanto pare non sei l’unica abitudinaria della fa-miglia, vedi? Quando poi ti ho vista passare pure il secondo giorno, allora ho capito che non poteva essere un caso. Sorella mia, devi am-mettere che tu sei proprio patologica quando si tratta di seguire or-dini e schemi; diventi talmente prevedibile che un altro poco e pure l’alternarsi di giorno e notte sembra un imprevisto al confronto.»

«Detto così sembra davvero una brutta cosa.»

«Per non parlare della tua lingua: com’è che quando parliamo io sembro sempre la solita confusionaria prolissa che ti travolge con un mare di parole senza senso e tu, invece, hai la capacità di liquidarmi in due secondi con frasi lapidarie?»

«A una la dovevano dare la capacità di sintesi.»

«Ecco.»

«Ecco.»

«E ora?»

«Ora che?»

«Ora, io e te, qua, insieme, a parlare, dopo che ci siamo scannate, dopo che per anni abbiamo dimenticato quasi di essere sorelle, dopo i dispetti, i silenzi, io e te, ora qua, di che stiamo parlando?»

«Non lo so. E comunque io non ho mai dimenticato che siamo sorelle.»

«Neanche io, Annalisa, neanche io, però è anche vero tutto il re-sto, tutto quello che ti ho detto all’inizio, io lo penso, penso che davvero dobbiamo cercare di capire a che punto ci siamo perse e per-ché, perché se vogliamo fare in modo di ricucirci insieme, dobbiamo pure capire dov’è che ci siamo strappate. Io non ti voglio perdere, non ora. E non mi dire adesso che tanto dovrà succedere, perché, sia quel che sia, fino a prova contraria, oggi, tu sei qui, e potrebbe essere il caso che possa capitare qualcosa a me anche fra un’ora. E tempo non ne voglio perdere più. Basta.»

«Certe cose succedono e basta. È inutile che stai a scervellarti e a perderci il sonno: succedono; meglio prenderne atto e andare avanti. Io e te abbiamo appena ammesso di esserci dimenticate l’una dell’altra per un bel po’ di anni. Anzi, non ci siamo propriamente amate, però non ha senso, ora come ora, scavare nelle nostre singole vite per capire le motivazioni di quello che ci siamo fatte l’un l’altra. Prendiamone atto e andiamo avanti. Ripartendo da qui.»

«Wow. La frase più lunga che tu mi abbia rivolto mai in tutti questi mesi. Devo prenderla come un buon segno. Che ore sono?»

«E che c’entra adesso?»

«Sono uscita di casa in pantofole. Vorrei sapere per quanto tempo ho compromesso la mia immagine con quel poco vicinato che ho attorno.»

«A parte che già il fatto che esci sempre con quel groviglio di capelli tutti arruffati ti rovina da sola la reputazione, direi che sei

compromessa per sempre, perché sono più di due ore che discuti e ti agiti come una pazza sulla scogliera in pantofole. Neanche a pensar-ci avresti potuto fare di meglio. Sono le 6 e mezza.»

«Porca vacca, dici sul serio? I bambini, maledizione! Li ho la-sciati soli a casa che facevano i compiti. Speriamo non sia successo niente che non me lo perdonerei mai. Vieni, alzati, andiamo, muoviti, alza quel culo minuscolo da quello scoglio, maledizione, andiamo!»

«Ehi! I tuoi figli hanno nove e dodici anni, non ti avranno di certo incendiato la casa!»

«Non dirle neanche per scherzo queste cose: muoviti, andiamo, che tanto non ti lascio stare ancora qua come una povera pazza esau-rita. Dai… dai!»

E mi alzai, con il sedere pieno di buchi degli scogli, tutto dolo-rante per l’obbligata immobilità, ma me ne accorgevo solo in quel momento, mentre guardavo mia sorella Teresa tendermi la mano per aiutarmi ad alzarmi. La afferrai e mi ritrovai subito in piedi; lei in-dugiò solo qualche secondo, poi mi tirò a sé e mi strinse forte, sus-surrando vicino al mio orecchio parole così basse che sembrava più volesse dirle a se stessa.

«È buia questa cantina, forse la più buia dentro la quale ci siamo mai nascoste: non c’è nemmeno un finestrino, uno spiraglio dal qua-le possa filtrare una sola striscia di luce. Ma se rimaniamo vicine, non potremo aver paura di perderci, pure senza riuscire a vederci. Ed è pure fredda, maledizione: di quel freddo che ti penetra nelle carni quasi come l’acqua si assorbe su un foglio di carta: le riempie tutte e le fa marcire. Ci terremo al caldo l’un l’altra. Tranquilla, Annalisa, finché resteremo qua dentro, ci penserò io a te. Fin quando non ver-ranno a tirarci fuori. Ci penso io a te. Io a te.»

XXII

Ero felice.

La felicità è una sensazione. Quel benessere che ti senti scivolare dalla testa fin giù nei piedi, o, al contrario, quel vigore che ti scuote dalla punta delle dita fino a quella dei capelli; quella sensazione di pienezza al cuore, che sembra che ti stia per venire fuori dal pet-to. Quella sensazione assomigliava tantissimo alla felicità per come tante volte me l’avevano descritta.

Il sole riscaldava e asciugava la nostra pelle bagnata di acqua di mare mentre correvamo tenendoci per mano lasciando che la terra si insinuasse fra le dita dei piedi lasciate scoperte dalle infradito di gomma e sfuggendo ai richiami di nostra madre: «Fermatevi prima della strada che passano le macchine! Non correte che potete cadere! Se una macchina vi investe e non vi fate niente, per fortuna, poi il resto la avete da me. Statene certe, selvagge!». Io e Teresa correva-mo forte, fino al limite della strada, dove bloccavamo i piedi all’u-nisono: «L’ultima che arriva è scema» e via, di corsa ad attraversare la strada fino al cancello verde, spalancarlo, scavezzacollarci lungo il vialetto cementato, scansando gatti spelacchiati che ostacolavano il percorso, girare a sinistra del portoncino principale e continuare a correre fino al retro della casa, fare a tre a tre i gradini che portava-no sulla veranda e la prima che arrivava batteva la mano sul tavolo di plastica. Sono sempre stata piccoletta io, ma agile forte: vincevo quasi sempre. Quella donna, della quale, con gli anni ho sbiadito il ricordo del suo viso, si affacciava sempre, in quel momento, da dietro la tenda di corallini colorati che proteggevano la cucina dalle

«mosche maledette!» che attentavano sempre alle numerose provvi-ste della nonna. «L’avita spccià di corr ca c cadit l dint v’avita spez-zà»1 non che mi ricordi una volta che mia nonna non abbia parlato in dialetto. Noi no. A noi bimbe era proibito, pena la pungitura della bocca con l’ago, e non era una minaccia. Perché avevamo provato. Mia madre era una donna che non smentiva mai quello che diceva, in questo credo non differisse molto da mia nonna. Alla scema di turno, in caso avesse perso, sarebbe toccato apparecchiare, sparec-chiare, andare a buttare l’immondizia e aiutato pure a fare i piatti. Ma se da quest’ultimo compito nessuna delle due poteva esimersi, completamente, nemmeno a gara vinta, c’era una cosa che gravava in modo inopinabile sulla testa della perdente: pulire il vialetto ce-mentato delle cacche dei vari gatti e, soprattutto, del vecchio cane spelacchiato della nonna, che tutti i giorni mangiavano e che, quindi, tutti i giorni lasciavano ricordi sparsi sul cemento. E dire che i gatti avrebbero dovuto essere disciplinati. Forse gli altri, non quelli di mia nonna, che facevano i bisogni come i cani: non seppellivano niente, loro. Prima di tutto quel lavoraccio, però, avevamo ancora un sacco di tempo: se le vacanze estive per noi significavano solo mare a casa della nonna, gli uomini di casa, quelli, continuavano a lavorare e quindi per il pranzo avremmo dovuto comunque aspettare che ri-tornassero, accontentandoci di un paninetto al formaggio mangiuc-chiato mentre eravamo intente a giocare al salotto delle bambole sui gradini del porticato. «Men tutt’e do sce lavatv prima ca tornn chidd ‘e doe ca po ama mangià subt.»2 La nonna interveniva sempre come un oracolo: quello che diceva si eseguiva alla lettera, di qualunque cosa si trattasse, specie se l’ordine in questione riguardava andarsi a lavare sotto la doccia all’aperto e lasciarsi asciugare dal sole sulle sdraio dei grandi mentre gli occhi si appisolavano leggeri alla calura estiva.

Giallo.

1 La dovete smettere di correre, ché, se cadete, i denti vi dovete spezzare.

2 Sbrigatevi, tutte e due, andate a lavarvi prima che tornino quei due che poi dobbiamo mangiare subito.  Era il colore che contornava tutte le immagini, i ricordi della mia infanzia: come una luce che abbaglia e ti costringe a ripararti con la mano, o come pellicola bruciata dal sole. Come fotografia invec-chiata dal tempo. Con le grinze e le pieghe accartocciate, come le rughe sul viso di mia nonna; le contavo una per una, le sfioravo incu-riosita con la mia mano, in quei pomeriggi d’estate, quando il calore lasciava un po’ di clemenza al suo corpo stanco e pesante e si sedeva sulla sua sedia di legno e paglia sotto al portico e mi chiamava con la mano per farmi sedere sulle sue ginocchia e mi riempiva i baci così profondi che pensavo che qualche volta mi avrebbe lasciato il segno. Tutti i baci che mia madre era sempre stata avara nell’elargirmi, io li ho presi da mia nonna; tutti gli abbracci rassicuranti quando la notte mi svegliavo per i miei incubi di bambina, me li ha regalati lei, quan-do in punta di piedi scivolavo fuori dalla mia camera e mi infilavo silenziosa nel letto dei miei nonni. Tutto quello che una donna deve sapere, compreso l’appuntamento irrimandabile con il momento il cui smetti per sempre di essere una bambina e cominci a essere una donna, me lo ha insegnato lei. «A pccenn ier à cadut dall scal…»3 l’avevo vista confessare tutta soddisfatta l’evento alle comari vicine di casa, quando passavano a prenderla poco prima delle 7 di sera per andare tutte insieme alla messa. Quella era l’unica cosa che mi rimproverava: non andare con lei alle funzioni religiose; Teresa ogni tanto ci andava, io proprio mai. Per me il pomeriggio era solo mare con mio padre, dopo il suo riposino quotidiano, a me bastava un fischio e scattavo pronta; se mio padre non se ne fosse andato così presto, forse anche noi avremmo avuto quel legame tanto esclusivo che io invidiavo fra mia madre e mia sorella. Saremmo stati in pari. A volte penso a come potevamo sembrare agli occhi di Teresa, io e mio padre, quando ci vedeva allontanare di spalle, mano nella mano, verso il mare. Mi sono sempre giustificata dicendo che era lei quella a non voler mai venire con noi. Ma quante volte abbiamo il piacere di andare dove abbiamo la sensazione di essere di troppo?

3 Modo popolare di dire per indicare il menarca.

Aprii gli occhi di scatto, come se qualcuno mi avesse chiamato; la stanza era buia, ma la luce del corridoio illuminava la penombra e riconobbi immediatamente lo stanzone dell’ospedale. Non ricordavo nemmeno di essere stata ricoverata, in realtà, chissà per quanto tem-po ero stata incosciente. Forse avevo solo il vago ricordo di quando avevo cominciato a sentirmi male. Un attimo. La cosa mi consolava alquanto: avrei potuto perfino non risvegliarmi e non me ne sarei nemmeno accorta. Andarmene così non mi sarebbe affatto dispiaciu-to; a qualcuno, da qualche parte, quel pensiero, non doveva essere, invece, piaciuto: come a volermi ricordare che nessuno è immune dal dolore fisico, ebbi uno spasmo allo stomaco così forte che mi mancava quasi la forza di respirare, quasi mi avessero pugnalato allo sterno. Mi prese il panico, la sofferenza così improvvisa, ina-spettata e terribile, da non saperla affrontare mi faceva sentire come un vecchio pugile messo all’angolo: un lottatore finito senza via di scampo. E mentre stavo per soccombere, una mano si strinse alla mia ferma sul petto; una stretta forte, salda, che cominciò a seguire il ritmo del mio respiro affannato fin quando non cominciai a tran-quillizzarmi. E il mio respiro con me. E il battito ridivenne regolare, mentre il dolore acuto divenne un ricordo vivido solo nella mente; come quando, dopo un intervento chirurgico, rimane solo la leggera scossa attorno alla pelle tranciata per sempre dal bisturi a ricordarci la perduta sensibilità,

«Ssssh! Citt, citt, ca mo pass. No ie nin, a picenn, mo vid ca t pass…»4

«Nonna Teresa…»

«Sssh…»

Non mi disse più nulla. A parte obbligarmi al silenzio, non disse nient’altro mentre aspettava con me che il dolore si calmasse, una mano sempre stretta alla mia, sul cuore e l’altra che, lentamente, mi accarezzava la testa. C’erano tante cose che, invece, avrei voluto dir-le, domande, ma che rimasero soltanto nel limbo ovattato della mia

4 Zitta, zitta, che ora passa. Non è niente, bambina, vedrai che ora passa.

mente, sospese fra la lucidità del sapere dove mi trovassi, che non potevo stare a parlare con una persona morta, la consapevolezza del dolore fisico, e allo stesso tempo lo stordimento, la sragionevolezza che quello stesso dolore mi provocava. Persi nuovamente conoscen-za. E quella cappa nera e oscura, da dove non filtrano nemmeno i ricordi più remoti, mi avvolse di nuovo; i farmaci, tutto sommato, avevano effetto su di un corpo che, oramai, facevo io stesso fatica a controllare. Poi di nuovo un flash, come un lampo che ti sveglia d’improvviso perché la luce abbagliante ti penetra fin sotto le palpe-bre chiuse: di nuovo il soffitto della stanza di ospedale in penombra, con i neon lunghi spenti e ingialliti come tante tombe comuni per insetti. Di nuovo il dolore, sempre acuto, sempre atroce, questa volta al ventre, nel centro delle mie viscere, come se uno squilibrato mi stesse squarciando viva; di nuovo volevo urlare, ma la voce rimane-va sempre ferma in gola, perché era più forte il disperato tentativo di tirar giù l’aria per respirare. Oppure non avevo più corde vocali per parlare. Altre mani presero le mie, mentre tentavano di proteggersi il grembo, e il mio sguardo liquido guardò quel viso affacciarsi sul mio e le mie mani tentare di afferrarlo per accarezzarlo.

«Papà…»

E la voce, mi uscì o forse ebbi solo l’impressione di essere riusci-ta a chiamarlo. Forse ce le avevo ancora le corde vocali.

«Zitta, zitta, non parlare, non ti stancare pensa solo a respirare, io sono qua, vedi, affianco a te. Non ti abbandono proprio adesso, sono venuto apposta perché lo so che hai bisogno di me, ma tu non parlare, stringimi pure forte le mani se hai male. Io sono qua, come quando eri bambina, con la febbre, e la sera venivo a tenerti la fronte per prendermela un po’ io di quella febbre cattiva. Me lo prendo io un po’ del tuo male, del tuo dolore, adesso. Tu stai tranquilla, bam-bina mia.»

Io, nella penombra, nel silenzio rotto soltanto dal rumore di qual-che porta che si apriva e si richiudeva, dagli armadietti aperti e poi richiusi, dalle rotelle delle barelle strisciate a malavoglia dai por-tantini, dai richiami sottovoce degli infermieri di turno, riuscivo a malapena a fare sì con la testa, ma sapevo che lui, mio padre, era vicinissimo e mi poteva vedere. Lasciai che le mie dita scivolassero su quelle guance ruvide di barba appena accennata, per soffermarsi sui baffi neri e tagliati precisi, le basette lunghe quasi fino al mento, solcare le rughe della fronte e quelle attorno agli occhi, che diven-tavano profondissime sempre quando rideva con me. E poi i suoi occhiali quadrati e la montatura sottile e nera, che io dicevo che solo lui poteva comprarsi quegli occhiali così orrendi e mi rispondeva che erano uguali a quelli che portava da ragazzo, e i suoi occhi, grandi e neri, le pupille lucide dove mi potevo specchiare, lo sguardo sempre limpido da poterci guardare attraverso e indovinare sempre i suoi stati d’animo: sapevo quando era arrabbiato, quando aveva qualcosa che lo preoccupava, quando era triste, quando era addolo-rato, quando era felice. Me lo confessavano i suoi bellissimi occhi. Io avevo i suoi occhi, me lo diceva sempre, ma chissà se anche i miei erano trasparenti e ci potevi leggere attraverso; non in quel momento sicuramente, così appannati dal dolore e troppo impegnati a tratte-nere le lacrime.

«Promettimi una cosa, papà.»

«Stai buona, piccola, non parlare che ti stanchi inutilmente.»

«No, papà, aspetta, fammi dire solo questo se ci riesco.»

«Va bene, però dopo stai tranquilla così vedrai che ti sentirai meglio.»

«Sei venuto a prendermi, papà? Sei venuto per accompagnarmi? Promettimi solo una cosa: ovunque si vada dopo, fa che io venga dove sei tu. Non mi far stare da sola, papà. Ho paura…»

«Per ora non andiamo da nessuna parte, restiamo qui io e te, e aspettiamo che ti passi un po’ questo dolore. Io sto qui vicino a te, sono venuto per rimanere qui, non so dove andremo dopo, non sono io che posso decidere, purtroppo. Ma una cosa te la prometto, An-nalisa: tutto quello che verrà, tutto quello che succederà non deve spaventarti, perché la prova più dura tu la stai già affrontando, bam-bina mia. E ti prometto che dopo, ovunque tu andrai, se per caso do-vessimo perderci di vista, io ti ritroverò. Ovunque, dovunque. Non dubitare mai, Annalisa, mai.»

«Ho paura, papà…»

Poi le parole non accompagnarono più. E nemmeno la luce. Il suo viso era sparito in quello stesso e spesso buio che avvolse me. Di nuovo. Ancora.

XXIII

Ferdinando era con la piccina a fare una passeggiata, bisognava sem-pre approfittare delle belle giornate per godere del calore amorevole del sole; Anna era a lavoro, non sarebbe rientrata prima di un paio d’ore almeno e sapevo per certo che sarebbe passata a vedere come stessi. Andrea mi aveva già fatto tre telefonate quella mattina, per sincerarsi che mi sentissi bene, era fuori città per lavoro.
Bene.
Era davvero una parola grossa per me. Se con bene si intendeva dolori al limite del sopportabile, riuscire almeno ad alzarsi dal letto per mettermi sulla poltrona senza avere l’affanno come se avessi fatto una maratona, non avere stipsi ostinate dovute ai farmaci o al contrario coliche sanguinarie dovute all’amico che tenevo nell’inte-stino e prendeva sempre più residenza, potevo quasi dire bene. Però, avevo superato la settimana terribile in ospedale, quando pensavo che per me era davvero arrivata la fine, quando pensavo che non sarei sopravvissuta al dolore, quando il vedere attorno a me mio pa-dre e mia nonna, mi avevano fatto capire che una volta arrivate pure le allucinazioni, ero davvero arrivata al capolinea. Me lo ricordavo bene il momento in cui mi erano apparsi, il ricordo non era sparito con il sopraggiungere della lucidità, e in fondo in fondo speravo non fossero state allucinazioni, ma che magari davvero li avrei ritrovati. Dopo. Al contrario del mio fisico che ogni giorno collassava sempre di più, la mia mente era quanto mai sveglia, vigile, attenta a recepire ogni cambiamento del mio corpo; non volevo farmi trovare impre-parata al momento giusto. Quello però, al contrario di quanto avevo detto a tutti coloro che mi avevano telefonato per chiedermi come stessi, non era per niente un giorno in cui potessi dire di stare beni-no: il breve tragitto fino al divano era stato faticosissimo, mi sentivo debole e quel poco tempo che ero stata in piedi mi erano venute le vertigini; avevo ancora il respiro corto. Quello stato mi aveva un po’ spaventato per questo avevo pensato di distrarmi con un po’ di musica classica e un buon libro: mi avrebbero sicuramente aiutato a rilassarmi. Schubert e Kundera mi avrebbero fatto compagnia.

Più passava il tempo e più aumentava la dispnea: il respiro mi diventava sempre più faticoso, pur nella più assoluta immobilità del divano e il respirare a bocca aperta mi aveva seccato tremendamente la gola; avevo bisogno di acqua, di bere, anche solo per trovar un po’ di sollievo da quell’arsura. Sentivo che c’era qualcosa che non anda-va, era diverso da tutte le altre volte, sentivo di non avere abbastan-za aria da respirare, intanto la quarta sinfonia di Schubert suonava e io ero troppo spaventata per rimanere ancora sul divano: dovevo alzarmi e andare a prendere almeno un bicchiere d’acqua in cucina. Quella fatica era necessaria. Mi alzai con la massima lentezza, tanto mi sentivo mancare le forze e non appena mi misi dritta le vertigini mi assalirono violente provocandomi uno senso di nausea.

Poi un fischio fortissimo alle orecchie sovrastò la musica e un velo nero mi calò sugli occhi. Buio. E silenzio.

E se fosse stata quella, la morte?

Taranto, 10/01/2013 Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, io sottoscritta Annalisa Debenesetti, nata a Taranto il 01/02/1979 e residente a Taranto in via Bonifacio n. 39, con la presente scrittura dispongo che la proprietà di tutte le mie sostanze, e cioè: 

– 1 appartamento posto in Taranto alla via Bonifacio n. 39, iscritto nel Catasto Urbano del Comune di Taranto al Foglio n. 164 mappale

n. 20739;

– 1 conto corrente bancario n. 30475698/039 presso la banca Popolare di Puglia e Basilicata di Euro 8.7949,00

vada alla mia unica figlia Gioia Felici.

Nomino mio esecutore testamentario il signor Andrea Dellisanti affinché curi che vengano esattamente seguite le mie ultime volontà.

Annalisa Debenesetti.

Questa è un’opera di fantasia: i personaggi e gli eventi narrati sono frutto dell’imma-ginazione dell’autrice.

Eventuali riferimenti a persone o fatti reali sono da considerarsi puramente casuali. Di vero c’è soltanto il sentimento umano, che può appartenere a chiunque abbia affron-tato la perdita, la malattia o la necessità di lasciar andare.

RINGRAZIAMENTI

Nasciamo nell’inconsapevolezza.
La nostra infanzia passa nella beata ignoranza di sapere quanto sia fragile la nostra esistenza. Il passaggio all’età adulta strappa quel velo che copre e opacizza la realtà di quello che siamo.

Trattare un tema come quello dell’accettazione della fine della propria esistenza non è certo facile: l’inciampo nell’ovvio è pres-soché a un passo e, nemmeno te ne accorgi, sei nel baratro della banalità. E allora, la prima cosa che proviamo a fare quando siamo davanti a un foglio bianco, reale o virtuale, è un processo di imme-desimazione: non è un caso che questa stessa domanda se la sia posta la protagonista del romanzo, perché la primaria fonte di ispirazione di tutto quello che scriviamo è la realtà.

Questa stessa domanda me la sono posta io, sia come scrittore che, specie in questi ultimi mesi, come essere umano. Eppure, sono consapevole che nessuna prova di immaginazione corrisponda poi all’effettiva reazione.

Questo romanzo, seppur sembri un meraviglioso (parere mera-mente personale, ovvio) flusso di coscienza della protagonista in ba-lia degli stati emozionali più contrastanti che si possano vivere, ha un grande lavoro di ricerca, per questo è doveroso ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile la stesura di questo romanzo.

Tutti i medici ai quali ho chiesto consulto, in primis il mio der-matologo, il dottor Pasquale Mazza, che ha risposto a tutte le mie domande sul melanoma e sulle possibili evoluzioni della malattia. Alle ore spese a documentarmi, a leggere divulgazioni scientifiche,

cause, fattori scatenanti del perché una cellula impazzisca e si tra-sformi nel suo alter ego maligno.

A tutti i miei amici malati oncologici, purtroppo, a cui ho chie-sto testimonianza di terapie e conseguenze delle terapie. Le famose “controindicazioni”, che nel bugiardino di qualsiasi medicinale ten-diamo sempre nemmeno a prendere in considerazione.

Alle persone incontrate, agli sguardi incrociati, alle parole non dette e non necessarie, nei reparti di oncologia.

“Una persona su cinque svilupperà un tumore nel corso della vita. Nel 2020, ci sono stati circa 19,3 milioni di nuovi casi di tumore e circa 10 milioni di decessi a livello globale. La percentuale può variare a seconda del tipo di tumore, dell’età, dello stato di salute e dell’area geografica.” Questo è quello che viene fuori, se provate a fare una ricerca, ponendo la domanda su quale sia la percentuale oggi di malati oncologici nel mondo.

Sembra quasi voglia essere una consolazione sapere che non toc-ca solo a noi, ma ovunque tu volga lo sguardo c’è qualcuno che sta più o meno nelle tue stesse condizioni. A oggi, in quella percentuale mi sento fortunata, ma ho la serenità di pensare che casomai dovessi aggravarmi, la ricchezza delle persone che ho intorno a me è suffi-ciente a farmi accettare qualsiasi cosa mi riservi la vita.

E proprio le persone intorno a me sono quelle che devo anche assolutamente ringraziare: mia sorella Marianna, per le enormità di spunti che mi ha fornito per la delineazione caratteriale del perso-naggio di Teresa. E non me ne voglia se ho praticamente stravolto il suo essere, ma è stata immolata sull’altare sacro dell’invenzione narrativa! Mia madre, che continua a vivere perennemente nella mia nostalgia e che per questo mi ha svelato il vero senso dell’immorta-lità: vivremo per sempre finché saremo nel ricordo di qualcuno.